Recensione: Promised Land

Di Marcello Catozzi - 8 Dicembre 2016 - 0:02
Promised Land
Etichetta:
Genere: Hard Rock 
Anno: 2016
Nazione:
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80

Dopo la pubblicazione del loro primo disco, “Columbus Way” (risalente al 2011), gli Smokey Fingers ritornano sul luogo del delitto (o meglio: sul mercato) con “Promised Land”, un nuovo pick-up American Style a dodici cilindri (ehm…tracce), che reca sulla cover un’immagine Country piuttosto eloquente e del tutto in tema con le aspettative sui contenuti.

L’assaggio di quel debut – album, infatti, ci aveva lasciato un ottimo ricordo, con quel tipico retrogusto prettamente “southern” (da sottolineare a beneficio di tutti coloro, fra i lettori, che non hanno avuto l’opportunità di conoscere il combo lodigiano, assurti agli onori delle cronache nel segno del Southern Rock più tradizionale: Lynyrd Skynyrd e Allman Brothers, tanto per citare gli esempi più illustri).
E’ con una buona dose di curiosità, quindi, che avviamo il nostro lettore, sventolando la bandiera a scacchi (o meglio: degli Stati Confederati) prima della partenza.

Al via! si parte con il rombo di certi riff che suonano del tutto familiari, accompagnati da quella caratteristica voce graffiata : Luke is back e con lui gli Smokey Fingers sono tornati, più convinti che mai. Questa opener “Black Madame” colpisce subito per la presenza di tutti quegli elementi distintivi che avevano caratterizzato il precedente lavoro: un sound ben architettato, un ritornello “importante” alternato a stacchi imperiosi, una voce che sa arrivare dritta al cuore, una variegata ricchezza di contenuti. Si inizia col botto dunque, e dopo un primo giro di pista emozionante, ecco seguire l’intro della seconda traccia, anch’esso immediato e diretto.
“Rattlesnake Trail” esordisce con un arpeggio ispirato, che si abbina perfettamente alla magia dello slide facendoci respirare l’inconfondibile clima “sudista”. Alla prima curva, poi, la song prende corpo acquistando una consistenza sempre maggiore, palesando una spiccata personalità condita da una performance vocale densa di passione e feeling.
Anche nella successiva “The road is my home” si respira aria di casa: molto ben costruita, con le linee vocali ben curate così come le parti di chitarra, la canzone scatena i cavalli del suo possente motore lungo le road assolate del Sud, trasmettendo emozioni e good vibration di prima qualità, proprio come accade guardando il video ufficiale, ben confezionato quanto coinvolgente.

“Damage is done” evidenzia un timing spedito, un refrain orecchiabile, con il sostegno di una voce quantomai grintosa e intrigante e un assolo chitarristico di tecnica e classe eccellenti. La song, da un lato, evoca antiche reminescenze di Classic Rock e, dall’altro, trasuda sincera allegria e spensieratezza, nel segno della continuità con l’opera di cinque anni fa.
In nome di una certa versatilità, “The basement” ci svela un approccio decisamente “bluesy”, un po’ alla Joe Bonamassa per intenderci, con la sezione ritmica in bella mostra e un’altra prestazione vocale di prim’ordine; da sottolineare, inoltre, un gustosissimo assolo nel mezzo, peraltro impreziosito dalla presenza dello slide, sempre avvincente per gli amanti del genere.

L’inizio di “Last Train” ci introduce in un’ambientazione tipicamente U.S.A., grazie alle note del banjo e alle susseguenti melodie, ruffiane al punto giusto e sapientemente interpretate da un Luke in gran spolvero; nel bridge spiccano cori molto ben articolati, che preludono a un guitar solo tanto raffinato quanto incisivo.
“Floorwashing Machine Man” è un pezzo agile e vivace, che rappresenta un po’ il marchio di fabbrica degli Smokey Fingers:  il brano si disimpegna in modo dinamico e variegato, con la chitarra che si erge a gran protagonista intessendo le trame di questo episodio, così schiettamente Southern nello stile, nell’impostazione e nei suoni. Anche qui emerge un assolo chitarristico magistralmente eseguito, con notevole espressione e, pertanto, di grande impatto.

