Recensione: Live Undead

Di - 9 Aprile 2009 - 0:00
Live Undead
Band: Slayer
Etichetta:
Genere:
Anno:1984
Nazione:
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85

Recensire un album degli Slayer, vedasi i miei illustri predecessori, è un compito arduo e pericoloso. Pericoloso per svariate ragioni, sopratutto per la possibilità neanche troppo remota di poter far prevaricare la passione e il rispetto per la Storia del thrash mondiale a scapito dell’obiettività, di dare un “100 politico” che potrebbe sembrare fazioso ai più, anche ai fan più accaniti.

Live Undead è ancora più pericoloso, perché album dalla storia discussa. All’uscita, il 16 novembre 1984, fu presentato come una registrazione tratta dal “Haunting North America tour” a New York e quindi spacciato per un live a tutti gli effetti. La verità è ben diversa: una registrazione in studio, davanti a un piccolo gruppo di fan che doveva fungere da pubblico partecipante. Una studio session a tutti gli effetti ideata dallo stesso Brian Slagel, in quegli anni a capo della Metal Blade, la casa discografica che ha tenuto sotto contratto gli Slayer fino al capolavoro Hell Awaits.

Un discorso a parte merita la musica proposta nel disco. Una matrice inconfondibile quella della band californiana, un marchio di fabbrica che si percepisce già con le prime laceranti note di Black Magic, note che profumano di terrore e oscurità, con la batteria di Dave Lombardo quasi a emulare il battito frenetico di un cuore in gola, i battiti della paura più tetra che si strazia nello scream di Tom Araya o nei riff delle chitarre, stridenti e affilate come rasoi.

Die By The Sword e Captor of Sin continuano a stupire ancora a distanza di anni per velocità e pathos. Le urla del pubblico semplicemente si perdono, diventando un dettaglio più che trascurabile, superfluo data l’energia sprigionata dagli amplificatori.

Hot winds of Hell
Burns, in my wake
Death is what you pray,
Behold, captor of sin

Con The Antichrist è quasi impossibile stare fermi, non si può realmente trovare una pecca, un assolo fuori posto, un urlo meno agghiacciante e tetro dello stesso inferno. Si viene traghettati in un incubo fatto di frenetiche e pazze allucinazioni, quasi a voler coronare il male assoluto con Evil Has No Boundaries. Difficile prendere fiato.

Show No Mercy è pura malvagità, è la storia di una band che ha saputo creare il solco nella storia del metal, che ha ispirato ed esaltato migliaia di giovani, migliaia di musicisti dal thrash, allo speed, al death, passando per il doom. Show no Mercy ha l’odore delle cantine ammuffite, sporche e umide, che respirava chiunque volesse suonare questo tipo di musica negli anni ottanta/novanta, tra vinili custoditi come cimeli e chitarre distorte.

Aggressive Perfector chiude il sipario rosso sangue su un pezzo di storia unica e inimitabile, un’epoca indescrivibile, estranea ai più. Estranea a chi non condivide questo tipo di musica, questa via, questo modo di essere.

Perché, come scrivevo all’inizio di questa mia umile recensione, è difficile giudicare dischi come questi, perché fanno parte del nostro DNA, sono intrisi nel nostro sudore e nel sangue che abbiamo versato in tutte le arene del bel paese e, per i più fortunati, negli spettacoli in giro per il mondo.

Perché gli Slayer sono tutto questo e Live Undead non fa certo eccezione, e lo saranno finché avremo fiato in corpo…

Daniele Peluso

Tracklist:
1 Black Magic
2 Die by the Sword
3 Captor of Sin
4 The Antichrist
5 Evil Has No Boundaries
6 Show No Mercy
7 Aggressive Perfector

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