Recensione: Parallel Lives

Di Riccardo Angelini - 10 Giugno 2006 - 0:00
Parallel Lives
Band: Section A
Etichetta:
Genere:
Anno: 2006
Nazione:
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62

A tre anni di distanza dall’incoraggiante debutto The Sevent Sign, tornano in scena i danesi Section A guidati dal virtuoso Torben Enevoldsen. Al suo fianco si rivede l’ex-Sorcerer Andy Engberg (ora voce dei Book of Reflections), mentre in luogo del drummer Andreas Lill, occupato con i lavori sul nuovo Vanden Plas, giunge Johan Koleberg, già insieme a Engberg ai tempi dei Lion’s Share. Non ci sono più nemmeno Derek Sherinian e Gunter Werno, ospiti alle tastiere ai tempi del primo album: il testimone passa a Mats Olausson, vecchia conoscenza dei mai abbastanza compianti Ark e dell’inossidabile Yngwie Malmsteen (la cui influenza si farà peraltro sentire in più luoghi nel disco).

Concluso il disorientante valzer di avvicendamenti i Section A affrontano oggi la loro seconda fatica da studio: contagiati dalla moda dei concept album, di recente diffusa soprattutto in ambito progressive, approntano otto tracce di estensione compresa tra i cinque e i dieci primi, per una durata complessiva prossima all’ora. Affidate liriche e testi al suo singer, Torben si occupa personalmente dell’aspetto musicale. E si può dire che la sua penna si muova conformemente ai dettami di scuola Dream Theater, rinunciando però a buona parte dell’involuzione virtuosistica, nel tentativo di valorizzare la fruibilità delle melodie. Ciò non toglie che il marchio di fabbrica della band statunitense sia facilmente riconoscibile su pezzi come l’oscura suite Dark Alliance, sorretta da una sezione ritmica non particolarmente elaborata ma efficace, o la vigorosa Beginning of the End, animata da cori possenti e inquieti, nella quale fa capolino anche l’ombra dei tedeschi Vanden Plas.

Come ampiamente dimostrato anche nel recente disco solista, Torben si conferma chitarrista di notevole spessore, dedito in primo luogo alla ricerca di un suono sempre piacevole e pulito, mai troppo invadente nei pur ampi spazi che si concede tanto in apertura dei brani quanto in fase di assolo. Non è dunque nel comparto strumentale che vanno cercate le pecche dell’album, ma in quello vocale. La prestazione di Engberg – duttile e potente – non è in discussione, sia chiaro, tuttavia le linee melodiche affidate alla sua ugola non sempre si rivelano vincenti, e anzi spesso deludono proprio quando dovrebbero tirare fuori il meglio, al momento dei refrain. Si prenda The Haunted: aggressivo il riffing, carica la strofa – condotta alla grande dallo stesso singer – ma è proprio il chorus, fiacco e privo di mordente, a tradire le aspettative. Ancora più eclatante il caso di The Gift: impeccabile introduzione di chitarra, entra in scena la voce di Andy, suadente, sorniona, per aprire a uno straordinario bridge in stile hard rock. Poi il ritornello: si cerca l’oscurità e i toni cupi, si guadagna qualcosa in atmosfera ma si perde molto in coinvolgimento. Il bilancio sarebbe comunque ampiamente positivo, senonché quando mancano ancora più di due minuti alla fine il brano comincia ad attorcigliarsi su se stesso ripetendo alla nausea proprio il chorus, sempre meno gradevole, mentre vanamente la chitarra cerca di conquistare l’attenzione con le sue evoluzioni.
In controtendenza si pone la diluita Hoping for a Miracle, non troppo incoraggiante nell’ennesima lunga introduzione di chitarra e nel riffing poco ispirato, capace però di riscattarsi – almeno in parte – nel refrain, questa volta del tutto azzeccato.
In tale contesto Momento of Truth appare uno dei pezzi più equilibrati: vitale, ben congeniata in ogni sua parte, sempre all’altezza nel suo intrecciarsi di momenti più rilassati e improvvise accelerazioni. A conti fatti uno degli episodi migliori del disco.

Il bilancio finale è ancora positivo, ma considerato il livello dei musicisti coinvolti non si può negare che c’era da aspettarsi qualcosa in più. Soprattutto alla luce del potenziale di certi brani – in particolare quelli iniziali – che mettono sul vassoio un repertorio davvero da leccarsi i baffi, resta un po’ di rammarico per l’occasione sprecata. Rimane un disco progressive ma non troppo, che volentieri strizza l’occhio all’hard rock più raffinato. Forse anche per questo potrà piacere a un pubblico più vasto, ma non si può certo dire che l’opportunità per il decisivo salto di categoria sia stata sfruttata a dovere.

Tracklist:
1. Hunted
2. Gift
3. Awakening
4. Dark Alliance
5. Moment Of Truth
6. Hoping For A Miracle
7. Changing The Past
8. Beginning Of The End

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