Recensione: Khalkedonian Death

Di Daniele D'Adamo - 9 Luglio 2021 - 0:00
Khalkedonian Death
Band: Diabolizer
Genere: Death 
Anno: 2021
Nazione:
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75

I Diabolizer sono nati nel 2012 a Kadıköy, Istanbul, per mano di Mustafa (chitarra) e Aberrant (batteria). Obiettivo: eseguire un death metal più veloce, aggressivo e diabolico rispetto alle altre band. Così, almeno, a loro detta.

Sono passati nove anni, da allora, e finalmente è arrivato il primogenito: “Khalkedonian Death”, preceduto soltanto da un singolo (“Shadows of Impending Decimation”, 2012) e da un EP (“Apokalypse”, 2016).

Detto, anzi, scritto ciò, la prima domanda che ci si pone non può essere che questa: «dopo quasi due lustri, l’obiettivo primigenio è stato centrato?». Difatti, di acqua sotto i ponti ne è passata e, nel frattempo, sono nate altre formazioni con la medesima motivazione. La risposta è quasi immediata, mettendo sopra la graticola l’opener-track ‘Dawn of Obliteration’: «sì e no». Cioè, il death metal macinato lungo l’arco dell’LP è davvero brutale, aggressivo, violentissimo. Forse non è il top al Mondo, anche perché, a voler cercare il pelo nell’uovo, non può esistere una classifica dei più violenti adepti del metallo della morte; per il semplice fatto che non ci sono parametri davvero oggettivi all’uopo individuati. Una circostanza che a priori inficia, seppure in parte, il senso della suesposta domanda.

In ogni caso, analizzando il platter per quello che è, non si può non rilevare, giova ripeterlo, una grande potenza che tiene su le otto tracce che lo compongono. Tracce spesso bagnate nella pece (‘Spearfuck the Throes of Treason’) sì da dare un tocco di blackened al tutto. Solo un tocco, però, giacché il combo turco predilige ancorarsi agli stilemi classici del genere, evitando ogni forma di contaminazione, tanto di moda oggigiorno. Un pregio, almeno a parere di chi scrive, poiché “Khalkedonian Death” è ideale per comprendere, sotto tutti gli aspetti, quale sia il death metal A.D. 2021.

Due chitarre, quelle del già menzionato Mustafa e di Can, che si sfiniscono in un incessante sequenza di riff granitici, non particolarmente complessi ma che, messi assieme e in sequenza, rappresentano un pugno nello stomaco. La tecnica del palm-muting la fa da padrone, comprimendo gli accordi per accrescerne la massa specifica. Un muro di suono assolutamente invalicabile, spesso, formato da pietre di granito e cemento, sul quale le sei corde vergano con una punta d’acciaio soli lancinanti, che strappano la carne dalle ossa. Interessante il lavoro di Malik al basso, forse per via di una produzione, più che buona, che ne fa una base tonante assai importante, tale da rendere il sound davvero possente. Ovviamente furibondo, dati i presupposti, il drumming erculeo del fondatore Aberrant, in grado di erogare watt su watt, sia in occasione dei mid-tempo, sia, soprattutto, quando si tuffa nell’incandescente calderone dei blast-beats. Peraltro, con una variabilità dei pattern che regalano al sound stesso una buona dose di dinamismo.

Tornando agli otto brani, sono come… dovrebbero essere. Omogenei e compatti nel seguire lo stile del quintetto della mezzaluna stellata, vari nel cercare di evitare un’uniformità compositiva che porterebbe immediatamente alla noia. Certo, per quanto espresso sin’ora non ci si può aspettare una foggia musicale innovativa, rivoluzionaria, onde per cui le canzoni non si discostano mai dalla strada maestra. Aiutate, in ciò, dall’acida ugola di Abomination, molto abile a combinare assieme growling e harsh vocals, bagnati in un tono stentoreo che non fa prigionieri.

Forse non saranno i “più” al Mondo, tuttavia i Diabolizer picchiano davvero duro, sfondando tutto e tutti in occasione di brani-sfascio come ‘Maelstroms of Abhorrence’ che, assieme agli altri, danno vita a “Khalkedonian Death”. Un disco che non rivoluziona quello che riguarda il segmento del death metal ma che funge da punto fermo per un aggiornamento di quello che è, in fondo, una foggia musicale vecchia di oltre trent’anni.

Devastanti.

Daniele “dani66” D’Adamo

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