Copertina di Mið dei Enslaved
Recensione Black · Album · 2026

Enslaved Mið

di Paolo Fagioli D'Antona 2 Novembre 2026 - 12:00
Band
Enslaved
Tipologia
Album
Etichetta
Nuclear Blast
Genere
Black
Anno
2026
Nazione
Norvegia

Trentacinque anni di carriera, diciassette album pubblicati; gli Enslaved continuano a confermarsi come una delle band più longeve e prolifiche del panorama black/progressive black di sempre. Allo stesso modo è una band che ha saputo confermare decade dopo decade una qualità media a livello di produzione musicale davvero invidiabile.

Mið arriva a tre anni dal suo predecessore e si presenta con un termine che nella vecchia tradizione nordica significa “centro”, espressione che oltretutto viene raffigurata in quello splendido biglietto da visita rappresentato dalla copertina del platter. Arrivati al diciassettesimo parto in studio la band di Bergen è ancora pronta a regalarci nuove soprese per un disco che a detta della band rappresenta una nuova avventura sonora ma anche un nuovo inizio di un percorso che potrebbe continuare con le release dei prossimi dischi. Stavolta la band ha fatto le cose in maniera diversa rispetto al passato con nessuna idea già pronta prima della fase di produzione del disco ma al contrario, dei musicisti che si sono radunati tutti assieme direttamente in sala d’incisione per ritrovare l’alchimia musicale tra i componenti e per scambiarsi quelle idee che poi piano piano avrebbero costruito il castello sonoro di Mið.

Insomma un approccio più diretto e più “live” per un disco che mescola perfettamente le atmosfere gelide del black metal primordiale degli albori del gruppo norvegese, senza scordarsi della sua vena più ambiziosa, progressiva e cinematica che la band ha fatto sua con estrema maestria. È un disco questo qui che trasuda di atmosfera, improntato sull’idea di come il passato e la tradizione possano accendere una luce sulla comprensione del presente. Allo stesso tempo è un album che celebra la tradizione norrena avvalendosi spesso di simbolismi e metafore proprio come accade nel brano Tree Of Ages, uno dei nostri preferiti; In questo pezzo che trasuda di mitologia e di folklore, l’albero stesso è fonte di tradizioni mitologiche e vecchi racconti, ma offre anche un parallelismo sulla condizione umana e sul percorso della vita stessa. L’albero infatti cresce, prospera, consuma le risorse della terra, offre riparo, ma allo stesso tempo talvolta viene avvelenato da quella stessa terra che lo ha sorretto e quindi appassisce, muore… e nonostante l’orologio biologico preveda per esso una vita che può oltrepassare anche i mille o i duemila anni, certamente i parallelismi con l’essere umano non mancano.

Tales Of The Trees parte con un intro di batteria che poi viene sorretto dalla band per un inizio di brano che suona glaciale, ma che presto grazie al meraviglioso lavoro fatto sui synth si arricchisce di atmosfere più calde e rassicuranti con tanto di voce in pulito -will we once again remember the dreams from our wake?- ma ecco che dal sogno si torna alla realtà e ai riferimenti alla natura più spoglia e scarna, mentre il lato più primitivo del suono viene scandito con quel “the branches, the roots…”. Già, perché la natura per quanto meravigliosa e affascinante può anche essere cruda e spietata e gli Enslaved nella loro musica riescono pienamente ad offrire all’ascoltatore questa dualità.

Il disco parte con un intro da poco più di un minuto Non-Being, un brano che si presenta scarno, con questi echi glaciali per poi arricchirsi con una dolce chitarra acustica. Ancora una volta viene presentato all’ascoltatore l’essenza della dualità della natura; da un lato quello rassicurante e caldo rappresentato dalle chitarre… ma dall’altro ecco che in sottofondo gli echi della tempesta danno quel senso di tranquillità “illusoria” o “apparente”, in un contesto dove tutto può cambiare da un momento all’altro.

I Am Ice come da titolo è il pezzo più glaciale e tipicamente black metal del lotto, arricchito dalla presenza di un guest, Johan Sara Jr, per un brano che parte con un vibe quasi tribale per poi spingersi verso territori più legati agli albori della band. Blast-beat e chitarre la fanno da padrona con dei riff sferzanti quasi a voler simboleggiare il gelo e la forza della tempesta nordica che si scaglia contro i nostri corpi inermi. Interessanti gli “swirl” di tastiera nel bel mezzo del pezzo che donano un vibe progressivo al tutto.

