Recensione: La Tavola Osca

Di Gianluca Fontanesi - 19 Luglio 2020 - 11:13
La Tavola Osca
Etichetta:Antiq Records
Genere: Black 
Anno:2020
Nazione:
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80

Per chi non lo conoscesse, Dawn Of A Dark Age è un progetto di lunga data del molisano Vittorio Sabelli che, nel corso degli anni, ha ultimato un concept sugli elementi in cinque album ottenendo un buon riscontro di pubblico e critica. La qualità è sempre stata un crescendo ed è finalmente giunta l’ora di fare le cose in grande. Il buon Vittorio riesce ad accasarsi presso un’etichetta francese che sta lavorando molto bene, la Antiq, e La Tavola Osca prende presto forma e colore arrivando a tutti noi.

La Tavola Osca fu scoperta nel 1848 a Fonte Del Romito, nel podere di Giangregorio Falconi, molto vicino al comune di Agnone in Molise. Dopo varie peripezie entrò nella collezione di Alberto Castellani che, nel 1873, la vendette al British Museum dove tuttora risiede. E’ una tavoletta di bronzo delle dimensioni di 28×16,5 centimetri con una maniglia ed è una delle più importanti iscrizioni in lingua osca assieme al Cippo Abellano e alla Tavola Bantina. Le iscrizioni sono presente su entrambe le facciate della tavola e sono ben leggibili e incise profondamente. La prima facciata parla di un santuario dedicato a Cerere in cui si svolgono cerimonie religiose e ne descrive il loro funzionamento con tanto di sacrifici; la seconda invece parla dell’appartenenza del santuario agli altari dedicati alle divinità venerate al suo interno, precisa le proprietà del santuario stesso e le persone che gestiscono e possono entrarvi. La tavola inoltre menziona diciassette divinità e conferma la dedizione sannita alla polilatria.

L’opera di Vittorio descrive tutto questo e, oltre che a una preparazione tecnico-compositiva che ormai non ha nulla da dimostrare a nessuno, lo fa soprattutto con amore. Ed è questo il sentimento più potente che si respira ascoltando La Tavola Osca: un attaccamento e una voglia di condividere e rendere giustizia alle proprie radici che dovrebbe essere contagioso.

Musicalmente i quaranta minuti dell’opera, inizialmente pensata come una traccia unica, sono divisi in due atti nei quali succede di tutto e trovano la loro dimensione in un prisma di influenze, colori e sfumature. Vittorio qui suona quasi tutto e il suo strumento principale, il clarinetto, si colloca in maniera intelligente e mai banale, andando ad arricchire un piatto che, col passare del tempo, risulta sempre più appetibile. Non è un’opera facile La Tavola Osca, non è assimilabile in poco tempo ed è tutto tranne che immediata; si lascia scoprire lentamente e la grande cura al dettaglio sorprende ascolto dopo ascolto. Il genere proposto è ovviamente un black metal piuttosto classico, che alterna la voce dell’ottimo Emanuele Prandoni (Progenie Terrestre Pura) alle parti narrate direttamente da Vittorio, tutte rigorosamente in italiano. L’introduzione ha il solo difetto di metterci un po’ a ingranare, poi si pesta di brutto e i temi si susseguono con grande naturalezza, col clarinetto che prima o poi spunta sempre, come un vecchio amico che incontri ogni volta con piacere. Un paio di stacchi non sono riusciti benissimo e avrebbero necessitato di maggior fortuna, dettagli che, in un discorso così ampio e stratificato, ci possono stare e rendono l’imperfezione persino un tocco di classe.

Il secondo atto del disco si apre con una vera e propria banda, che ricorda certe colonne sonore di film in bianco e nero degli anni ’60; presto il tutto si distorce e la resa è molto buona anche “metallizzata”. La parte black è, come sempre, furiosa e serrata e si alterna al tema portante in maniera molto ben amalgamata. A un certo punto si stacca, e i nove minuti finali dell’opera ci portano a Fonte Del Romito per assistere a un vero e proprio rituale, come descritto sulla tavoletta; alcuni strumenti sono proprio stati registrati nel luogo. Molto interessante il punto dove si menzionano le diciassette divinità e sembra che loro rispondano in lontananza rappresentate da uno strumento sempre diverso.

La Tavola Osca è un ottimo disco, che richiede però attenzione e dedizione da parte dell’ascoltatore. E’ un’opera che parla dei sanniti, di una terra mai troppo rappresentata o valorizzata, ed è anche una risposta concreta ai vari meme che si interrogano da tempo sull’esistenza del Molise. La carne al fuoco, anzi gli arrosticini, qui sono tantissimi ed è tutto servito con classe e grazia, senza voler strafare né far vedere chissà cosa. Vittorio qui si è messo al servizio della sua terra e da essa è stato guidato, affermare il contrario sarebbe falso. Noi ci congediamo consigliandovi caldamente un ascolto di quest’opera e magari anche un approfondimento storico; è ora che certe cose vengano finalmente valorizzate e scoperte.

 

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