Recensione: Old Blood – Fresh Wounds
Per chi ancora non li conoscesse, i Devenial Verdict sono una band finlandese fautrice di un death metal sperimentale difficilmente classificabile ma le cui coordinate stilistiche sono parzialmente inquadrabili all’interno di quel ristretto filone di band quali Ulcerate, Mitochondrion, Portal, Pyrrhon, Replicant o i più brutali Artificial Brain e Wormed, dedite a quello stile oggi definito “dissodeath”, caratterizzato principalmente da canzoni destrutturate e da suoni dissonanti, caotici e che attingono dal death metal tecnico e progressivo, dal mathcore, dalla fusion e dalle sonorità oscure intrise di suoni alienanti e claustrofobici: sonorità avvezze ai duri di stomaco e a quei musicisti che fanno della sperimentazione e della perizia tecnica tout-court il loro modus operandi.
La band si è formata nel 2006 e per il ventennale pubblica questo disco intitolato “Old Blood – Fresh Wounds” per l’etichetta indipendente indiana Transcending Obscurity e che viene presentato come un EP ma possiede la lunghezza di un disco normale. Le prime due tracce sono inedite mentre le restanti sette canzoni sono tratte dai demo e dagli EP precedenti, ri-arrangiate e un po’ anche rinvigorite per l’occasione mediante una produzione più moderna che si è avvalsa di suoni più potenti e volumi più alti.
Rispetto ai due album precedenti, “Ash Blind” del 2022 e soprattutto il sorprendente “Blessing of Despair” del 2024, etichettabili come dissonanti ma intrisi di un’aurea malinconica ed oscura, questo EP offre uno spaccato di cosa era la band prima della più recente evoluzione musicale, propensa verso un death metal più tradizionale e confinando le divagazioni dissonanti e progressive alle sonorità e solo in qualche caso alla struttura delle canzoni. Per questo esse risultano più dirette, sono più brevi e dotate di alcuni refrain e giri armonici di chitarra più riconoscibili e melodici. E se ciò può rappresentare una sorpresa per le prime due canzoni, “Rituals of Ignorance” e “Swarms of the Mindless” in quanto inedite ma comunque composte in quel periodo e solo ora pubblicate, le successive mantengono gli standard qualitativi e stilistici delle prime pubblicazioni della band. Per cui anche “Elysium” (dall’EP “Corpus” del 2014) e “The Unborn God” (dall’omonimo demo del 2012, originariamente divisa in due parti) risultano più dirette e a cui non mancano spiccate dosi di brutalità, di un certo groove e di ritmiche che possono far ritornare alla mente alcune cose dei Meshuggah, dei Gojira e dei Demilich. Le canzoni sono pesanti, la chitarra di Sebastian Frigren si ritaglia ampi spazi tra divagazioni soliste e ritmiche serrate potenti e dilatate, che non rifuggono dall’uso dei consueti pinch-harmonics, sweep picking, shift glissati e distorsioni varie compulsive ed estranianti. Le canzoni sono anche dotate di refrain, soprattutto “Swarms of the Mindless” assume caratteri più ripetitivi e riff brevi e riconoscibili.
Le ultime cinque canzoni dell’album sono tratte dall’EP “Soulthirst”, originariamente autoprodotto e uscito su CD nel 2016 in sole 150 copie: la band mantiene quell’approccio ancora acerbo e prevedibile degli esordi, quando le atmosfere progressive di “Blessing of Despair” erano ancora tardi a venire. Da segnalare l’opener “Thrones” e il singolo “Fall of Fate”, dotati di riff di chitarra melodici e in cui il growl del cantante Riku Saressalo è profondo e soffocante e sembra muoversi in ambiti espressivi prossimi al deathcore. E se “Sun Hammer“, con la sua andatura cadenzata, risulta fin troppo standardizzata e funge da riempitivo lasciando poco di incisivo, le conclusive “The Corinthian” e “Despoiler dimostrano di possedere una base ritmica affiatata e coesa, in cui il batterista Okko Toivanen viene impegnato in continue progressioni, dai tempi lenti e quasi doom ai mid-tempo (di gran lunga prevalenti) e alle ritmiche veloci, ben supportato dal basso di Antti Poutanen, in quelle che sono le canzoni più complesse ed imprevedibili del recente passato della band e che per stile possono avvicinarsi alle loro ultime fatiche pur non raggiungendo la medesima intensità emotiva.
Vedremo se con il prossimo album di inediti i quattro finlandesi si dimostreranno ancora coraggiosi, spiazzanti e imprevedibili continuando il solco già tracciato con le ultime due fatiche oppure si manterranno su queste coordinate, sempre aspre ma più asciutte e dirette. Per il momento, possiamo prendere questa prova come warm-up atto a scaldarvi le orecchie per quello che sarà.