In “Stage” è ancora la sei corde a fare gli onori di casa e a imprimere il proprio carattere, con riff rocciosi e stacchi poderosi, affiancati da un testo assai rappresentativo, interpretato con sentimento e profondità da Luke; il tutto è condito da una base ritmica potente e da picchi chitarristici consistenti.
Con “Turn it up” la band rende omaggio alla pura tradizione Hard Rock, nel segno dell’energia pura e della vitalità spensierata, soprattutto per la presenza di riff dal grande peso specifico, ritmo serrato e linee vocali sentite e convinte.

“Thunderstorm” è come una cavalcata su una Harley, lungo una Highway arroventata dal sole del Sud: il ritmo è incalzante e qui viene spontaneo chiudere gli occhi e lasciarsi condurre dai fraseggi chitarristici che smanettano sulla leva del gas, facendoci avvertire tutta la potenza del motore ritmico.
Un riffone alla Deep Purple, ossessivo e penetrante come un trapano, apre “Proud and Rebel”: il motivo trainante resta scolpito nella mente, sottolineato dall’ugola di Luke, usata con grande mestiere e sorretta da basso e batteria in versione Old School. Ogni componente architettonica del brano, compreso l’apporto dell’Hammond e la timbrica delle parti chitarristiche, esprime al meglio l’essenza (e il titolo) di questa song, che strizza l’occhio alla tradizione anni 70 pur nella sua modernità dei suoni, e risulta perciò uno dei momenti migliori di tutto il disco.
Con “No more” approdiamo all’ultima tappa del nostro viaggio attraverso le praterie sconfinate, a bordo del pick up targato Smokey Fingers. Ci arriviamo accompagnati da deliziosi arpeggi e soavi note di violino. L’ingresso dello slide, poi, concorre alla creazione di un’atmosfera magica e suggestiva: non è difficile immaginarci seduti in veranda, su un’altalena cigolante di una fattoria del profondo Sud, mentre ci godiamo il meritato relax dopo una giornata di duro lavoro nei campi. Il testo è assai ispirato e Luke ci mette del suo per trasmettere tutto il pathos sottostante, evocando nostalgie e ricordi lontani che si intrecciano con deliziose armonie, intime e affini, capaci di toccare le corde dello spirito, al punto da rendere quest’ultima traccia la più incantevole e affascinante di tutto l’album.

Al termine dell’ascolto di “Promised Land” rimane nelle orecchie e, soprattutto, nell’animo, quel tipico, inconfondibile sapore di Southern Rock, che soddisfa appieno il palato e le aspettative di coloro che in epoca precedente avevano avuto la fortuna di imbattersi in “Columbus Way”.
In questo “secondogenito” di casa Smokey Fingers troviamo, quindi, la conferma di tutti quei tratti distintivi già palesati dal quintetto lodigiano al loro esordio, di ispirazione esplicitamente “confederata”, come si è accennato in premessa; va peraltro sottolineata, oltre ai valori insiti nell’album dal punto di vista musicale e dei contenuti, un’eccelsa qualità dell’intero lavoro sotto il profilo della produzione, curatissima nella scelta delle timbriche e dei suoni, ovunque perfettamente calibrati e miscelati in un’artistica logica d’insieme.

I nostri alfieri del Southern Rock sono dunque tornati, a bordo del loro pick up, per farci rivivere emozioni mai sopite o dimenticate; nel disco convivono quelle intramontabili componenti, così familiari e intense, che  hanno saputo darci un vero imprinting nel corso degli anni, segnando la nostra formazione e il nostro percorso musicale: Hard Rock, Country, Blues, Rock and Roll… Anche per questo motivo siamo grati agli Smokey Fingers, che con “Promised Land” ci regalano altre sensazioni profonde e altri piacevoli momenti di sogno ai quali abbandonarci.

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Prodotto da: Mario Percudani. Registrato, mixato e masterizzato da Mario Percudani e Daniele Mandelli presso Tanzan Music Recording Studio – Lodi
Foto: Giuseppe Peletti.
Artwork: Paolo Negri (Tanzan Music Graphic Design)

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