Recensione: Rage of War

Di Manuel Gregorin - 29 Gennaio 2021 - 0:02
Rage of War
60

Eccoci al cospetto di una delle primissime uscite di questo 2021, ovvero quella dei belgi Fireforce.
Pubblicato il 15 gennaio, “Rage Of War” è il quarto album della loro carriera, il primo per l’ettichetta greca Rock Of Angels.
Da segnalare il cambio nella formazione che passa da cinque a quattro elementi: dopo il doppio abbandono del cantante Soren Nico Adamsen e del chitarrista Marcus Forstbauer, i Fireforce assumono Matt Asselberghs, già in forza ai francesi Nightmare, per ricoprire il doppio ruolo al microfono e chitarra.

Il genere proposto dai nostri è un heavy/power diretto e massiccio che attinge sia dalla corrente europea che da quella americana, il tutto condito con testi di stampo storico-bellico sullo stile dei Sabaton: lo lascia presagire anche la copertina disegnata da Eric Philippe (già autore delle cover dei nostrani Rhapsody) in cui un soldato zombie fà fuoco con una mitragliatrice gatling in una cornice western/messicana.

Il disco si apre con l’irruenza metallica della title track “Rage Of War“, brano ruvido e spigoloso a cui fa seguito il buon riff di chitarra in “March Or Die“, pezzo dall’andatura più cadenzata. Pare chiaro che la compagine belga punti, come già accennato, sull’impatto sonoro di matrice tedesca su cui vanno ad inserirsi riff di ispirazione americana. Ne è buon esempio “Firepanzer“, speed song con richiami ai Judas Priest, oppure “Running” con le sue ritmiche granitiche ed un ritornello epicheggiante . Un metal certamente dinamico quello dei Fireforce, in perfetta linea con le tematiche guerriere, anche se in questa prima parte del disco l’assalto della band è fatto con baionette un po’spuntate: i brani, pur essendo dotati di una buona forza d’urto, tendono ad essere un po’ anonimi.
A parte la buona “Ram It” e la già citata “Running“, stentano ad imprimersi nella memoria dell’ascoltatore.

Arriviamo così a “Forever In Time“, una power ballad con richiami ai Jag Panzer abbastanza apprezzabile che ci fa riprendere fiato nell’attesa che la band ricarichi le armi per riprendere il combattimento. Si riparte in quarta con “108-118“, una sfuriata dall’andatura thrash metal che piomba addosso come un treno a cui si sono rotti i freni; “Army Of Ghost” è invece un pezzo più cadenzato e melodico dove però stenta un po’ la voce del nuovo arrivato Asselberghs.
Rats In A Maze” è l’ennesima cavalcata heavy con echi dei Judas Priest. Arriva quindi il turno di “Price To Pay“, composizione in odore di power americano sulla scia di Jag Panzer ed Iced Earth, che riesce a fare centro. Ci si avvia alla conclusione con “From Scout To Liberator” e “Blood Judge“, due pezzi dalla struttura massiccia ma tutto sommato abbastanza standard

In conclusione “Rage Of War” è un disco di heavy power compatto, con ritmiche serrate e buona produzione, ma con brani che non riescono ad emergere dalla media.
Le qualità non mancano, eppure le idee e soluzioni tendono ad essere un po’ troppo scontate. Certo si incontrano pure alcune composizioni valide che da sole, non riescono però a trainare l’intero disco.
Il risultato è che al termine aleggia un senso di piattume.

Sappiamo tutti che nel power metal l’originalità a tutti i costi non è regola indispensabile: in una scena musicale affollata da gruppi famelici, il non riuscire ad avere quel guizzo in più degli altri può tuttavia essere un grosso ostacolo.
In aggiunta la voce di Matt Asselberghs non è di molto aiuto: infatti, il musicista francese pur essendo molto abile alla chitarra, non entusiasma nel ruolo di cantante, ruolo in cui non riesce a trasmettere il giusto pathos alle canzoni, con esiti finali talora noiosi e monocordi.
Non un disco da buttare in definitiva che però, per quanto ben suonato e con una buona produzione alla fine risulta troppo prevedibile e fatica a lasciare il segno.

 

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