Recensione: Not For The Squeamish

Di Michele Carli - 31 Gennaio 2011 - 0:00
Not For The Squeamish
Band: Tombstones
Etichetta:
Genere:
Anno:2010
Nazione:
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55

Stevo è un personaggio per il quale nutro da sempre grande stima. Non per la sua abilità con il basso – mai arrivata oltre il livello base, a quanto ci è dato di sapere – ma per la sincera, genuina passione che riesce a trasmettere in ogni suo lavoro, più da fanatico appassionato che da musicista. Mi basta pronunciare il nome della sua vecchia band, gli Impetigo, per ritrovarmi trascinato di peso, con una facilità disarmante, in un mondo di morti viventi, di tribù di cannibali assaggiatori di vecchi attori-ora-parlamentari e maniaci assassini muniti di mannaia. La notizia del suo ritorno in campo ha quindi attivato in me un moto di gioia e aspettative altissime. Il problema, come purtroppo succede spesso, è che le alte aspettative raramente vengono soddisfatte.

I Tombstones nascono, come già anticipato, dal vecchio Stevo alla voce e da un altro paio di loschi figuri provenienti dalla grande famiglia Razorback Records, ovvero Patrick Bruss dei Crypticus alla chitarra e al basso e Elektrokutioner alla batteria, già presente sui dischi di Decrepitaph e Scaremaker. Che i Tombstones fossero un parto diretto della famosa e amata label di Farmingville era palese già prima di aprire la confezione. Ogni centimetro del libretto e ogni dettaglio trasudano amore viscido e viscerale per l’occulto di serie B, per i mostri delle paludi e per i giovanotti disturbati dotati di motosega, tipicamente protagonisti di queste release, con una particolare predilezione per i fumetti horror anni ’50 e ’60.

Il genere proposto è, manco a dirlo, death metal old school, debitore verso mostri sacri come Master, Deceased e Massacre tanto quanto alle influenze del vecchio thrash metal d’annata. Stevo è in forma smagliante: nonostante questa sia la sua prima esperienza in studio dopo il lontano Horror Of The Zombies del ’92 (se non teniamo conto della traccia The Dead Will Walk The Earth, registrata con i Gruesome Stuff Relish), il suo modo di affrontare le tracce è sempre lo stesso. Più che cantare (o meglio, growlare), interpreta i testi in modo quasi cinematografico, impagabile nel ricreare il clima orrorifico e volutamente trash (sì, senza la H) richiesto dal background di riferimento. Purtroppo, i compagni di viaggio che lo affiancano non si dimostrano altrettanto all’altezza. Non tanto il buon Elektrokutioner, con il suo battere quadrato e vagamente monotono, quanto invece il chitarrista Patrick Bruss. I suoi riff soffrono lo stesso problema riscontrabile nei Crypticus: semplicemente, non mordono. Non solo non rimangono impressi, ma sembrano anche in qualche modo fuori contesto, oltretutto ulteriormente limitati dalla produzione, assolutamente non efficace.
Le chitarre, oltre a essere quasi prive di bassi, sono avanti a tutto; il rullante e la cassa della batteria hanno un suono anonimo e secco, affogato nei riffs, e il basso c’è, o meglio, deve essere li da qualche parte, perché c’è scritto nel booklet e io tendo a fidarmi, dei booklet.  Ho sempre subito il fascino delle produzioni low-fi, è bene metterlo in chiaro, ma qui si tratta di suoni davvero scelti male.

Il disco ha comunque i suoi momenti di gloria: il riff principale di Grave Undertakings è ottimo, ben studiato e coinvolgente, come anche le parti di chitarra che compongono Meet The Reaper spiccano decisamente sulle altre. Inoltre, quasi tutte le tracce sono intervallate da una piccola introduzione registrata ad hoc, dove il nevrotico becchino di turno – citazione diretta dei vecchi fumetti di Tales From The Crypt – ci descrive a grandi linee il tema trattato dalla canzone seguente, in modo da introdurci degnamente nell’atmosfera. Sono tutte delle piccole chicche, con le loro truculente descrizioni declamate con tanta passione da far invidia al vecchio Uncle Creepy. Inoltre, per evitare di renderle fastidiose dopo ascolti ripetuti, queste intro sono state separate dalle tracce a cui fanno riferimento, permettendo all’ascoltatore di affidarsi al tasto skip prima di arrivare alla saturazione. Un semplice accorgimento che aveva già dimostrato la sua utilità in Live Total Zombie Gore Holocaust! degli Impetigo.

I Tombstones ci ricordano costantemente, in ogni solco del disco, che il motivo per cui questo album è stato scritto è uno e uno solo: il divertimento. In primis, di chi suona. È un peccato che non abbiano saputo cogliere al volo l’occasione per riportare in auge una delle icone più underground e rispettate del genere e creare qualcosa di veramente grande. Invece, una volta terminato l’effetto nostalgia rimane ben poco con cui pasteggiare, lo dico a malincuore. Speriamo nella prossima.

Michele “Panzerfaust” Carli

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Tracklist:
1. Intro: A Few Tales of Murder… (00:58)
2. Not for the Squeamish (01:50)
3. Interlude: His Most Ghastly Operation… (00:22)
4. Shriek Well Before Dying (03:01)
5. Interlude: Ghostly Tales of Dread… (00:36)
6. A Cold Encounter (01:36)
7. Elixir of Evil (02:00)
8. Interlude: I Hear Your Flesh Crawling Now… (00:30)
9. Meet the Reaper (02:43)
10. Interlude: One for You Grave Dwellers… (00:37)
11. Grave Undertakings (03:17)
12. Roast of the Town (03:05)
13. Horrific Howlings (03:48)
14. Interlude: One More Spooky Scroll… (00:44)
15. Re-ORGAN-ized (02:49)
16. Outro: A Little Warning… (00:47)

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