Recensione: Ordinary Man

Di federico venditti - 22 Febbraio 2020 - 18:51
Ordinary Man
Etichetta: Sony Music
Genere: Heavy 
Anno: 2020
Nazione:
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78

Ozzy Osbourne non è più un tesoro prezioso per i soli adepti della comunità metal. Da almeno dieci anni è diventato patrimonio di tutti, anche di chi non ama la nostra musica. In quest’ottica va analizzato e apprezzato il nuovo disco “Ordinary Man”. Primo album solista dal lontano “Scream” del 2010, con l’asso della sei corde greco Gus G. Questo nuovo capitolo si distingue dagli altri per diverse particolarità che lo caratterizzano. La title track è una ballad, innanzitutto, cosa mai accaduta prima d’ora in un album del Madman. Inoltre è un disco pieno zeppo di ospiti illustri: da Sir Elton John a Slash, da Tom Morello a Post Malone. Alla chitarra non troviamo il fido e mastodontico taglia legna Zakk Wylde, ma Andrew Watt, supportato alla batteria da Chad Smith (Red Hot Chili Peppers) e Duff McKeagan al basso (Guns and Roses). Insomma una line up di veri fuoriclasse.

Il disco parte in quarta con la legnata di Straight To Hell, un brano veloce ed orecchiabile allo stesso tempo nel quale Ozzy ammicca al suo glorioso passato con il Sabba Nero, urlando “Alright Now!”. Melodie facili da cantare sotto la doccia, questo è quello su cui ha puntato il vecchio Oz. L’obiettivo del Principe delle Tenebre (o sarebbe meglio dire della moglie/manager Sharon?) è un pubblico che non si limiti esclusivamente dentro il recinto metal, ma che sappia guardare oltre lungo le sconfinate praterie del rock radiofonico, non snaturando però la magia dei vecchi album. “Ordinary Man” è sicuramente il disco più riuscito del cantante inglese dai tempi di “Ozzmosis” (che magari a qualcuno non piace molto, ma che io trovo eccellente), un lotto di canzoni arrangiato in maniera sublime da musicisti di prima fascia. All My Life si insinua come una lama di acciaio rovente dentro del tenero burro, mentre la successiva Goodbye è ancora più incisiva con la sua alternanza di chiaro scuri tra verso e ritornello, per poi improvvisamente accelerare e portarci ad un nervoso headbanging. Arriviamo così alla lenta e molto beatlesiana title track, una ballata per pianoforte condivisa tra Ozzy e Mr.Rocketman, Elton John. Il brano è efficace e anche se è il classico pezzo da stadio con l’accendino in aria (ooops volevo dire da cellulare – sono delle vecchia scuola analogica, perdonatemi), sfido chiunque a non cantare il ritornello al terzo ascolto. Il brano si chiude con un solo un po’ accademico di Slash. Si giunge così al primo singolo che ha lanciato l’album un paio di mesi fa “Under The Graveyard”, una traccia che rimanda ancora a un lavoro come “Ozzmosis”, dove potevamo trovare melodie scure ma sempre easy listening. Anche qui Mr.Osbourne affonda il coltello nei padiglioni auricolari dell’ascoltatore con un ritornello così di facile presa da essere assimilabile al primo ascolto. Si arriva al pezzo da novanta dell’intero album Eat Me, una canzone pesante con un bel giro di chitarra e un ritornello di quelli che ci aveva abituato in passato il cantante di Birmingham e che, sono sicuro, farà sfaceli in sede live. Fino a questo momento il disco procede in modo impeccabile tra ottime melodie, semplici e senza essere eccessivamente banali o scontate. Scary Little Green Men vede la partecipazione della mente dei RATM Tom Morello. Il brano è un altro potenziale singolo che vede un Ozzy sugli scudi, sia sul verso iniziale accompagnato da un arpeggio scuro di chitarra, che sul ritornello assolutamente coinvolgente e da stadio. Ecco la seconda ballad del disco Holy For Tonight e anche qui viene centrato l’obiettivo, cosa per nulla scontata dato che Oz ci aveva provato molte volte negli ultimi dischi senza riuscirci. Arriviamo così alle ultime due tracce del disco con Post Malone e Scott Travis come ospiti e purtroppo, il livello qualitativo fino a qui eccellente cala in favore di due tracce anonime. La prima It’s A Raid è veloce e potente ma troppo generica e senza mordente, mentre la seconda è avulsa dal contesto del disco risultando una traccia pop in cui Ozzy è la special guest e non il contrario. Un vero peccato.

Tirando le somme un album buono, anzi molto buono se si considera quante primavere ha Ozzy dietro le spalle. Certo ci saranno i puristi che diranno che non è “Diary of a Madman”, che non c’è Zakk Wylde alla chitarra o che è troppo commerciale, ma la verità è che “Ordinary Man” è l’album più riuscito di Ozzy da una ventina d’anni a questa parte. Non si può chiedere di più a una leggenda vivente che ha inventato il metal insieme a Tony Iommy nel lontano 1970. Se questo album sarà l’ultimo disco in studio di zio Oz potremo essere più che soddisfatti.

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