Recensione: Reaching into Infinity

Di Luca Montini - 9 Giugno 2017 - 23:00
Reaching into Infinity
Etichetta:
Genere: Power 
Anno:2017
Nazione:
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75

I Dragonforce sono indubbiamente una band che ha saputo dividere come poche altre il pubblico nella storia del metal degli ultimi quindici anni. Stiamo parlando di un gruppo che in molti non riuscirono forse a comprendere, almeno nei primi periodi, e che di lì a poco sarebbe stato bersagliato da un imponente esercito di invidiosi, che ancora non riuscivano a capacitarsi dell’incredibile successo di un brano come “Through the Fire and Flames”, con o senza la chitarra plasticosa della meteora videoludica di Guitar Hero. Con gli anni i giudizi più avventati cedono il passo all’ampliamento delle prospettive, e ci avvediamo un po’ tutti di come non ci fosse poi tanto da capire dietro ad una band che sapeva e sa divertirsi e non prendersi troppo sul serio, che fonde abilmente una struttura ritmica e riff provenienti dal metal estremo farcendola ed addolcendola con multipli strati di tastiere, assoli al fulmicotone e linee vocali pulite ed altissime. Una band oggi imitatissima da molti ma difficilmente raggiunta in un sottogenere del quale è stata pioniere. Una band che ha superato da tempo l’adolescenza e che dall’avvicendamento al microfono di un fin troppo artefatto ZP Theart (dal 2016 in forze agli Skid Row) al promettente Marc Hudson ha saputo trovare una sua maturità e complessità artistica. Il terzo capitolo che sancisce questo felice sodalizio è appunto “Reaching into Infinity”, primo lavoro in studio assieme al batterista torinese Gee Anzalone (qui la nostra intervista), ufficialmente in lineup dal 2014. 

Ciò che colpisce sin dai primi ascolti, rispetto al diretto predecessore “Maximum Overload” (2014), è una rinnovata ispirazione nel songwriting, che pur non discostandosi di molto da quello che è il draconico marchio di fabbrica della band, colpisce per una maggiore varietà dell’offerta. Nessun ospite a timbrare il cartellino, ma una band coesa e consapevole delle proprie possibilità, che ci consegna un disco non immediatissimo ma estremamente gradevole. Ci troviamo quindi ad ascoltare brani come “Ashes of the Dawn”, un’opener 100% Dragonforce con le sue sfuriate di batteria, la melodia al microfono con il ritornello supportato dai cori, i soliti abusi di tastiere e solos velocissimi. Ci sono anche momenti curiosi, come l’apertura di “Judgement Day” con la tastiera che entra in punta di piedi e risponde alla linea vocale durante la velocissima strofa. Per restare in tema ‘velocità pura’ e cambi di tempo repentini, “Astral Empire” è la candidata perfetta, col suo assolo di basso ad opera di Frederique LecLercq nella parte centrale, seguita dagli immancabili botta e risposta chitarristici di Herman Li e Sam Totman.
Tonalità cupe ed epiche per il singolo “Curse of Darkness”, che ci riporta ad un power metal più classico, con il suo refrain ascensionale. Spazio per la canonica power ballad a metà disco, “Silence” non brilla certo di luce propria nel lavoro di una band non proprio specializzata nella scrittura di questo genere di brani, ma in grado di spezzare l’ascolto ed evitare quel tremendo senso di “monotraccia con tanti cambi di tempo” che tanto fece detestare “Ultra Beatdown”.
A sancire nuovamente la disinvoltura scanzonata di questa band, ancora supportati da un drumming veramente indiavolato, la sbarazzina “Midnight Madness”. Cambio repentino di mood per “War!”, pezzo che pur conservando alcuni degli stilemi degli inglesi, vira improvvisamente verso il thrash metal, con una prova di aggressività inedita per Marc Hudson. Come risvegliati da uno strano sogno torniamo in piena DF-zone con una più anonima “Land of Shuttered Dreams”, che poco aggiunge a quanto sentito finora.
Al brano numero dieci, il primo pezzo a superare i dieci minuti nella discografia dei Dragonforce: “The Edge of the World”, a sancire ulteriormente la ricerca di questa band verso l’orizzonte estremo dell’infinito, bersaglio ambito da tante band in un genere come il power metal, poco avvezzo ai compromessi. Il risultato è un brano dalle tinte epiche e che ripresenta tra le tante, caleidoscopiche sfaccettature, i solos maideniani, momenti più ariosi che ricordano il rock più classico, poi d’improvviso ci propone nuovamente un Marc Hudson in modalità death metal very angry. Il ritornello, molto ben interpretato e presentato senza troppe procrastinazioni, porta con sé l’epicità di una ricerca infinita come la meta da raggiungere. 
Chiusura più powerella per l’altissima “The Final Stand”, che con un nome del genere non poteva che segnare la fine dell’ascolto. L’avreste mai detto?

La versione limitata presenta inoltre due brani extra: “Hatred and Revenge” ed “Evil Dead”, cover dei Death che conferma l’attitudine dei ragazzi di attingere da numerose fonti di ispirazione (ricordiamo “Ring of Fire” nell’ultimo disco) mettendoci del loro, senza farsi troppi problemi mentali: molti dei musicisti della band provengono dal metal estremo e Marc si è già dimostrato incazzato al punto giusto in alcuni dei brani precedenti.

Con “Reaching into Infinity” i Dragonforce sembrano aver raggiunto qualcosa. Quella corsa apparentemente senza una direzione precisa ha trovato il suo senso. Non sarà certo la pietra filosofale che consentirà agli inglesi di raggiungere e fondare un nuovo (sotto)genere musicale, cosa che per certi è stata già fatta tempo addietro con tutte le ingenuità del caso, ma indubbiamente ci troviamo di fronte ad un lavoro maturo, ben strutturato, ben prodotto dall’inesauribile Jens Bogren e che ci invita ad osservare questa band sotto prospettive talvolta prevedibili e talvolta inedite. In bilico tra quell’ancestrale voglia di giocare coi propri strumenti e divertirsi suonando tamarrate velocissime e la maturità di un senso della misura finalmente raggiunto (sempre entro i limiti di un genere ‘estremo’ come il nostro), i Dragonforce proseguono la loro inesauribile corsa furibonda verso l’infinito. Tra una partita al proprio videogioco preferito, lo strumento musicale tanto studiato ed il nuovo disco da ascoltare, l’imperativo categorico per gli anglosassoni è molto semplice. Play.
 

Luca “Montsteen” Montini
 

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