Copertina di Open to Misinterpretation dei Xasthur
Recensione Vario · Album · 2026

Xasthur Open to Misinterpretation

di Nicola Furlan 28 Ottobre 2026 - 02:37
Band
Xasthur
Tipologia
Album
Genere
Vario
Anno
2026
Nazione
Stati Uniti

Questo nuovo capitolo di Xasthur è probabilmente uno dei più difficili da decifrare dell’intero percorso recente di Scott Conner... almeno personalmente. Forse per capirlo, però, bisogna fare almeno un paio di passi indietro e osservare come, negli ultimi dieci anni, il polistrumentista statunitense abbia progressivamente modificato il proprio modo di esprimere oscurità mista disagio e introspezione.

Già con “Subject to Change” del 2016 era evidente che Conner si trovasse in una fase di profondo passaggio artistico. Le sue idee musicali stavano cambiando, così come gli strumenti e il linguaggio scelti per trasformare in suono ciò che aveva dentro. Era una metamorfosi importante, ma organica: funzionava, aveva una logica, anche stilistica e manteneva intatta quella sensazione di oscurità che, pur attraverso forme completamente diverse rispetto al passato, continuava a rappresentare il cuore della sua musica. Lo stesso discorso vale per la parentesi del progetto "nuovo" post dismissione di Xasthur, “Doomgrass”, dove l’approccio più acustico, folk e apparentemente rilassato non cancellava affatto il lato cupo del progetto. Cambiava la superficie, non la profondità.
Con “Victims of the Times” del 2021, Xasthur aveva trovato un’ulteriore trasformazione. Il centro non era più soltanto la costruzione di un panorama o di una sensazione, quanto il movimento stesso del suono: strutture, variazioni e soluzioni compositive sembravano voler trascinare l’ascoltatore lungo un percorso, quasi più fisico che descrittivo grazie anche al massivo utilizzo delle chitarre acustiche e alla forma canzone molto verace. Ancora una volta, la mutazione appariva coerente e sopratutto, dal punto di vista vocale, il musicista era in grado ancora di "narrare" se stesso.
Negli ultimi lavori, però e già con “Disharmonic Variations”, qualcosa ha iniziato a cambiare in maniera più radicale. L’elettronica ha acquisito maggiore spazio, le dissonanze sono diventate più evidenti e la componente strutturale ha cominciato a perdere quella riconoscibilità che, nelle fasi precedenti, permetteva comunque di seguire una direzione.

“Open to Misinterpretation” porta questa deriva ancora più avanti. È un disco estremamente caotico, quasi deliberatamente refrattario a qualsiasi tentativo di orientamento. Eppure una logica esiste. Non necessariamente una logica compositiva tradizionale, quanto piuttosto una logica percettiva: il disco ti trascina dentro un loop, costruisce un ambiente folle, angosciante, dissonante e instabile, nel quale diventa difficile distinguere un punto di partenza da uno di arrivo. Ed è probabilmente proprio qui che il lavoro trova il proprio significato. Non tanto nella possibilità di essere “capito”, quanto nella capacità di far percepire ciò che Conner vuole trasmettere: paura, follia, disorientamento. È musica che non descrive un luogo, ma uno stato mentale. Non cerca di accompagnare l’ascoltatore, ma di confonderlo e costringerlo a perdere i riferimenti. Il fatto che “Open to Misinterpretation” sia completamente strumentale amplifica ulteriormente questa sensazione. Il titolo stesso diventa quasi una dichiarazione d’intenti: tutto è aperto all’interpretazione perché non esiste una voce che guidi, non esiste un testo che suggerisca una direzione, non esiste una chiave di lettura esplicita. Rimangono soltanto suoni, stratificazioni, elettronica, dissonanze e tensioni che ognuno è libero (o costretto...) a tradurre secondo la propria sensibilità. Il problema è capire se questa nuova fase rappresenti ancora un’evoluzione controllata o se, al contrario, la sperimentazione abbia iniziato a perdere parte di quella lucidità (forse anche mentale, come accade agli artisti un po' troppo sensibili) che aveva reso così interessanti i cambiamenti precedenti. “Open to Misinterpretation” è probabilmente il disco più straniante del nuovo corso di Xasthur. Ma proprio per questo riesce comunque a lasciare qualcosa. E questa è comunque una forma d'arte per chi riesce a coglierla.

Forse non è più importante chiedersi dove Scott Conner voglia andare. Forse bisogna semplicemente accettare che il suo obiettivo sia farci entrare, anche solo per qualche minuto, nel luogo mentale ed emotivo in cui si trova lui. E quel luogo, oggi, appare decisamente folle, instabile e angosciante. Ha però bisogno di molto tempo, alla stregua di un percorso psicoterapico e ha un nome: “Open to Misinterpretation”.

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