Recensione: Musique

Di Marco Tripodi - 6 Gennaio 2021 - 8:00
Musique
Etichetta: Nuclear Blast
Genere: Industrial 
Anno: 2000
Nazione:
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87

Ci avevano lasciati nel 1998 con una sublimazione assoluta e perfetta della loro miscela gotica diluita nei solchi di “Aegis“, album meraviglioso che consacrava i norvegesi Theatre Of Tragedy nell’olimpo del genere, dopo due lavori più prettamente doom-death ed il successivo “Aegis” appunto, che elaborava in modo ancora più barocco e sensuale quella formula, dandole una nuova veste, naturalmente fatta di pizzi, merletti e trasparenze erotico-decadenti (“A Flower In Decay“, avrebbero detto quattro anni più tardi gli olandesi Officium Triste, epigoni dei T.O.T.). Il nuovo millennio aveva bisogno di qualcosa di più innovativo, ancora uno scatto in avanti da parte di questa band che pareva a tutti gli effetti correre una gara in solitaria, senza che nessuno potesse reggerne il passo o condividerne lo sguardo lanciato nel futuro. Rispetto alla formazione di “Aegis” si passa da 7 a 5 membri, perdendo per strada la chitarra di Tommy Olsson ed il basso di Eirik T. Saltrø; a ben vedere in “Musique” non risulta accreditato alcun musicista per il basso, ampiamente integrato dalla strumentazione sintetica curata da Aspen (keyboards) e dallo stesso Rohonyi (programming, oltre che naturalmente voce maschile della band). Sin dalla sua conformazione “Musique” si palesa come qualcosa che va in una direzione diversa. Completamente diversa, e quel “completamente” fa una enorme differenza. La sua pubblicazione il 2 ottobre del 2000 fu un vero fulmine (elettronico) a ciel sereno. I fan della prima ora del Teatro avrebbero stentato a riconoscerlo e chi non lo aveva mi ascoltato (ma magari ne aveva sentito parlare come di una valida band gothic metal) sarebbe rimasto altrettanto sorpreso dal sound offerto da “Musique“, emblematico sin dal titolo, totale, universale, ambizioso. Il punto era: farsi obliterare dalle onde sonore emanate dalle casse dello stereo, scioccati dalla furia iconoclasta ed avanguardista, oppure immergersi nel flusso e cercare di risalirne il codice binario fino alla matrice, per assaporare a pieno la nuova essenza dei Theatre Of Tragedy e oltrepassare con loro il punto di non ritorno? La scelta che ogni ascoltatore ha dovuto compiere lungo quei 45 minuti è stata esattamente questa e, quale che sia la direzione intrapresa, sarà certamente un momento che si porterà dietro per tutta la vita, come accade nei momenti spartiacque dove il “dopo” differisce radicalmente dal “prima”.

 

Musique” è un album immenso e, a pensarci bene, non sarebbe stato lecito aspettarsi niente di meno da una band che comunque, sino a quel punto, non aveva partorito nulla che non fosse tale in carriera. Certo, bissare la grandezza di “Aegis” era un’impresa erculea e i T.O.T. avevano deciso di farlo in maniera sottile ed estremamente intelligente, ovvero non inseguire una copia carbone di quell’album, ma impiegare il proprio talento in una direzione alternativa, più in sintonia con lo zeitgeist del volgere del millennio, con la tecnologia sempre più pressante alle porte degli studi di registrazione e sempre più pervasiva nella vita quotidiana delle persone. Emblematico il fatto che la tracklist si apra proprio con una canzone (fantastica) chiamata “Machine“. Zero fronzoli, zero introduzioni, zero approcci in crescendo per far abituare l’ascoltatore, benvenuti nel mondo delle macchine; si preme play e un secondo dopo si è risucchiati nei cavi elettrici che costituiscono la nuova rete neuronale dei norvegesi. Solo un attimo prima si era assorti a contemplare l’enigmatica copertina dell’album (che perlomeno cromaticamente ricorda non poco quella di “Ok Computer” dei Radiohead…. per fortuna solo cromaticamente), un digipack dai colori freddi e glaciali, con appena qualche frase estrapolata da ogni song ed un clima generale di impenetrabilità ed ermetismo. E’ tutto sintetico in “Musique“, la musica, l’attitudine della band, il packaging, le emozioni che il sound vi farà provare. C’è anche una estrema varietà nella scaletta, omogenea per stile ma assai stratificata per sfumature all’interno di un calderone di microchip coerenti e consequenziali tra loro. La sinergia tra la voce di Rohonyi (oramai totalmente libera dal growling) e quella di Liv Kristine (perfettamente a suo agio in questo contesto sovente più orientato all’electro-pop-wave che al metal) diventa insidiosa e pungente; il binomio non è più quello della bella e la bestia, bensì quello tutto cyberpunk tra due personaggi di Strange Days, la voce meccanica di un computer e quella di una ambigua silhouette femminile, suadente ed ammiccante, della cui natura non siamo affatto certi (…..donna o macchina? O forse entrambe le cose? E dopo tutto…. avrebbe importanza?).

