Recensione: Raskol

Di Gianluca Fontanesi - 9 Agosto 2020 - 13:57

Questa particolarissima estate, che ha stravolto il mercato musicale a tutti i livelli, offre la pubblicazione quasi dal nulla di un nuovo ep dei Batushka. Sembra quasi comico dover specificare, ma parliamo di quelli capitanati da Bartłomiej Krysiuk. Raskol non è un tributo a Rascal il mio amico orsetto ma significa scisma; riferimento alle solite beghe tra membri ed ex membri ormai diventate soap opera di bassa lega in onda su Canile 5? O scisma con Metal Blade? Non è chiaro se il prestigioso contratto sia giunto al termine o rescisso; l’unica certezza che abbiamo è il nome Witching Hour Productions griffato sul digipack, che segnala un chiaro ritorno alle origini anche a livello visivo. L’artwork è infatti tornato grezzo come quello dei 714 cofanetti usciti per Litourgya e la band sembra ritrovare una dimensione ormai perduta. Sembra.

Musicalmente l’ep è composto da cinque tracce per un minutaggio di mezz’ora e l’effetto che offre è quello di un piatto presentato e lavorato benissimo, ma al gusto totalmente insapore. Risulta anche difficile descriverne il contenuto, in quanto parliamo di un bel concentrato di nulla artistico, decisamente inferiore a un Hospodi che qualche buona idea la portava comunque a casa. I cinque brani offrono strutture non lucidissime e parecchi stacchi risultano incollati alla meno peggio, infarciti da momenti acustici stucchevoli e poco funzionali. I Batushka appaiono ri-batushkati per quanto riguarda il contorno ma de-batushkati per quanto riguarda il suono; anche la parte messianico-ortodossa non è più in primo piano ma compie la funzione di orpello sfruttato neanche troppo bene. Non basta più metterci qualche ooo eee con voce da oltretomba per sfornare opere degne di nota ma ci vogliono anche le idee. E qui le idee stanno a zero. La voce di Bartłomiej offre una prestazione opaca e poco memorabile mentre le chitarre invece qualche buon riff lo offrono; la sezione ritmica è abbastanza ordinaria e non convince appunto negli stacchi e nei cambi di tempo, spesso troppo repentini e frettolosi.

I Batushka di Raskol vogliono un po’ fare i vecchi Batushka, un po’ di atmosferico e un po’ di black metal più tirato e intenso fallendo miseramente su tutti i fronti. Il risultato non lascia traccia nemmeno dopo decine di passaggi e si colloca a prendere polvere in qualche scaffale senza essere più inserito nel lettore. Si salva solo la produzione.

Passate oltre.

 

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