Recensione: Lucifer V

Di Stefano Usardi - 23 Gennaio 2024 - 11:09
Lucifer V
Band: Lucifer
Etichetta: Nuclear Blast
Genere: Doom  Rock 
Anno: 2024
Nazione:
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73

Quinto album in dieci anni per i Lucifer, gruppo britanno–tedesco ora trapiantato a Stoccolma che col qui presente “Lucifer V” (in uscita fra qualche giorno) dona un successore a, indovinate un po’, “Lucifer IV” del 2021. La ricetta della compagine accasatasi nella città del signor Nobel è sempre la stessa: un rock dagli smaccati rimandi alla scena anni ’70 e sporadiche incursioni doom – per la verità sempre meno, da un po’ di lavori a questa parte – il tutto guarnito da qualche rinforzo blueseggiante, atmosfere cupe e malinconiche e ispessimenti più determinati qua e là. Nulla di nuovo sotto il sole, insomma: ormai le uscite di rétro rock spuntano con una certa frequenza, ed anche a questo giro i Lucifer ripropongono la stessa formula, seppur con qualche limatina qua e là per rendere il tutto più affilato, ma al netto di una proposta ormai fin troppo collaudata va dato atto ai Lucifer di aver sempre raggiunto i propri obiettivi grazie a lavori solidi e appaganti, pubblicando album degni, se non di immediata dedizione, quantomeno di onesto interesse. Ebbene, anche stavolta la missione può dirsi compiuta: nelle nove tracce che compongono i quaranta minuti scarsi di “Lucifer V” i nostri portano avanti il proprio discorso con coerenza ed impegno, mantenendo però alto l’interesse grazie a pezzi asciutti e sempre concentrati, melodie molto azzeccate e una produzione bilanciata fra modernità e nostalgia. In aggiunta, l’approccio corale dei Lucifer consente a tutti i membri di concorrere in modo più o meno paritario alla creazione di pezzi stilosi, dal piglio intrigante e il giusto mix di carisma e atmosfera, sufficiente il più delle volte ad aggirare la poca originalità.
Rispetto al passato, “Lucifer V” mette in mostra una verve meno lugubre e più diretta, figlia di un’attitudine più determinata o di una maggiore ironia nel diffondere il proprio messaggio che si rivela un ulteriore sedimento sulla proposta del quintetto, andando a colorarne i tratti basilari con qualche colpo di luce qua e là. Ne è esempio lampante il singolo “At the Mortuary”, che nonostante una partenza incombente e ripetuti ritorni entro confini più cupi si sviluppa come un classico pezzo rock, dotato di un ritornello decisamente solare (a dispetto del testo) e un paio di segmenti vagamente ammiccanti. È proprio quest’ultimo elemento che ha attirato la mia attenzione, e che funge a mio avviso da leitmotif per la ricetta dei Lucifer: anche in pezzi dinamici come le sfacciate “Maculate Heart”, “Strange Sister” e l’opener “Fallen Angel”, in episodi più quadrati come “A Coffin has no Silver Lining”, o perfino quando i nostri giocano con il fare più insinuante di “The Dead don’t Speak”, si nota comunque una certa sensualità latente. Sebbene questa risulti a volte solo accennata, filtrando in controluce durante gli ascolti, ecco che invece emerge prepotentemente in due pezzi: “Slow Dance in a Crypt”, dall’incedere malinconico ma sinuoso, languido, che non perde il suo mood setoso neanche durante il ritornello più enfatico, e la conclusiva “Nothing Left to Lose but my Life”. Qui la sensualità malinconica dei Lucifer si fa insistente, ciclica, ammantandosi di un pathos drammatico che sfrutta la carica emotiva di passaggi blues per creare il giusto climax del lavoro, sfumando poi nelle sirene che si perdono nel silenzio.

Lucifer V” è un bell’album, che nonostante pecchi un po’ dal punto di vista dell’originalità riesce comunque a dire la sua grazie a canzoni concentrate, godibilissime ed intriganti: un lavoro onesto e dalle atmosfere agrodolci, a metà strada tra strafottenza, sensualità e malinconia.

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