Recensione: Oathbreaker

Di Daniele D'Adamo - 28 Aprile 2023 - 0:00
Oathbreaker
Etichetta: Massacre Records
Genere: Death 
Anno: 2023
Nazione:
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63

“Oathbreaker” è il sesto full-length in carriera per gli Heathen Foray, praticanti il cosiddetto neo pagan metal data la loro interpretazione del paganesimo, appunto, nel Mondo attuale. Cos’altro è un pagano moderno, infatti, se non un attivista per un ambiente più pulito, contro il cambiamento climatico, per una vita maggiormente sostenibile e l’aumento della solidarietà sociale?

Nonostante la lunga militanza sul campo, la band non ha mai pienamente convinto, malgrado, comunque, un’ineccepibile professionalità e un’ottima capacità esecutiva. Che, con l’aiuto della Massacre Records, ha dato alle stampe prodotti di alta qualità tecnica, dal sound praticamente perfetto.

Il marchio di fabbrica, pure, è stato elaborato con dovizia di particolari e, in un campo pieno zeppo di concorrenza come quello del melodic death metal, riesce comunque a farsi abbastanza notare per un buon carattere. Basta poco, difatti, per riconoscere uno stile personale, identificativo di un qualcosa che, paradossalmente, ha poco da dire in termini di originalità. La totale, completa, assoluta dedizione agli stilemi di base del genere inteso nella sua forma più ortodossa possibile, consente ai Nostri di farsi notare per un’incrollabile fedeltà ai fondamenti del (sotto)genere suddetto. Il quale, come unico elemento di aggiunta, ammette soltanto una spolverata con qualche nota di folclore (‘Ahnenreih’).

“Oathbreaker” si può quindi indicare come esempio, centrato, di come debba essere inteso, nel 2023, la frangia melodica del death metal. Tutto è ordinato, messo a punto con precisione maniacale, ma anche fresco, scoppiettante, moderno. Robert Schroll si dimostra un cantante rigorosamente ancorato al più classico dei growling, attivo anche in occasione dei ritornelli quando, magari, ci si aspetterebbero le clean vocals. Un pregio, poiché si ha a che fare con un punto di riferimento inamovibile; un difetto, dato atto che, in tal modo, le linee vocali risultano un leggermente piatte.

Senza alcun difetto, al contrario, il lavoro dei due chitarristi, Jürgen Brüder e Alex Wildinger, impegnati a fondo nel proporre sia una poderosa fase ritmica (‘1000 Years of Human Flesh’), sia nella ricerca di cristallini orpelli melodici (‘Covenant of Swords’). Il riffing è davvero compatto, reso coeso dalla tecnica del palm-muting, e configura le coordinate di un muro di suono possente, compatto, granitico. Di alto livello anche la sezione ritmica, con un sempiterno tappeto di basso a rendere il tutto più pesante possibile, all’occorrenza nondimeno dinamico. Metaforicamente base sulla quale porre la batteria di Markus “Puma” Kügerl, erogante una buona spinta energetica benché rifugga dagli estremi infuocati dei blast-beats. Al contrario, Kügerl predilige mid e up-tempo, ben pestati, lineari nel loro incedere senza particolari complessità, cioè. Ideali per segnare un ritmo sul quale costruire le strutture delle canzoni.

Canzoni che, tornando al discorso di partenza, mostrano sempre una più che degna impronta armonica ma che, nuovamente, come per gli LP del passato, mancano di quel quid necessario per innalzare alle massime altitudini anche il livello artistico. Dopo parecchi passaggi, esse rimangono in testa, questo sì, perlomeno le più riuscite (‘Raiment’), ma senza che tale permanenza diventi ben inchiodata sulla superficie interna della scatola cranica. Ed è qui che manca qualcosa. Quel qualcosa che scrosti le melodie dall’ordinarietà.

Ecco che, di conseguenza, alla lunga, il disco tende ad annoiare un po’. Il che è un peccato giacché il combo di Graz possiede tutte le armi adatte per poter dare alle stampe qualcosa di memorabile. Ciò non avviene ancora una volta, il che conduce a pensare che il talento compositivo non sia abbondante, nelle sue corde. E a spiegare perché il combo stesso non riesca a convincere nel suo complesso.

In ogni caso “Oathbreaker” è un lavoro certamente da non buttar via. In fondo può essere utile per passare qualche ora piacevole e spensierata, ma nulla più. Con gli Heathen Foray che, una volta di più, restano intrappolati nelle sabbie mobili della mera sufficienza.

Daniele “dani66” D’Adamo

 

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