Recensione: Panzerfaust

Di Daniele Balestrieri - 4 Aprile 2005 - 0:00
Panzerfaust
Band: Darkthrone
Etichetta:
Genere:
Anno:1995
Nazione:
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92

1994: La storia del black metal norvegese è letteralmente in fiamme. Solo qualche mese prima infatti il leggendario Helvete chiude i battenti, le forze di polizia norvegesi irrompono in un ritrovo di devoti alla fiamma nera e li disperdono violentemente mentre il Conte viene definitivamente condannato e imprigionato per omicidio. La scossa viene avvertita nella scena a tutti i livelli, e una delle band simbolo del movimento, i Darkthrone, si racchiude momentaneamente in sé stessa, richiamando a sé un Nocturno Culto e uno Zephyrous allontanatisi perentoriamente da Oslo. Fenriz si dedica a un certo rimuginare tra il filosofico e lo spiritico, e abbandona la Peaceville per dirigersi verso la Moonfog, esordiente etichetta che insieme ai Darkthrone raccolse anche i figli minori dello schieramento, assicurandosi progetti leggendari come Isengard, Storm e Neptune Tower. Passato da un letto di spine a un materasso abbastanza comodo, il duo Fenriz – Nocturno Culto decide finalmente di dare un seguito al controverso Transylvanian Hunger gettando, in pochi mesi, le basi per Panzerfaust.

Proprio a pochi passi dal termine del 1994 il trio rigurgita quelle sette canzoni che rappresentano, a mio giudizio, l’esternazione migliore in assoluto dei Darkthrone. Sì, meglio di Under a Funeral Moon, meglio di Soulside Journey. Da sempre i fans dei Darkthrone sono stati divisi tra gli album, e ho visto scaturire feroci battaglie tra i sostenitori di questo o quel lavoro: ebbene anche se so di far parte di una minoranza, credo che meglio di Panzerfaust, anche se non di molto, non ce ne sia. In nessuno dei molteplici album generati dai due geni di Oslo.

La produzione è sempre la solita, siamo sugli standard del ‘true black metal’ – una registrazione scadente, disturbata e ovattata che potrebbe far storcere il naso ai neofiti, ma che altresì rimane un vero culto per chi tra noi percepisce dei brividi oscuri dietro a ogni fruscio, dietro a ogni lamento. Registrare Panzerfaust con i crismi di un CD dei Cradle of Filth o di un qualsiasi gruppo ‘neoblack’ mi suonerebbe come un’offesa, tanto più che risultati arcigni, oscuri, maledetti come quelli di “En Vind av Sorg” traggono la loro possenza anche da quell’aura disturbata tipica del vecchio black, al quale moltissime band underground sono talmente attaccate da voler volontariamente disturbare i propri registratori pur di ricreare quel manto di oscurità tipico di lavori come Nattens Madrigal o Panzerfaust. Passando dalla opener, tra le mie preferite in assoluto della band, alle seguenti, la musica non cambia. Hordes of Nebulah è riconosciuta tra le preferite in assoluto del pubblico, tra una melodia cadenzata, un vero macigno, e lo screaming di Nocturno Culto tanto satanico quanto pomposo, quasi forzato, nel tentativo di comunicare quell’oscurità drammatica che pesca decisamente a piene mani dalla scuola dei primi Celtic Frost che tanto sembrano impregnare quest’album. Chi non ricorderà i martellanti riff di apertura di Triumphant Gleam, la cui dissonanza con il cantato la rende quasi Burzumesca, e come dimenticare Hans Siste Vinter, quella che probabilmente sarebbe la mia preferita dell’album, lacerante e maligna, se non esistesse il vero capolavoro della loro produzione: Quintessence. Un parto geniale, immenso, scritta interamente dal Conte in persona e cantata da un Nocturno Culto che tenta disperatamente di imitare lo stile unico di Varg, creando una canzone di potenza devastante, con quegli urli sgraziati, laceranti, distruttivi tanto tipici delle produzioni di Burzum e tanto preziosi in quest’album. I più maniaci noteranno la similitudine spaventosa con Noregsgard, canzone direttamente ispirata da Fenriz e riportata nel leggendario Nordavind degli Storm. Stupenda l’oppressiva outro, “Snø og Granskog“, recitato atmosferico del quale non esistono i testi perché presi direttamente dalla tradizione popolare norvegese, per la quale addirittura Nocturno Culto cede il microfono a Fenriz, il quale la interpreterà con il suo stile apocalittico – che ben presto troverà sfogo nel minimalista e patriottico Nordavind.

Simbolo di un’epoca, ed espressione suprema dell’oscurità terrorizzante e gelida dei Darkthrone, Panzerfaust potrà essere odiato o amato – ma come sempre è un frammento di storia di fronte al quale non si può che rimanere a capo chino, con la schiena percorsa dai brividi.

TRACKLIST:

01. En Vind Av Sorg
02. Triumphant Gleam
03. The Hordes of Nebulah
04. Hans Siste Vinter
05. Beholding the Throne of Might
06. Quintessence
07. Sno og Granskog [Utferd]

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