Recensione: Pilgrim

Di Alessandro Rinaldi - 1 Marzo 2021 - 15:35
Pilgrim
Band: Thron
Etichetta: Listenable Records
Genere: Black 
Anno: 2021
Nazione:
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66

I Thron sono una band tedesca e la loro proposta è un death metal a tinte black, che ricorda moltissimo lo stile dei Necrophobic senza mai raggiungerne le vette – anche perché i nostri sono una band in attività da sei anni e questo Pilgrim è il loro terzo full lenght.

I see the beauty in the reverence for blasphemy”, recita “The Reverence”. Ed è il degno slogan di questo Pilgrim, perché ne esprime al meglio la sua filosofia. Intanto l’artwork: una blasfema e tetra rivisitazione del Giudizio Universale di Michelangelo, con un angelo che, capovolto, cade verso il basso, verso l’Inferno. E poi i testi, che parlano in modo continuo e quasi ossessivo della fine del cristianesimo e del mondo stesso.

Musicalmente i ragazzi ci sanno fare: ottima tecnica e grande lavoro di produzione, ma i continui e repentini cambi più che elevare il pezzo “smarriscono” l’ascoltatore, salvo poi, ad un certo punto, ritrovarsi – emblematica è The Valley of the Blind, che esaspera il concetto. L’espediente del cambio di armonia nella stessa canzone è indubbiamente un indicatore di grande creatività e presenza di molte idee, ma può essere anche un pericoloso boomerang: se riesce, in genere abbiamo a che fare con un gran pezzo, ma se qualcosa non va per il verso giusto, ci torna dritto in faccia. E son dolori.

Si parte forte con il brano The Prophet, scelto anche per il video che ha lanciato l’album: è caratterizzato da un granitico riff di chitarra che esalta il cantato graffiato di Samca. Improvvisamente però assume tinte progressive che lo annacquano, diluendolo, e perdere il colore brillante che prometteva di irradiarci, salvo poi ritrovare la forza che ha caratterizzato il suo inizio. To Dust parte con un riff heavy metal cattivo, che poi lascia spazio ad un’ottima sezione ritmica, davvero molto orecchiabile. Nothingness è un brano che inverte la tendenza: inizia in modo soft per poi esplodere e diventare uno dei pezzi più duri. Hosanna in the Highest, caratterizzata da un ritmo incalzante, altro non è che una blasfema burla della preghiera: in un contesto apocalittico, mentre Dio scuote e brucia la terra, vedono l’amore del loro Dio mentre dalla terra si elevano degli osanna. Epitome è il tetro intermezzo apocalittico che ci porta a The Reverence che è, a nostro avviso, il brano più bello del disco: blast beat martellante, riff cattivo, orecchiabile e coinvolgente. L’intro di chitarra di Den of Iniquity, è d’impatto e probabilmente il brano avrebbe dovuto ruotare attorno a quella costruzione iniziale, piuttosto che proseguire in modo eterogeneo. L’ottima Into Disarray chiude questo album, pezzo che ha la stessa struttura degli altri, con una vigoria maggiore.

In sostanza stiamo parlando di un lavoro discreto, che si perde alla ricerca di sofismi che in realtà danneggiano quanto di buono proposto dai Thron; il risultato è caotico, e poco digesto. Indubbiamente ci sono passaggi molto interessanti, che vale la pena ascoltare.

 

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