Recensione: Preserved in Time

Di Stefano Usardi - 15 Aprile 2021 - 10:00
Preserved in Time
Band: Wheel
Etichetta: Cruz del Sur
Genere: Doom 
Anno: 2021
Nazione:
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80

Un’affascinante copertina in stile Art Nouveau introduce il nuovo album dei tedeschi Wheel, da non confondere con gli omonimi progster finlandesi. Il quartetto di Dortmund, infatti, porta avanti un discorso fatto di doom classico dalle tinte epiche – di quello pensato per i fan di Candlemass, Trouble e Solitude Aeternus – e con questo “Preserved in Time” finisce sotto l’ala protettiva della nostrana Cruz del Sur, etichetta dall’occhio lungo quando si parla di ricerca della qualità. Per chi se lo fosse chiesto, il titolo dell’album deriva dall’idea che tutto ciò che succede nel mondo permanga solo fintanto che qualcuno lo ricorda: da qui l’immagine della donna che regge la clessidra in copertina, col compito di preservare nel tempo la memoria degli eventi. Come si diceva poc’anzi, i nostri propongono un classico doom metal screziato di epicità, di quelli solenni ed emozionali fatti di riff grossi e croccanti, una sezione ritmica quadrata e, a sovrastare il tutto, il talento indiscutibile di Arkadius Kurek. La sua voce limpida e squillante, infatti, seppur apparentemente lontana dai diktat vocali che questo genere a volte sembra imporre, si destreggia molto bene fra le trame sonore intessute dai suoi colleghi e in certi momenti mi ha ricordato un intrigante incrocio tra Geddy Lee e Andre Matos. Già questo al sottoscritto basterebbe, ma i tedeschi aggiungono al loro amalgama un ingrediente aggiuntivo, dedicando una particolare attenzione alla ricerca di melodie impattanti e al tempo stesso sinuose, così da donare a ogni traccia un tasso di memorabilità e di immediatezza degni di nota. Il risultato è un lavoro accattivante ma anche ben strutturato, in cui le emozioni si mescolano in un vortice sonoro sfaccettato ma al tempo stesso perfettamente decifrabile (anche grazie a una produzione funzionale e pulita, che bilancia ottimamente i suoni senza privarli della giusta dose di potenza) dove tutto è bello, solenne, commovente, epico e disperato.

L’inizio è canonico, quasi veterotestamentario: “At Night They Came Upon Us” incede con la possanza del doom più oltranzista, pur senza scadere nell’inutilmente indigesto: la chitarra gratta il giusto, spalleggiata da una batteria precisa e un basso avvolgente, temibile. Profumi vagamente esotici si mescolano alla prima fiammata di epicità, che apre la strada al ritornello in cui voce e melodia si fondono alla perfezione, trasmettendo il giusto mix di malinconia, tensione e solennità. Il break centrale più inquieto prepara il terreno al ritorno di una certa imperiosità di cui i nostri si caricano, pronti per un finale sugli scudi. “When the Shadow Takes Over You” si apre limacciosa, densa e malinconica, attraversata però da una nota di strisciante inquietudine. Qui siamo dalle parti del doom più canonico, quello carico di un pathos pesante e di poche speranze che si dipana mesto nei vari movimenti del pezzo, indurendosi nella seconda parte ma tornando nei ranghi in tempo per la chiusura. Con “After All” i nostri si riappropriano di un piglio più determinato, stemperato solo di tanto in tanto da fraseggi meno tesi, confezionando una traccia che, nonostante una certa ripetitività, riesce comunque a dire la sua grazie a melodie maestose e policrome. L’attacco di “She Left in Silence” profuma neanche tanto alla lontana di Nevermore, riecheggiando la “Believe in Nothing” che mi fece scoprire tanto tempo fa la band di Seattle, per poi districarsi come una traccia rovente e quadratissima che si apre a toni meno che cupi durante il ritornello, in cui di nuovo mi torna alla mente il gruppo di Dane e Shepard, e poco prima del finale, in cui si insinua una maggiore dose di pathos prima di cedere il passo alla poderosa “Aeon of Darkness”. Qui, un arpeggio inizialmente raccolto si carica di enfasi, sviluppandosi in una marcia possente e sfacciata che dispensa emozioni senza filtri. Nonostante la ripetitività della sua prima parte il brano scorre a meraviglia, e nella seconda metà si cambia marcia grazie all’entrata in scena melodie mediorientali che donano al tutto un profumo esotico e vagamente progressive prima di fiondarsi di nuovo nei toni cupi del finale, che si chiude sull’arpeggio che aveva aperto il pezzo. “Hero of the Weak” parte su toni plumbei, lenti e disperati: in un attimo, però, si fa strada una nuova determinazione che, col procedere del minutaggio, si screzia di pesanti dosi di trionfalismo. La traccia prosegue così, saltellando tra un andamento arcigno e suadenti squarci enfatici che trovano compimento nel finale glorioso. Chiude le danze “Daedalus”, altro brano classicamente doom che fa dell’incombenza il suo tratto distintivo, seppur abilmente mascherata tra un fraseggio compassato e l’altro, avanzando come un mastodonte su un campo di battaglia al termine delle ostilità e fungendo da ideale chiusura a un signor album.

Sì, “Preserved in Time” è un signor album, forse anche qualcosa di più, che nonostante non inventi nulla ed esibisca una certa ruffianeria nell’omaggiare i suoi numi tutelari mantiene gli occhi ben fissi sull’obiettivo e snocciola, nei suoi tre quarti d’ora abbondanti di musica, ampie dosi di classe che non possono essere ignorate. Un lavoro immediatamente convincente, solido, capace di suscitare emozioni in più di un cuoricino, nonché un ascolto obbligato per ogni amante del doom. Tanta roba, signore e signori.

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