Recensione: O Hell – Shine in Thy Withed Sepulchres

Di Giuseppe Abazia - 15 Novembre 2011 - 0:00
O Hell – Shine in Thy Withed Sepulchres
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Anno:2011
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Gli Encoffination sono un gruppo doom metal americano, attivi da una manciata d’anni e con alle spalle un full-length e due EP. I componenti sono soltanto due: Ghoat alla voce, alla chitarra e al basso, ed Elektrokutioner alla batteria, e il loro obiettivo è di recuperare le radici più marce e polverose del death-doom per forgiare musica sfibrante, opprimente, che sia in grado di trasportare l’ascoltatore in atmosfere orrorifiche e disturbanti. Il loro è un approccio estremamente diretto e brutale, purtuttavia ancora decisamente acerbo: purtroppo il loro nuovo disco, dal titolo O’Hell, Shine in Thy Withed Sepulchres, riesce solo in parte negli intenti proposti. Ma andiamo con ordine.

Il sound degli Encoffination si presenta come un mix di death-doom e funeral doom. Ci sono l’alone brutale e senza compromessi del death-doom più intransigente e la lentezza monolitica del funeral, il tutto condito da abbondanti dosi di rumore e da un’atmosfera incredibilmente catacombale; la qualità della produzione, inoltre, è volutamente sporca e poco rifinita, e questo dona alla musica un taglio molto grezzo e primordiale. Lo stile vocale è costituito da un growl estremamente profondo, a tratti quasi sussurrato, cavernoso almeno quanto il comparto musicale. Le canzoni, a differenza di ciò che propongono molti loro colleghi, non sono particolarnente lunghe, ma si assestano tutte intorno ai quattro o cinque minuti (a parte una singola eccezione, che raggiunge i dieci minuti): l’album dunque ha una durata media, ciononostante il suo ascolto si rivela essere particolarmente estenuante. Sulla carta ci sarebbero buoni elementi per rendere O’Hell un platter di ottimo, schiacciante doom metal, ma a conti fatti c’è qualcosa che non funziona.

Il disco non cattura, non coinvolge, e ciò è da imputare alla scarsa varietà dello stile che offre. E’ evidente che gli Encoffination abbiano voluto puntare tutto sull’estrema pesantezza del sound e sul feeling di claustrofobia che esso dovrebbe essere in grado di evocare, ma la pesantezza da sola non è abbastanza per rendere interessante un album. Al primo ascolto, infatti, con ogni probabilità sarà difficile per qualunque ascoltatore distinguere le tracce fra loro, tanta è la somiglianza; ascolti successivi permettono di inquadrare meglio ciascuna canzone e accorgersi di ciò che differenzia ognuna, e qui casca di nuovo l’asino, poichè salta ancor di più alle orecchie la loro staticità compositiva e la loro povertà di melodie coinvolgenti, in grado di catturare davvero l’attenzione. L’intero disco è un susseguirsi parecchio monotono di riff potenti, pesanti, dissonanti, effettivamente capaci di avvolgere l’ascoltatore in una nube di oppressività, ma in ultima analisi privi di mordente e fin troppo ripetitivi. Sporadicamente interviene qualche accelerazione a movimentare un po’ le cose, ma ancora non è abbastanza: O’Hell non decolla.

Sembra che la ricerca spasmodica di pesantezza abbia fatto dimenticare agli Encoffination che annichilire gli ascoltatori sotto un macigno di rumore non è sempre sufficiente, ma è anche importante saper costruire riff vari, interessanti, coinvolgenti. Allo stato attuale gli Encoffination riescono molto bene sul primo fronte, ma non molto sul secondo, il che porta O’Hell ad essere un disco riuscito solo per metà. Mi sento di consigliare soltanto ai fan irriducibili del doom più marcio ed estremo di dare una possibilità agli Encoffination, purchè abbiano ben chiaro che si troveranno dinanzi a un disco dalla varietà melodica e strutturale molto limitata.

Giuseppe Abazia


Tracklist

01 – Sacrum Profanum Processionali (1:04)
02 – Rites of Ceremonial Embalm’ment (05:07)
03 – Ritual Until Blood (04:24)
04 – Elegant in Their Funerbrial Cloaks (04:13)
05 – Crypt of His Communal Devourment (04:54)
06 – Washed and Buried (04:53)
07 – Pall of Unrequited Blood (03:55)
08 – Annunciation of the Viscera (10:34)

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