Copertina di Liminal dei Kinetic (Danimarca)
Recensione Progressive · Album · 2026

Kinetic (Danimarca) Liminal

di Pasquale Ninni e Leonardo Ascatigno 26 Ottobre 2026 - 08:30
Tipologia
Album
Etichetta
Eclipse Records
Genere
Progressive
Anno
2026
Nazione
Danimarca

Tra l'abisso del presente e la vertigine dell'infinito: l'odissea monumentale di Liminal. Questo sarebbe un titolo evocativo e adeguato per caratterizzare l’ultima fatica dei Kinetic dal titolo Liminal.

Esistono album che si limitano a collezionare canzoni e opere che pretendono di edificare interi mondi. Liminal, il monumentale lavoro dei danesi Kinetic, appartiene senza ombra di dubbio a questa seconda categoria. Più che un semplice disco di metal progressivo, Liminal è un'esplorazione sonora di proporzioni quasi vertiginose: un viaggio di circa due ore che prende come bussola concettuale la Scala di Kardashev per tracciare la parabola dell'umanità, dalle sue fragili radici planetarie fino alle soglie della trascendenza cosmica.

In un'epoca musicale spesso dominata dalla brevità e dal consumo rapido, i Kinetic scelgono la strada più impervia e affascinante. Rispetto alla già promettente urgenza dell'EP d'esordio Sentience, questo lavoro segna un vero e proprio salto quantico, elevando l'ambizione della band a livelli quasi demiurgici. Rifiutando le strutture tradizionali, il quintetto costruisce un'architettura cinematografica imprevedibile, dove la precisione chirurgica del prog metal si fonde con atmosfere dense, oscure e sconfinate. Il concetto di "liminale" (quella soglia sospesa tra ciò che siamo stati e ciò che stiamo per diventare) non è soltanto il titolo del disco, ma la sua stessa anima pulsante. Fin dalle prime battute, l'ascoltatore viene proiettato in un pellegrinaggio cosmico in cui la perizia tecnica si alterna a squarci di pura desolazione sintetica, senza mai risultare fine a sé stessa. È un ascolto esigente, che non concede scorciatoie, ma che ricompensa chi accetta di smarrirsi tra le sue pieghe con un'esperienza di rara profondità emotiva e concettuale.

Provenienti da Kolding, in Danimarca, i Kinetic sono René Hougaard (voce solista), David Thing (chitarra, cori), Christian Filskov Heitmann (basso), Marcus H. Levin (sintetizzatore) e Rune Görlitz (batteria). Il progressive è la loro matrice, almeno quello più moderno e melodico e prediligono composizioni lunghe e articolate con intricate partiture ritmiche.

Nell’album c’è grande spazio per le introduzioni atmosferiche, con effetti, arpeggi di basso e clean guitars works a metà strada tra i The Cure e i The Contortionist. I brani si evolvono lentamente, senza fretta e in modo del tutto naturale (tenuto conto del genere musicale). Le parti più rabbiose si alternano a quelle più eteree senza però creare quell’effetto sorpresa che a volte risulterebbe necessario in lavori come questo. Si è così abituati ad ascoltare zone bianche alternate a zone nere che quasi non ne sentiamo più la differenza. Quest’aspetto però non va attribuito in chi ascolta, ma in chi in realtà suona: c’è quasi un effetto di inerzia nella costruzione dei riff, delle dinamiche e delle strutture in generale da far sembrare un po' tutto monotono e decisamente poco stimolante. Insomma l’effetto sorpresa lo si può trovare altrove, ma non su Liminal.

La narrazione cinematografica è il loro marchio di fabbrica, tipo quell’effetto voci in stile Space-Dye Vest dei Dream Theater sul mai dimenticato Awake del 1994. Marchio di fabbrica onnipresente che non sempre però risulterà essere in linea con i brani, a volte infatti queste narrazioni potranno risultare spocchiose e noiose (è il caso di Evolution, seconda traccia del disco).

Liminal è stato prodotto, registrato, mixato e masterizzato da Frederik Uglebjerg degli Uglebjerg Studios in Danimarca e beneficia di una qualità sonora del tutto cristallina, ennesima produzione stellare riguardo a suoni, riverberi, ambientazioni e collocamento degli strumenti nell’immagine stereo. La produzione, in sostanza, aiuta tanto a digerire il tutto senza grossi problemi.

La band fa riferimento alla Scala di Kardashev per i propri testi, un metodo ideato nel 1964 dall'astronomo sovietico Nikolaj Kardašëv per classificare il livello tecnologico di una civiltà in base alla quantità di energia che è in grado di utilizzare. Un Concept un po' spoilerato dalla copertina dell'album, realizzata da Lasse H. Görlitz e Marcus H. Levin, che per sua natura riporta in ambiti stellari e interstellari.

Gli episodi più riusciti? Per chi scrive sicuramente Fermi e The Beginning, le più autentiche e forse le meno articolate. In un disco dove la durata media dei brani è di 8-9 minuti, la conclusiva Omega supera di poco i venti, facendo temere un po' il peggio, soprattutto per la lunghissima introduzione in arpeggio di chitarra e la chiara intenzione di “allungare” il più possibile.

È sicuramente la rappresentazione di tutte le caratteristiche sonore della band, in quello che è un lavoro discografico di tutto rispetto, sentito e onesto, ma che spesso risente di una mancanza di concretezza musicale e tematica. Il viaggio cosmico è dunque l’intento dei nostri, bisogna armarsi di pazienza e abbandonarsi al tempo: solo così si potrà apprezzare pienamente ciò che i Kinetic sapranno offrire.

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