Ma quello spirito onirico e tribale di cui abbiamo già parlato trasuda ancora di più nel brano “quasi strumentale” Spirit Helper con tanto di special guest, Kevin Kicking Woman, più precisamente un nativo americano della tribù dei Blackfoot che offre dei vocalizzi che suonano quasi come una preghiera. Un pezzo questo che preso a se stante non convince ma che ha la sua rilevanza nell’economia dell’album fungendo quasi come intermezzo tra due brani impegnativi come Mountain e Parting.

Il primo pezzo accennato parte delicato, ancora una volta con delle chitarre arpeggiate e una calda voce in pulito che le accompagna. La composizione funziona molto bene anche grazie a dei layer di synth che costruiscono un’atmosfera mistica e sognante mentre d’improvviso il brano si ferma e si trasforma in una nuova veste dove dei riff elettrici, cadenzati ma pesanti e d’impatto (accompagnati dal growl), donano al pezzo un finale più “groove oriented”. Non si accelera mai in pieno stile black metal ma anzi, la sensazione è quella di avere più una sezione di brano che si avvicina al sound dei Mastodon piuttosto che a quella di una composizione strettamente progressive black.

Dopo il confine delineato dal fiume chiamato Spirit Helper di cui abbiamo parlato, si passa all’altro brano accennato, ossia Parting che si presenta con una meravigliosa sezione di pianoforte ancora una volta sorretto da dei synth che assieme a degli echi distanti donano a questo inizio di brano un impatto atmosferico ed emotivo importante. Ancora una volta il tocco folkloristico della chitarra acustica arricchisce il tutto prima che la composizione entri verso una sezione più heavy. Le atmosfere si fanno sempre più tese e tirate, direi quasi crepuscolari, mentre quegli echi e quelle chitarre acustiche ricompaiono in uno stacco dal sapore alquanto mistico. Interessante anche l’assolo di chitarra che svetta dall’oblio come fosse un lamento della natura in tempesta prolungandosi per quasi un minuto. C’è anche il fattore della dualità vocale e dello “switch” tra il growl e il pulito che offre al disco un altro punto a suo favore, mentre parlando di brani più sferzanti Solar Will posta come terza traccia ci offre quel lato più muscolare della musica degli Enslaved e quelle venature black metal che tanto abbiamo amato sentire da questa band nel corso della sua lunga carriera per un pezzo che risulta assolutamente vincente nel suo incedere. Le sfuriate in growl qui sono assolutamente viscerali, regalandoci un altro assolo di ottima fattura. I Miðju chiude l’album con i suoi sette minuti in cui i nostri ci offrono un buon compromesso tra le atmosfere più sferzanti dei primi pezzi del disco e i tratti più melodici e ricercati della parte centrale dell’album. Assolutamente epica la sezione sul finale accompagnata da quel “ride with the storm!” intonato in maniera tuonante, mentre il brano si affievolisce accompagnandoci per mano verso un finale ancora una volta acustico. La tempesta si è placata… il viaggiatore è finalmente giunto al suo riparo che di certo non sarà la sua destinazione finale, ma l’inizio di un nuovo percorso fatto di insidie e nuovi territori inesplorati.

In conclusione Mið è un disco conciso, da appena quaranta minuti, che ci offre ancora una volta il lato più ambizioso di una band che in termini qualitativi nonostante una lunga carriera non si vuole di certo sedere sugli allori. Un album questo che trasuda folklore e misticismo, tradizione ed epicità, per delle sonorità che mischiano al lato più primitivo e black metal degli Enslaved quello più ambizioso e ricercato, donandoci quel senso di dualità che potrebbe rappresentare un perfetto parallelismo con la natura; la sua forza distruttiva da un lato e il suo calore e il suo fascino incontaminato dall’altro. Mið non sarà un capolavoro, né un disco che farà cambiare idea a chi gli Enslaved non li ha mai digeriti, ma rappresenta un altro solido tassello di una discografia impressionante in termini di qualità media. Certo non è un disco che racchiude dei picchi qualitativi a livello di quelli partoriti su album come Below The Lights o RITIIR, ma certamente possiamo dire che nel panorama odierno sono poche le band che al diciassettesimo disco riescono a sfornare un prodotto di questa qualità media.

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