Recensione: Nell’abisso del mio io
Nell’abisso del mio io dei Wojtek è un disco che sembra nascere da una domanda antica: “cosa resta dell’uomo quando vengono meno le maschere con cui si presenta al mondo?”. La risposta non arriva sotto forma di teoria, ma di suono. Un suono pesante, stratificato, spesso soffocante, che scava più che colpire. L’abisso evocato dal titolo non è soltanto una metafora psicologica. È uno spazio letterario e filosofico. Viene in mente il viaggio interiore di Dante nelle profondità dell’Inferno, ma anche quel “conosci te stesso” che attraversa tutta la cultura occidentale e che qui assume contorni più dolorosi e contemporanei. I Wojtek non cercano una redenzione; sembrano piuttosto interessati a osservare ciò che emerge quando si smette di distogliere lo sguardo.
La scelta dell’italiano contribuisce a rendere il disco più vicino e più tagliente. Le parole non sono più un elemento accessorio della composizione, ma diventano parte della ferita che la musica continua ad aprire. Lo sludge e il post-hardcore della band non funzionano come semplice esercizio di stile: diventano il linguaggio necessario per raccontare una frattura interiore. In questo senso, Nell’abisso del mio io ricorda certe pagine di Cesare Pavese, dove il conflitto più drammatico non è con il mondo esterno, ma con la propria coscienza. Anche qui il vero antagonista è il sé, osservato senza indulgenza e senza possibilità di fuga.

L’EP dura poco, ma lascia una traccia persistente. Non perché offra soluzioni o messaggi consolatori, bensì perché riesce a tradurre in musica quella sensazione di smarrimento che appartiene all’esperienza umana da sempre. È un lavoro che chiede ascolto e attenzione, e che trova la propria forza proprio nella capacità di non semplificare il disagio.
In alcuni passaggi la band richiama l’approccio claustrofobico di certe produzioni sludge contemporanee, ma riesce a mantenere una propria identità grazie all’uso della lingua italiana.
Quinta uscita discografica per questa band padovana, il 16 aprile 2025 è uscito Nell’abisso del mio io. La puntina comincia a sfregare sul vinile, da subito si intuisce cosa si sta ascoltando. Hardcore, crossover e sludge condito da testi in italiano (scelta molto azzardata e comunque recente) e tanta rabbia.
L’opener E quando il sole si spegnerà, saremo noi a bruciare il cielo la dice lunga sul senso di frustrazione e violenza sonora e tra le liriche. Il brano fa da apripista e funge da singolo con un relativo Lyric Video (realizzato da Leonardo Amati e dal chitarrista della band Riccardo Zulato) semplice, ma coerente.
Preziosa vendetta è un urlo sfrontato, un manifesto sonoro nonché marchio di fabbrica dei nostri. Per certi versi, con un po’ di fantasia, questo primo brano aiuta a ricreare mentalmente l’immagine del Wojtek, nome preso in onore di un orso addestrato dall’esercito polacco durante la Seconda Guerra Mondiale. Il monicker della band, per quanto meritevole d’interesse, purtroppo risulta molto diffuso e utilizzato per più progetti musicali di vario genere.
Il timbro vocale del nuovo frontman Leonardo Amati ricorda in alcuni punti il buon vecchio Rob Zombie e il sound, neanche a dirlo, risulta grezzo, sporco ma allo stesso potente (le chitarre ricordano la versione ’90 dei mitici Seps), complici anche Simone Carraro al basso e Francesco Forin alla batteria.
Così in Veleno d’ombra i ritmi si fanno anche cadenzati, seppur sempre pregni di massiccia violenza sonora. Il guitar work risulta interessante soprattutto nelle strofe e si alterna dinamicamente molto bene col resto della struttura.
Chiude il platter Specchio. Un mid tempo dove l’uso delle rime è ormai abbandonato. Qui troviamo solo odio e ombre, seppur in fondo il messaggio della band è tutt’altro che negativo. Questo brano è tra i momenti più riusciti dell’EP e rappresenta forse il punto più alto della tensione emotiva del lavoro, grazie a un equilibrio efficace tra aggressività sonora e introspezione lirica.
Il motto “Sei tutto ciò che odiavi”, è semplicemente la degna chiusura di un mini che vuole lasciare il segno, sgomitando tra prodotti di gran lunga più patinati. Più che un semplice EP sludge/post-hardcore, Nell’abisso del mio io è una breve esplorazione dell’identità contemporanea: cupa, inquieta e sorprendentemente lucida.
