Recensione: On Divine Winds

Di Michele Carli - 12 Ottobre 2010 - 0:00
On Divine Winds
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Anno:2010
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Vento divino.
Un vento costituito dai giovani piloti del glorioso Impero del Sol Levante, una volta firmata la richiesta di trasferimento a questo reparto di soli volontari. A bordo dei leggeri Mitsubishi A6M, riforniti per l’ultima volta, armati per l’ultima volta, e riempiti di tutto l’esplosivo in grado di essere trasportato, decollavano diventando essi stessi arma e proiettile. L’obbiettivo era semplice: la portaerei nemica. Il bersaglio era chiaro: il fragile ponte di decollo di legno, e quindi non corazzato, oppure, quando avevano a che fare con un altro tipo di nave, lo scafo appena sotto la linea di galleggiamento.
Pazzi? Fanatici creati dai falsi ideali della propaganda? Eroici patrioti? Non sta a noi giudicarlo. Quello che però possiamo affermare è che gli attacchi dei cosiddetti Kamikaze fecero colare a picco una quantità non indifferente di navi della marina degli Stati Uniti, entrando di diritto nella storia.

Come avrete intuito, dopo averci raccontato le tragiche vicende del Fronte Orientale durante la Seconda Guerra Mondiale, stavolta gli Hail of Bullets ci portano a scoprire l’espansione dell’Impero Giapponese nel secolo scorso e la sanguinosa guerra nell’Oceano Pacifico. Come già visto nel precedente …Of Frost And War, l’aspetto tematico raggiunge quasi l’importanza della musica stessa. Una mosca bianca rispetto ai colleghi, specie in ambito del death metal old school, di cui ormai si è perso il piacere di seguire la musica con il testo a fronte. Anche On Divine Winds è un vero e proprio concept come il suo predecessore. I testi non si limitano solo a descrivere episodi anonimi di guerra: trattano in modo sintetico ma eccezionalmente dettagliato gli eventi storici a cui fanno riferimento. Quindi in The Mukden Incident verremo a conoscenza della causa scatenante l’occupazione giapponese della Manciuria; in Guadalcanal verremo trasportati nei combattimenti dell’omonima battaglia, spesso descritta come una delle più sanguinose di tutta la guerra del Pacifico, mentre in Tokyo Napalm Holocaust scopriremo i dettagli dei raid aerei effettuati dai B-29 americani sulle principali città giapponesi, dove il concetto di bombardamento strategico venne terribilmente amplificato e reso letteralmente infernale dal primo uso massiccio del Napalm su obbiettivi civili.

Se la vera forza del precedente …Of Frost And War si poteva identificare nella robustezza di ogni singola traccia, capaci di spiccare una per una e di vivere di luce propria, in On Divine Winds il vero pregio è l’epicità, chiaramente percepibile fin dai primi ascolti. L’amore di Van Drunen per i Bolt Thrower, ai quali prestò la propria voce intorno al ’94, non è mai stato celato, e sebbene le influenze della band di Coventry fossero già riscontrabili nei precedenti lavori, in On Divine Winds queste diventano nettissime. Il riff centrale di Strategy Of Attrition, l’epica e drammatica Unsung Heroes o tutta la bellissima Full Scale War indirizzano immediatamente i ricordi verso album come …For Victory e, soprattutto, Those Once Loyal, quasi a voler portare avanti il testimone di quel tipico modo di suonare death metal. Il groove e i mid-tempo sono diventati predominanti, con abbondanza di lunghe marce di doppia cassa e ritmi marziali a discapito delle cavalcate furiose. Indubbiamente un album complessivamente più lento, anche se non meno pesante.

Anche in questo lavoro, l’andamento e la struttura della traccia sono strettamente legate alla tematica trattata: Operation Z, nome in codice della famigerata azione di Pearl Harbour, è veloce e perfetta nell’accompagnare gli Zero nipponici a far saltare di sorpresa il porto tenuto dagli americani; On Coral Shores procede lenta ma inesorabile, come lo sbarco di un contingente di marines sulle coste di un’isola tropicale, mentre la già citata Tokyo Napalm Holocaust, lenta, dolorosamente drammatica, trasmette la desolazione di cenere e fiamme lasciata dai bombardieri dove un tempo sorgevano le città, nella disperazione dei civili sopravvissuti, “fortunati” nel non essere parte della lunga lista di perdite accettabili.
Al contrario del fronte russo, dove erano frequenti gli scontri diretti su larga scala e gli assalti frontali nei grandi spazi aperti, in cui i panzers coprivano in piena velocità le immense praterie della steppa conquistando giornalmente chilometri di terreno, nel Pacifico la legge era dettata dal placido ma infido Oceano, dagli scontri nel cielo e dalle massacranti battaglie al limite della guerriglia nelle umide giungle, e tutto questo non rimane limitato al background, ma si riflette direttamente sulle composizioni. Meno tupatupa, meno dinamicità e meno cambi di tempo improvvisi a favore di tracce più lineari, poco esplosive ma ugualmente distruttive, con i riffs della coppia BaayensGebedi suonati in modo da creare un tappeto solido, compatto e pesante sopra le distese di doppia cassa. Non si tratta più di avere a che fare con una bomba, in poche parole, ma più che altro con il pezzo di artiglieria che l’ha lanciata.

Forse anche per questo, On Divine Winds è un disco molto meno immediato di …Of Frost And War, votato a dare il suo meglio come album nella sua interezza. Il fine è quello di risultare maestoso, e quindi musicalmente “ampio” e arioso, ma necessita comunque di molti più ascolti per essere assimilato a dovere. Nonostante manchino gioielli come General Winter o Advancing Once More, di cui era impossibile non innamorarsi al primo ascolto, l’atmosfera che permea questo nuovo disco è talmente avvolgente da far respirare l’odore della polvere da sparo o la salsedine presente sul ponte di una corazzata mentre scivola sulle onde lunghe, bilanciando questa mancanza.
Niente da dire, poi, sul fronte produzione e mix: tutto veramente potente e chiaro, con le parti in palm muting in cui sembra di sentire il plettro sfregare letteralmente sulla corteccia cerebrale. L’unica cosa da segnalare è la batteria, forse un po’ troppo “pompata”, della quale avrei preferito un suono più naturale.

Siamo di fronte al secondo lavoro di un gruppo in piena forma, in totale controtendenza rispetto alla norma delle cosiddette all star band, dove quasi sempre regna il “mestiere” rispetto all’espressività, a discapito dell’effettivo valore della musica. Van Drunen e Baayens, da quando hanno resuscitato i grandi Asphyx, sembra abbiano ritrovato quel piacere di suonare degno più di un gruppo di appassionati ventenni piuttosto che di navigati veterani del death metal, e la stessa cosa si può dire degli altri colleghi. Mi auguro solo che il futuro gli serbi una lunga e prolifica carriera e che il famoso “whahooooo” del buon Martin non manchi mai all’appello.

Michele “Panzerfaust” Carli

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Tracklist:
1. The Eve Of Battle
2. Operation Z
3. The Mukden Incident
4. Strategy Of Attrition
5. Full Scale War
6. Guadalcanal
7. On Choral Shores
8. Unsung Heroes
9. Tokyo Napalm Holocaust
10. Kamikaze
11. To Bear The Unbearable

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