Recensione: Passage to a Neutron Star
Quando si parla di metallo dissonante e di visioni intergalattiche opprimenti, la mente dei cultori più nostalgici viaggia inevitabilmente indietro nel tempo fino al 1988. Molto prima che il death metal codificasse il genere attraverso mostri sacri come i Gorguts, furono i thrashers canadesi Voivod con il seminale “Dimension Hatröss” a dimostrare come la distorsione potesse farsi aliena, geometrica e strutturalmente instabile e potesse adattarsi alla perfezione in testi fantascientifici. A quasi quarant’anni da quelle intuizioni pionieristiche, quel modo di intendere la dissonanza come un’arma atmosferica continua a tramare e a creare proseliti nel sottobosco estremo. Ne sono una prova tangibile i danesi Carbon Tomb, che giungono al disco d’esordio sulla lunga distanza con “Passage to a Neutron Star”, un lavoro che arriva a tre anni di distanza dal loro primo EP omonimo e pubblicato, manco a farlo apposta, dalla Transcending Obscurity Records.
La formazione unisce musicisti dai background differenti: Richardt Olsen (batterista della compagine disso-death Dysgnostic, che ha appena sfornato l’ottimo “End Whispers” sempre per la stessa etichetta indiana) qui si cimenta alla chitarra e alle harsh vocals, affiancato da Jeppe Tander (basso e growl) e Mikael Skou Jørgensen (batteria), entrambi membri degli Urkraft, band tendenzialmente melodic death autrice di una manciata di album non epocali ma molto trasversali nello stile, con influenze che vanno dal groove alla Sepultura al melo-death di In Flames o At the Gates.
Questa collaborazione tra artisti dalle radici musicali distanti genera un’eccellente sintesi stilistica. La componente dissonante del sound non si affida all’intreccio di due chitarre distinte e divergenti, ma emerge unicamente dalla singola sei corde ribassata, dove l’uso costante del tremolo picking introduce suggestive sfumature black metal che amplificano la tensione generale. Le strutture dei brani sono caratterizzate da una parte dalle consuete armonie instabili dettate dal rincorrersi dei riff asimmetrici propri di band come Ulcerate, Devenial Verdict, Artificial Brain e Mors Verum mentre dall’altra vengono introdotti momenti più lineari e accessibili, richiamando proprio l’esperienza del filone melodico.
L’iniziale “Chanting Spells I”, ipnotica e alienante, è governata da una trama percussiva e da frequenze gravi che ridefiniscono il concetto di pesantezza. Le ritmiche veloci non si accodano alla traiettoria dei riff ma ne frammentano la linearità attraverso scansioni asimmetriche e repentine deviazioni di marcia, oscillando tra picchi di velocità geometrica e frenate melmose. Al di sotto, i suoni alienanti della chitarra e le corde spesse del basso generano un’intelaiatura tellurica e satura che àncora l’intelaiatura armonica al suolo, conferendo al brano una consistenza massiccia. Tracce caratterizzate da forti picchi emotivi come “From the Giants Naughts” o “The Dog Hunter” mostrano soluzioni tematiche ricorrenti e cambi di tempo che esaltano il pezzo senza farlo disperdere in sterili sperimentazioni.
Nel resto della tracklist emerge una spiccata personalità, sorretta da un comparto ritmico mutevole che evita la prevedibilità. Episodi come “A Hidden Creature” o “Of God’s Neglect” mettono in luce soluzioni dinamiche sopra una base ritmica curata da Jørgensen che nasconde una sotterranea e densa oscurità. Sotto il profilo vocale, l’album gioca efficacemente sul dualismo tra le profonde tonalità in growl di Tander, primeggianti nei 34 minuti di durata del disco, e le graffianti grida di Olsen, un’alternanza che dona un ottimo dinamismo ai brani. Merita una nota particolare la scelta di produzione della batteria, che suona dinamica e priva di trigger plastificati e contrassegnata nello specifico dall’intonazione decisamente alta del rullante: questo suono secco e spiccatamente metallico, tratto peculiare del brutal death, viene modulato con intelligenza da una traccia all’altra, scongiurando il rischio di monotonia e tramutandosi in un tratto distintivo della release, riscontrabile anche nella breve e frenetica “Gogoffmagog”.
In “Tritons of Ichthyology” la band gioca la carta del dinamismo continuo, alternando riff eseguiti in staccato a brevi incastri poliritmici in cui le linee di chitarra e basso si sovrappongono in un contrappunto asimmetrico. La successiva “Reversed Head Renewal” è il vero fulcro creativo della tripletta conclusiva: un brano molto variegato, guidato da spasmi di chitarra acutissimi che disorientano chi ascolta ma che mantiene comunque una strana ed espressiva carica emotiva di fondo. A chiudere il cerchio ci pensa la title track “Passage to a Neutron Star“: qui la sezione ritmica torna a farsi pesante e quadrata, mentre la singola chitarra alza al massimo il livello di tensione producendo le dissonanze attraverso arpeggi cromatici atonali e accordi volutamente instabili, con un finale opprimente e rallentato che lascia una sensazione di un definitivo collasso cosmico.
A rendere tutto più efficace c’è una registrazione pulita e nitida, lontana dai suoni confusi del metal moderno ma allo stesso tempo rappresenta un ottimo equilibrio tra l’ordine e la melma. Il mix permette di sentire chiaramente ogni singolo strumento invece di puntare solo sul volume alto. La chitarra ha un suono secco e tagliente che fa percepire ogni singola nota distorta e ogni movimento delle dita. La batteria suona naturale e senza correzioni digitali, mantenendo un tiro elastico e realistico. In questo scenario freddo, il basso si sente benissimo e fa da collante tra i ritmi senza mai sparire sullo sfondo. Il risultato è un suono spaziale e ordinato, dove il contrasto tra le urla acute e la voce profonda convive alla perfezione.
Sul piano tematico, l’album non descrive ambienti e storie basate su una fantascienza tecnologica ma si configura come un viaggio iniziatico in cui l’orrore cosmico incontra il misticismo più grottesco: il passaggio verso la densità distruttiva della stella di neutroni diventa la metafora di un rituale occulto in cui l’ascoltatore viene inesorabilmente trascinato per essere catapultato in un vuoto cosmico opprimente e privo di speranza dove la materia stessa viene compressa e deformata.
In conclusione, con “Passage to a Neutron Star” i Carbon Tomb firmano un esordio solido e ben strutturato che ha bisogno dei suoi vari ascolti per essere ben assimilato. La qualità migliore del trio risiede nel proprio peculiare approccio: saper bilanciare con naturalezza passaggi melodici dai toni cupi e improvvise sferzate di pura dissonanza. Un lotto di canzoni coeso che inserisce la band tra i nomi da seguire nell’odierno panorama metal estremo.
