Recensione: Pale Folklore

Di Filippo Tonzig - 4 Novembre 2003 - 0:00
Pale Folklore
Band: Agalloch
Etichetta:
Genere:
Anno: 1999
Nazione:
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87

“Pale Folklore” è il debut degli Statunitensi Agalloch, a mio modo di vedere una delle non moltissime band che sono in grado di produrre Gothic senza scadere nel pacchiano e nel già sentito.
Gli Agalloch nascono nel 1995 a Portland, nell’Oregon, dalle ceneri del progetto Doom/Death Aeolachrymae, ad opera di J. Haughm (voce chitarra e batteria) e S.Breyer (tastiere); a loro si affiancano il secondo chitarrista L.Anderson e il bassista J.William Walton.
In seguito all’uscita del demo “From Which of This Oak”, la band firma per l’etichetta The End Records. A “Pale Folklore” seguiranno la raccolta di inediti e cover “Of Stone, Wind and Pillor” nel 2001, il full lenght “The Mantle” nel 2002 e l’ep acustico “Tomorrow Will Never Come” nel 2003, limitato a 500 copie.

L’album si apre con quella che è in realtà una suite composta da tre parti, “She Painted Fire Across the Skyline”, per un totale di quasi 20 minuti. Il suono del vento ci trasporta immediatamente tra foreste innevate e silenziose, a rincorrere figure diafane e malinconiche: “I don’t want to be forgotten… I never wanted to be human”. Ed ecco emergere una delle caratteristiche distintive di questa band, la particolarissima voce di John Haughm, un incredibile ibrido tra screaming e sussurro… è subito magia. L’ascoltatore viene condotto per mano tra sensazioni di rassegnazione e dolce disperazione. Chitarre acustiche e vocals femminili si alternano a momenti più elettrici e graffianti, ma comunque suggestivi a toccanti, a creare un feeling che non esito a definire Black/Folk.
Il pezzo successivo, “The Misshapen Steed”, è uno degli stumentali più commoventi che abbia mai ascoltato… pianoforte e celesta si rincorrono creando delicati arabeschi di bellezza struggente che non potranno lasciarvi insensibili… di nuovo il suono del vento… e i maestosi cori… semplicemente epico.
Si passa ora ad “Hallways of Enchanted Ebony”, indubbiamente un brano più veloce, impreziosito da un testo che narra favole di amore e morte, lo potete ascoltare qui. I latrati dei lupi ed un gelido arpeggio introducono la traccia successiva, “Dead Winter Days”. Torniamo nel cuore della fredda ed oscura foresta per ascoltare il lamento di uno spettro assetato di vendetta… come in precedenza emerge una decisa componente Folk; per il resto musicalmente il brano non si discosta particolarmente da quanto detto in precedenza.
“As Embers Dress the Sky”, la quinta traccia, contiene delle bellissime armonie a due chitarre quasi in stile Dissection (ovviamente in chiave soft) che, insieme ad un prezioso inserto acustico, arricchiscono un brano che prosegue in quello che è lo stile portante di questo lavoro. In conclusione della traccia abbiamo l’unico vero riff metal di tutto il disco, degno accompagnamento dalla bella ed evocativa voce di Haughm.
E’ ormai ora di ascoltare la traccia conclusiva, “The Melancholy Spirit”, che in un certo senso chiude il cerchio. L’invocazione all’adorata divinità dei boschi, la preghiera di poter vedere un’ultima volta il suo bellissimo viso, la certezza di aver perso per sempre ciò che si amava sono i temi principali che si colgono negli accorati sussurri, sotto i quali scorrono delicate melodie, alternativamente ad opera di strumenti acustici ed elettrici. Il congedo è lasciato alle note di un pianoforte solitario, che personalmente mi ha comunicato una sensazione di ineluttabilità e mi ha lasciato addosso un brivido di sconforto.

In conclusione un lavoro decisamente positivo, che come unica pecca ha forse la non eccessiva varietà, del resto vi dico subito che non è disco dal quale estrarre un brano per un ascolto isolato, consideratelo piuttosto una colonna sonora per i vostri momenti di riflessione, o una guida per inoltrarsi con la fantasia in una natura incontaminata e alla ricerca di sensazioni di malinconia e fatalismo.
Una ulteriore nota merita il bellissimo booklet, in piena tradizione Agalloch, ricco di fotografie mai pacchiane o banali, che ben si intonano con la proposta musicale del gruppo. Consiglio Pale Folklore a tutti gli spiriti romantici, nonché ai Blackster ed ai Vichinghi che desiderano trovare un momento di pace senza perdere in contenuti.

Tracklist:
01 She Painted Fire Across the Skyline
02 The Misshapen Steed
03 Hallways of Enchanted Ebony
04 Dead Winter Days
05 As Embers Dress the Sky
06 The Melancholy Spirit

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