Recensione: Mirrors and Screens

Di Marco Catarzi - 11 Febbraio 2021 - 8:08
Mirrors and Screens
Band: Anthenora
Genere: Heavy 
Anno: 2020
Nazione:
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72

Nati a fine anni Ottanta e dopo tre demo prodotti nel decennio successivo, a cavallo del Duemila gli AnthenorA hanno intrapreso con successo l’attività di cover band degli Iron Maiden a cui si è affiancata anche una collaborazione live con Nicko McBrain. Nel 2002 L’EP The General’s Awakening precede The Last Command (2004), primo full-length di inediti, seguito da altri due album (Soulgrinder e The Ghosts of Iwo Jima). Dopo un’attesa di dieci anni ritroviamo finalmente la band piemontese con questo Mirrors and Screens per la sempre più attiva Punishment 18 Records.

A dispetto dei trascorsi, gli influssi della “Vergine di ferro” non sono così evidenti, se non in alcuni assoli e in rari fraseggi. Il sound proposto è un classico heavy metal, che trova le fondamenta nelle storiche band del genere e nella NWOBHM, rinnovandosi grazie a una produzione che non guarda al passato, ma si pone con forza al passo con i tempi, senza per questo aver bisogno di sfociare in sentieri power metal. Se proprio vogliamo trovare un nome, a tratti emerge qualcosa dei Saxon della seconda parte di carriera, anche se gli AnthenorA procedono spediti per la loro strada, pur muovendosi su sonorità decisamente tradizionali.

Dopo una breve intro arpeggiata, Tiresias mostra le migliori caratteristiche dell’intero disco: attacco potente, chitarre veloci, melodie sia nei refrain che nei cori, con la voce di Luigi Bonansea che si erge potente a condurre il pezzo. Alive presenta parti cadenzate ed evocative, scelte vocali che alternano aggressività e toni più soffusi, con accelerazioni di batteria che ne rafforzano l’andamento. La granitica 30th si muove su tempi medi, crescendo nel fraseggio. Canzoni costruite in modo “classico”, ma tutt’altro che scontato. A volte qualche elemento appare troppo insistito, soprattutto nei cori, ma la perizia strumentale è sempre messa al servizio del songwiting. Digital Feelings, è uno dei brani migliori, con melodie di grande efficacia e una prestazione al microfono incisiva, sorretta dalla forza della sezione ritmica. Menzione speciale per le chitarre di Stefano Pomero e Gabriele Bruni, artefici di un lavoro di gran livello su tutto l’album, sia in fase ritmica sia solista.

In Mirrors and Screens, rispetto alle precedenti prove discografiche, percepiamo una maggior ricerca delle melodie, evitando qualsivoglia tentazione epico-sinfonica, rimanendo comunque ancorati a una ruvidezza che ricorda certo heavy metal americano di scuola eighties.

Ritmi veloci e arrembanti, oltre a una “teatralità” vocale, caratterizzano Funny Fricky Killer, mentre Bully Lover è una ballad con soluzioni care al Dickinson solista, non esente però da cali di tono. Low Hero stupisce con le sue aperture verso l’AOR che riportano al miglior Zeno Roth. No Easy Way Out torna su territori più metallici, tra arpeggi e rallentamenti, che danno spazio a una vocalità sofferta, per poi sfociare in una maggiore velocità. Proprio la prestazione di Luigi Bonansea si mostra sempre più sicura col procedere delle canzoni, e se Like si muove tra heavy metal e hard rock, Peter Pan ha un approccio al riffing di scuola Judas Priest, tra aggressività e refrain trascinanti. In chiusura troviamo No… So What e War & Peace, che introducono assonanze con certo metal melodico nordeuropeo.

Il grande pregio degli AnthenorA è suonare Heavy Metal non “imitando” l’attitudine di chi lo suonava negli anni Ottanta, tenendosi così ben lontani dalle paludi in cui si perdono le “nuove” leve della NWOTHM. Dietro un suggestivo artwork che rifugge facili cliché, Mirrors and Screens cresce con gli ascolti, e mostra le varie sfumature di cui si compone. Una bella conferma per una band in attività da più di trent’anni. Se volessero spingere maggiormente sulle componenti aggressive del proprio sound potrebbero riservare più di una sorpresa nelle prossime uscite discografiche.

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