 

Pezzi come “Fragment“, “Reverie” o “Space Age” (cantata in lingua russa, tant’è che il titolo esatto è “Космическая эра”) incupiscono notevolmente il mood rispetto alle più frizzanti e sbarazzine “Image” (una vera e propria hit da classifica), la bonus track “The New Man” o la stessa title track (una gemma di bellezza abbacinante). Altrove, composizioni come “Retrospect“, “Radio” o “Reverie” (curiosamente tutte con la erre) si incaricano di gettare un ponte tra le due anime, solitamente rischiarando le ombre con chorus illuminati, naturalmente appannaggio di Liv Kristine (che tuttavia appare anche nelle strofe).  “City Of Light” , “Commute” (contenente una citazione/omaggio ai Kraftwerk di “It’s More Fan To Compute” che qui diventa “It’s More Fun To Commute“), “Crash/Concrete” invece hanno il marchio più pesante delle chitarre, rimettendo i Theatre Of Tragedy sui binari di un sound decisamente più prossimo all’industrial metal. Ciò che non sfugge a nessuna traccia presente sull’album è la potenza sprigionata e l’estremo fascino, sinuoso e a tratti anche inquietante, dunque – come detto in precedenza – si tratta in fin dei conti degli stessi elementi di fondo che appartenevano ad “Aegis” ma declinati in un’epoca storica progredita diversi secoli in avanti, come se dal Romanticismo ottocentesco fossimo stati proiettati in un futuro hi-tech e distopico. A mantenerci umani ci pensa la voce di Liv Kristine, magnete che ci salda al suolo mentre sulle nostre teste sfrecciano astronavi roboanti, il cui metallo scintilla riverberando mille lune e gli anelli dei pianeti circostanti. Uno skyline alienante e allo stesso tempo intrigante, che i Theatre Of Tragedy nel 2000 avevano visto per primi e al quale ci avevano introdotto con tutti i pericoli di cui debbono farsi carico i pionieri, in primis quello di essere incompresi ed additati come inadeguati. Per chi continuava ad andare in cerca delle sonorità orrorifico-shalespeariane di “…A Distance There Is….” o di quelle vampirico-decadenti di “And When He Falleth” (mai rinnegate dalla band, tant’è che estratti dai primi album continueranno ad apparire regolarmente in tutti i live, fino allo split), “inadeguati” è probabilmente l’aggettivo più negativamente attribuito ai nuovi Theatre Of Tragedy. La band contava sulla maturità della propria fan-base (scommessa sempre pericolosa….) e sulla possibilità di acquisire nuovi estimatori, visto che – al netto di un interlocutorio album dal vivo pubblicato nel 2001, “Closure: Live” –  due anni dopo “Musique” arriverà “Assemmbly“, ulteriore orma lasciata nel futuro, nonché dimostrazione di personalità per una band incompatibile con il concetto di stasi.



Marco Tripodi

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