Recensione: Megadeth
In questa speciale occasione, si comincia a discutere di Megadeth dalla fine. O dal principio, se vogliamo vederla così. Perché per capire davvero questo album, annunciato come ultimo capitolo di carriera, bisogna tornare indietro fino a quel 1983/1984, gli anni in cui Dave Mustaine esce dai Metallica, cacciato, e nel frattempo contribuisce a comporre parte di quello che diventerà un capolavoro assoluto come “Ride the Lightning”. È anche l’epoca in cui, letteralmente da una strada, da homeless, mette insieme i primi pezzi di un’idea folle e totale: fondare un’altra band destinata a diventare un colosso e a scrivere la storia del thrash metal quanto e in certi momenti persino più di chi lo aveva lasciato indietro. Ecco perché partiamo da qui. Perché qui non vogliamo semplicemente recensire un disco: vogliamo dire che, attraverso la musica di questo ultimo capitolo, Mustaine non sta pubblicando “un album” nel senso comune del termine. Sta lasciando un testamento, una sintesi finale di vita artistica, un bilancio esistenziale tradotto in riff, voce, struttura, memoria.
“Ride the Lightning”, in questo senso, non è solo una canzone-culto: è il simbolo perfetto per leggere ciò che accade in seno ai Megadeth. Mustaine ha sempre sostenuto di aver scritto quel brano quando era ancora nei Metallica e il punto decisivo è che non si tratta di un mito alimentato dai fan: Mustaine è accreditato ufficialmente come co-autore del pezzo insieme a Hetfield e Ulrich. È un fatto. È il segno tangibile di un’origine comune e insieme la prova materiale di un distacco che ha generato una seconda storia, parallela e gigantesca. Il brano ‘coverizzato’ in questo omonimo album è perfetto. Suona come doveva suonare e come deve suonare lato Metallica. È così e basta, non ci può essere paragone. Perché è un brano anche Megadeth. Ed è bellissimo sentirlo. Non c’è disamina che regga. È stupendo, come lo è sempre stato. Da qui si aprono tre interpretazioni possibili, tutte coerenti con lo spirito del disco. La prima è il concetto di lascito: “Ride the Lightning” come depositario ideale di una guerra mai del tutto finita, ma ormai trasformata in omaggio. La seconda è una forma di pace indiretta, mai dichiarata, ma percepibile: un modo per riconciliarsi con un passato che Mustaine ha vissuto come ingiusto e con un desiderio mai spento di appartenere fino in fondo a quella storia. La terza è la più ampia e forse la più vera: Megadeth come continuità definitiva tra due vite artistiche che hanno scritto il DNA del thrash metal americano.
E infatti questo album suona come un compendio consapevole. È vario, stratificato, mai scontato, e soprattutto, cosa non banale, è un disco molto melodico: non perché ammorbidisca la colta rabbia del main-man, ma perché la rende più “definitiva”, più matura, più leggibile… più indifesa. C’è come un respiro largo, da bilancio finale che convive con la tecnica e con l’aggressione tecnica, sempre raffinatissima, anche quando più ‘in your face!’ Da un lato emergono brani volutamente immediati, quasi da presa diretta, come “I Don’t Care” e “Let There Be Shred”: catchy nel senso migliore, efficaci, memorabili, pensati per ricordare che i Megadeth sanno ancora essere diretti e trascinanti quando vogliono. Dall’altro, si alzano episodi più evoluti, eleganti, strutturati, a tratti raffinati, come “Tipping Point” e “The Last Note”, dove la scrittura sembra puntare meno sul colpo secco e più su un’architettura ampia, su un controllo compositivo da band “storica” nel senso più pieno del termine.
Il cuore del disco resta però la sensazione che Mustaine stia ripercorrendo l’intera traiettoria della propria vita musicale attraverso ciò che gli è sempre appartenuto: i riff e la melodia. Riff affilati, contorti, aggressivi, ma anche quelli su cui evidentemente si è divertito di più; frammenti che richiamano epoche diverse senza bisogno di citazioni sfacciatamente esplicite, perché la percezione è immediata: Megadeth sembra raccogliere il meglio di ciò che Mustaine è stato e rimetterlo in forma attualizzata, con lucidità. La melodia è distribuita alla grande, centrando l’obiettivo di rendere unici e fruibili tutti i brani, anche quelli più strutturati. E poi c’è un dettaglio che rende tutto più umano e più “finale”: la sua (famigerata) voce. Qui si percepisce una vena di rilassata accettazione. Mustaine canta come uno che non deve più dimostrare nulla e proprio per questo risulta totalmente credibile. Dentro il suo timbro ruvido e inconfondibile, si avverte una sorta di riconciliazione: con se stesso, con la propria storia, perfino con il mondo. Non è resa: è consapevolezza. È personalità che non ha più bisogno di urlare per esistere.
La formazione, relativamente stabile negli ultimi anni, contribuisce a dare al disco una coesione rara, compatta, “da band vera”, con Dirk Verbeuren epocale alle pelli. Anche Teemu Mäntysaari si inserisce senza spezzare l’equilibrio e in generale la resa strumentale è eccellente: per precisione, impatto, solidità (…alla fine riesce a coronare il sogno di mettere firma come musicista ufficiale nella Storia di questa band). Proprio per questo, forse, viene da pensare che un disco migliore, nel contesto umano e storico attuale, sarebbe stato difficile farlo. L’unico punto che, con grande rispetto, resta sul tavolo dell’analisi riguarda alcune sezioni soliste. In diversi passaggi sono ispirate e perfettamente funzionali; in altri appaiono un po’ più scarne, meno profonde sul piano melodico e architetturale. Non è solo un confronto inevitabile con l’era Friedman (apici irripetibili), ma anche con la forza identitaria portata da Kiko Loureiro (…o Al Pitrelli o Glen Drover che siano): qui, in certi momenti, si è in linea, in altri meno. E se davvero siamo davanti all’ultimo disco (ahimé così sembra anche se la Storia ci insegna a non dar nulla per scontato…), un guizzo in più, un solo davvero “da pietra miliare” in più, avrebbe chiuso il cerchio con ancora più magia.
Resta comunque un fatto: “Megadeth” è la fine di un’era e allo stesso tempo il modo più dignitoso di chiuderla. I Megadeth, del resto, hanno già dimostrato di saper segnare passaggi storici: con “Rust in Peace” nel 1990 non solo raggiunsero un apice creativo assoluto, ma fissarono un punto di non ritorno nel metal, proprio mentre il mondo stava cambiando e nuove correnti avrebbero trasformato tutto. Se Mustaine riuscirà ancora una volta a lasciare un segno di cambiamento, lo dirà il tempo. Ma oggi, con “Megadeth”, ciò che resta è un testamento di vita artistica: la firma finale di una delle band più grandi del thrash/speed/heavy metal e di una delle personalità più coerenti, contraddittorie, polemiche e autentiche che il metal abbia mai visto… e da rispettare profondamente.
E, simpatico o no che sia, quella sua coerenza è il sale che tiene viva la leggendaria qualità del metal, da decenni.





