Recensione: Ouroboros

Di Daniele D'Adamo - 3 Aprile 2020 - 0:01
Ouroboros
Band: Manam
Etichetta: Rockshots Records
Genere: Death 
Anno: 2020
Nazione:
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78

L’uroboro, o uroburo, o uroboros o ouroboros, è un simbolo molto antico, presente in molti popoli e in diverse epoche. Rappresenta un serpente o un drago che si morde la coda, formando un cerchio senza inizio né fine.
[Wikipedia]

Dopo due anni dal disco di debutto, “Rebirth of Consciousness”, prosegue il cammino d’iniziazione alchemica dei Manam con il secondo lavoro, “Ouroboros”.

‘Spiritual metal’, così la band italiana descrive il proprio genere musicale. Per rientrare nei canoni di una classificazione più stringata e ortodossa, si può affermare che il death metal sia ciò che si avvicini di più allo stile, ormai inimitabile, dei Nostri. Anche se, come si sa, si tratta di un death intriso di molteplici influenze, fra le quali musica classica e jazz. Il tutto, comunque, sempre diluito in basse concentrazioni, sì che il tutto sia una miscela, assai riuscita, di tanti ingredienti fra i quali non ce n’è uno che emerga in particolare ma tutti presenti per formare la struttura ossea delle canzoni dell’album.

Album che presenta alcune particolarità che ne delineano i tratti caratteristici. Il continuo intersecarsi di linee vocali in growling e in clean, per un effetto certamente già sentito altrove ma sempre molto efficace, quando eseguito alla perfezione come in questo caso. Il rincorrersi delle chitarre, capitanate da quella del mastermind Marco Salvador, che regalano con costanza un riffing pieno, complesso tuttavia godibile e, soprattutto, assai vario.

Nel suo insieme, quindi, la formazione veneta ha raggiunto uno standard tecnico/artistico di buonissimo livello. Il sound, totalmente professionale, è adulto, pienamente formato, disegnabile in tutte le sue fattezze, fotografabile in tutte le sue sfaccettature. Un sound profondo, ammantato da una leggera venatura di malinconia che l’aiuta ad approfondire l’aspetto emozionale della questione. Ecco che, allora, si torna allo ‘spiritual metal’. Non si tratta di qualcosa inquadrabile in parole e frasi quanto, invece, di un singulto che sgorga dal cuore, scaldato dall’amorevole forza dei tanti passaggi musicali. Qualcosa d’indefinibile che si libra dalle canzoni come un’anima che si sprigiona dall’Essere come un sogno ricco di colori, suoni, immagini, paesaggi.

Di alto livello, pure, le nove tracce che compongono l’LP. Trovato il bandolo della propria matassa, i Manam riescono difatti a comporre con più naturalezza, più scioltezza, dando l’idea di un approccio istintivo alla composizione. Certo, l’architettura dei brani è irreprensibile, nel senso che obbediscono fedelmente ai dettami della forma-canzone del rock e, più in particolare, del metal. Anche questo, in ogni caso, un punto fermo d’importanza vitale per non dar luogo a sfilacciamenti, buchi, cali di tensione.

Fra le tracce, tutte meritevoli di menzione, spicca un clamoroso, quasi inaspettato capolavoro, che si chiama ‘The Silver Bride’. Tanto sentimento, tanto calore, tanta profondità; melodie celestiali, sound esplosivo grazie all’apporto un po’ triste degli archi, linee vocali indimenticabili. Un crescendo che, da un incipit morbido e sinuoso, porta ad abbracciare tutta la potenza del metallo oltranzista. Una song che si stampa per sempre nella mente e che echeggia a lungo all’interno della scatola cranica, dopo che ‘Evenfall’ chiude le danze. Eccellente anche il clamoroso ritornello di ‘Citrinitas’, il cui solo di chitarra vola sulle ali dei blast-beats, a dimostrazione che la band ha più frecce nel proprio arco.

Ad ogni modo “Ouroboros” si dimostra maturo ed equilibrato nel suo complesso, regalando al death metal italiano un’opera che ne tiene ben alta la bandiera.

Bravi!

Daniele “dani66” D’Adamo

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