Recensione: Mendacium

Forti di una lunga carriera alle spalle, nonché di una certa dose di esperienza in materia di produzioni discografiche, gli Evoken giungono a pubblicare il loro settimo full-length, “Mendacium“, a ben sette anni di distanza dal precedente lavoro in studio, “Hypnagogia”.
Un periodo di tempo piuttosto lungo, durante il quale la band statunitense è ritornata un po’ sui suoi passi, ripiombando nella più fitta oscurità del funeral doom. Certo, nell’opener-track “Matins” non si placano i rigurgiti provenienti dal death metal, durante i quali, addirittura, il drummer Vince Verkay sfocia la sua oppressione nel rovente calderone ove ribollono i blast-beats.
“Mendacium“, che è un concept-album, racconta la storia di un anziano monaco benedettino del XIV secolo, affetto da una malattia che gli impedisce di lasciare la stanza all’interno del suo monastero. Così, la sua fede e il suo servizio a Dio non trovano distrazioni. La salute, in lento declino, conduce il monaco a incontrare un’orribile entità. Vien da sé la domanda: «il tormento di questo monaco, ogni ora che passa, è inflitto da questa entità o è tutto nella sua mente?».
A parte gli scatti ritmici sopra menzionati, il combo del New Jersey è completamente immerso in un oceano cupo se non addirittura nero, in cui muovere gli arti per manovrare gli strumenti diventa estremamente faticoso per via della consistenza melmosa delle oscure acque. In tali occasioni, più facile da rinvenire nelle due suite “Lauds” e “Sext“, si prova una sorta di orrore primordiale, dovuto a ciò che non si può vedere a causa del buio.
John Paradiso affonda le sue linee vocali nell’orribile mota, trascinandosele dietro sì che suonino sia come un growling soffuso ma incisivo, sia come clean vocals atte a declamare editti medievali più che a cantare le parole dei testi. Solo esse basterebbero a ammantare di gelo catacombale il disco ma è forse con le chitarre soliste manovrate dello stesso Paradiso e da Chris Molinari che questo gelo penetra il più profondamente possibile nelle ossa. Gelo da funerale piovoso in un inverno gelido, ghiacciato, innevato.
Per rendere il tutto ancor più allucinante e inquietante, i Nostri hanno avuto la buona idea di inframmezzare l’infinito con due brani strumentali. “Prime“, dal profumo odoroso di terre d’Oriente, “Vesper“, impregnata di tastiere dai toni angosciosi, che rammenta, un poco, certe partiture più nebbiose dei Tangerine Dream quando, forse, i membri della compagine di Lyndhurst non erano neppure nati. Il che trasporta nel presente certe sensazioni riconducibili a paure ancestrali, quando l’Uomo era preda come le altre prede.
In “Mendacium” non c’è alcuna situazione musicale che, istintivamente, conduca alla speranza. Tutto è morto. Mare morto, Terra morta. Alberi morti. Vegetazione morta. In uno stato di avanzamento che non ammette i dubbi: gli Evoken, con loro insostenibile pesantezza musicale, offrono una raggelante soluzione per schiacciare le piantine della vita nascente prima che essa si sviluppi troppo rapidamente.
Le otto song che compongono l’LP, con il loro spirito letargico, sono incastrate le une alle altre per fornire, assieme, all’unisono, il richiamo verso il luogo dell’eterno riposo. Una cripta, una semplice ricopertura di pietre, un cassa da morto. Non importa la veste del contenitore, giacché il sound del platter sembra sia stato concepito in epoche remote, non remotissime sino a discendere la linea temporale quando sono nati i Candlemass, portando nelle sua bisacce anche un pizzico di melodia (“None“). L’odore di muffa, di vecchio, di stantio si percepisce distintamente. Anche se tali effluivi non raggiungono l’intensità del death metal, sono comunque più che sufficienti a delineare uno stile piuttosto personale ma soprattutto aderente alla filosofia artistica del quintetto a stelle e strisce.
Benché in esso sia presente un’importante fonte lisergica, “Mendacium” si trattiene, quasi, per assommare brani di una visibile linearità, puliti, accessibili ai più anche senza troppa preparazione di base nello studio dei dettami del genere musicale affrontato. Per questo, grazie all’innegabile talento gli Evoken nel saper ideare lugubri scenari che si possono toccare con mano, il viaggio underwater / underground che, da “Matins” porta a “Compline“, comporta uno sprofondamento totale nella propria mente. Esattamente come accadeva al monaco protagonista delle tematiche sopra descritte. Un caso?
Daniele “dani66” D’Adamo

