Recensione: Mother

Di Alessandro Marrone - 26 Marzo 2020 - 5:00

Che lo spettacolo abbia inizio. È prevista per il giorno 27 marzo l’uscita del settimo disco degli In This Moment, band nata e sviluppata per vivere on the road, esattamente come le migliori e più ispirate compagnie teatrali del secolo scorso. Il loro è uno spettacolo che coglie i cinque sensi e sorretti dall’incredibile presenza scenica della cantante Maria Brink, eleva il comparto musicale e le accattivanti melodie composte dal chitarrista Chris Howorth grazie ad un contributo visivo capace di imprigionare l’ascoltatore e trascinarlo all’intero di un viaggio tormentato dall’ammaliante canto della sirena che tiene le redini della band. Dopo l’acclamato Ritual del 2017, Mother è il capitolo che ancora una volta rappresenta una sfida per un gruppo che avendo ormai raggiunto la propria posizione da headliner ha il duro compito di rispettare le sempre più elevate aspettative dei propri fan e, come è giusto che sia, di accaparrarsene di nuovi, il che non fa male neppure ad una realtà che vanta milioni di ascolti e visualizzazioni sulle piattaforme digitali, uno dei tanti modi utili per avvicinarsi all’universo burlesco degli In This Moment.

Il breve interludio iniziale (The Beginning) è immancabile e mai come in questo caso permette di oltrepassare quel sottile confine che sino a pochi attimi fa ci divideva da questo mondo invisibile a chi non ha occhi per vedere e orecchie per sentire. Rullo di tamburi, o meglio dire di timpani, e la voce di Maria è quell’appiglio famigliare e tuttavia malinconico che ci guida verso il volo dell’aquila di Fly Like An Eagle, un brano che non ha fretta di mostrare forme convenzionali e anzi indugia giocando a una sorta di nascondino tra la singer e l’ascoltatore, il tutto accompagnato da una parte strumentale elettronica e che contribuisce nel creare l’attesa per il prosieguo del nostro percorso e lasciare spazio a The Red Crusade, un brevissimo ponte che ci avvicina al cuore di Mother, anzi esattamente In-Between. È tardi per voltarsi indietro e Maria Brink lo sa bene, proprio per questo non indugia oltre e mostra il suo tratto più distintivo, ovvero quella incredibile capacità di massacrare le corde vocali mantenendo allo stesso tempo un elevato tasso melodico, creando uno degli episodi migliori dell’intero disco che tra parti più sommesse e introspettive e altre più esplosive lascia presagire che si tratta di uno di quei brani che catturano le masse, stregano la folla e fanno in modo che tutti gli occhi siano puntati dritti sul palco, su di lei.

Siamo nel pieno dell’atto principale – giusto per restare in tema – e Legacy arriva a ruota, battendo il tipico ferro sinché è caldo. Dopo un primo minuto reminiscente dei Pink Floyd di The Dark Side Of The Moon, si delinea una struttura più tradizionale, sorretta da un synth che tratteggia un background onirico, una batteria che tiene il tempo nella maniera più semplice ma efficace possibile e la voce della Brink che assume il compito di muoversi tra mood differenti e dare il via a una breve ma piacevole parte di chitarra solista. Tu-tu-pa tu-tu-pa – questa la conoscono anche i sassi. We Will Rock You, hit dei Queen rivisitata e parzialmente stravolta dai nostri, con il supporto di due altre istituzioni in ambito rock/metal in rosa, ovvero Lizzy Hale e Taylor Momsen. Chiamatelo tributo di metà spettacolo o come più preferite, ma spezza bene lo script e aggiunge un pizzico di colore dentro un tema sino ad ora prevalentemente cupo e buio. La title-track – Mother – viene inserita esattamente a metà disco e apre uno sguardo sul lato più dolce delle note degli In This Moment. Più scontato se vogliamo, ma in grado di perseverare nel cammino introspettivo di un disco che mai avrei immaginato potesse essere così in grado di conquistarmi sin dal primo ascolto. Lo stesso dicasi per As Above So Below, che dalla sua abbraccia in maniera più consistente la vocazione della band per un metal moderno e melodico. Born In Flames torna invece a preferire i lati più tormentati dell’animo della cantante, sempre sugli scudi e capace di dirottare l’ascoltatore nella direzione che più preferisce.

Arrivati a questo punto sentiamo il bisogno di ripercorrere questo magnifico viaggio musicale dal principio, ma ci vengono riservato ancora 5 brani, così proseguiamo con ansia e curiosità attraverso la misteriosa God Is She, la ritmata Holy Man e Hunting Grounds, che vede la partecipazione di Joe Cotela, il cantante della nu-metal band Ded, probabilmente il passo meno coerente con il resto del disco, più lineare e scontato. Lay Me Down ripristina lo spettacolo sull’indiscusso valore in cui ci ha ormai accompagnato per quasi un’ora di ascolto e getta nelle nostre orecchie la conclusiva Into Dust, dove tutto viene ridotto in polvere. Tutto tranne una delle esperienze musicali più vive e inquiete che possiate trovare su un disco che incorpora una incredibile varietà di generi e stili senza far però notare l’enorme sforzo compositivo messo in opera e arrivando a noi come qualcosa di perfettamente coeso ed emotivamente pulsante.

Con un’attitudine che non nega l’occhiolino a realtà cinematografiche quali American Horror Story, Mother volge al termine e cala il sipario di fronte ad una platea di fan che non potranno che ritenersi soddisfatti per aver staccato il biglietto di questo nuovo capitolo discografico dei propri beniamini. Tutti gli altri scopriranno un lavoro ricco di carattere e che rappresenta al massimo ciò che solitamente viene definito dall’estro di artisti che mettono anima e corpo nella propria espressione. Non un semplice contenitore musicale, ma un vero e proprio stimolatore di emozioni lasciate troppo spesso a intorpidire dietro a canzoni scontate o scritte a tavolino per portare a casa un 6 politico inutile là dove un ascoltatore deve essere trattato come un ricercatore di emozioni e non un semplice recettore della causale per il nuovo incasso. Perdonatemi se mi sono dilungato, forse troppo, ma raramente capita di restare stupiti a tal punto da voler assolutamente trasmettere tutte le mille sfaccettature di un album. La voce e la grinta espressiva di Maria Brink è in grado di farti piangere e provare gioia e liberazione nel medesimo millisecondo. Mother è capace di qualcosa di sempre più raro, emozionare. Credo non serva aggiungere altro.

 

Brani chiave: Fly Like An Eagle / Legacy / Mother

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