Copertina di Reminiscence dei Miscreance
Recensione Death · Album · 2026

Miscreance Reminiscence

di Giovanni Picchi 28 Ottobre 2026 - 10:00
Band
Miscreance
Tipologia
Album
Etichetta
Season Of Mist
Genere
Death
Anno
2026
Nazione
Italia

Ascoltare il secondo album dei Miscreance fa rivivere l’esperienza mistica dello scavo archeologico. Tra picconi, trowel e sequenze stratigrafiche, più si scende in profondità, più si viaggia a ritroso nel tempo: un processo in cui i ritrovamenti nei contesti arcaici assumono contorni affascinanti, preziosi e rari, imponendosi come oggetti di studio prioritario. Ogni strato diviene fondamentale per decifrare le datazioni e la successione degli eventi storici: prima di far venire alla luce il livello successivo, la superficie va delimitata nella sua interezza e documentata prima che le operazionivsuccessive di sterro la distruggano.

"Reminiscence", secondo capitolo del gruppo veneto, si rivela così un perfetto Matrix di Harris. Qui gli strati archeologici, rappresentati graficamente nella loro sequenza diacronica, corrispondono alle molteplici sfaccettature della proposta della band. Andando a fondo si scoprono manufatti preziosi e gemme rare che non aspettano altro che essere portate alla luce. Questa è la prima peculiarità che risalta all'orecchio rispetto ai canoni del death metal tecnico, solitamente ostico, denso e impenetrabile se non attraverso le categorie standard della perizia esecutiva. Nelle tracce di "Reminiscence", ogni canzone è uno strato di sedimentazione. Le chitarre rappresentano il livello superficiale: non si limitano ad accumulare riff, ma fungono da vero muro di contenimento per la sezione ritmica. L’aggressività e l’assalto frontale tipici del thrash-death non bastano a delimitare l’ampiezza di questa superficie; bisogna arrivare fino in fondo, ascolto dopo ascolto, per mappare i confini di un lavoro che sviluppa le sue sfumature in verticale. Le asce di Tommaso Cappelletti e Andrea Granauro non bramano le ardite soluzioni su linee divergenti per creare dissonanze microtonali o contrappunti fini a se stessi. Al contrario, focalizzano l’approccio su riff destrutturati e astratti che ricalcano le trame a ragnatela degli Atheist di "Unquestionable Presence" e dei Sadus di "A Vision of Misery". A queste si innestano le divagazioni futuristiche, gli accordi sospesi e le dissonanze dei Pestilence di "Spheres", arricchiti da controtempi jazzati e repentine accelerazioni dalla precisione millimetrica e qualche esplicito tributo ai Death, soprattutto la canzone "Symbiosis" con un refrain apertamente ispirato a “Trapped in a Corner”.

Tutto fluttua sopra le linee iperdinamiche del basso di Jean-Claude Rossignol, pulsante, dinamico e incisivo. La produzione restituisce un suono fluido e non compresso, quantomeno equilibrata e in cui ogni strumento è sempre percepibile, scongiurando qualsiasi caos sensoriale. Rispetto al debutto "Convergence" (2022) — caratterizzato da un guitarwork ancorato al tipico downpicking di scuola thrash — la band qui guarda avanti, facendo germogliare i frutti che allora erano solo in nuce. Ne emerge un lotto di prog-tech death metal in cui l'elemento thrash d’annata resta vivido, pienamente evocato dal cantato del batterista Andrea Feltrin. Il suo approccio vocale si inserisce nella tradizione del thrash estremo, richiamando espressamente le timbriche di Martin van Drunen nei primi due album dei Pestilence. L’abilità di Feltrin, tuttavia, non risiede solo nella sua particolare timbrica a metà tra growl e scream: dietro le pelli si dimostra una macchina da guerra, disegnando pattern spiazzanti e imprevedibili capaci di interpretare magistralmente ogni singola divagazione ritmica.

Rimosso lo strato superficiale, l'indagine ha inizio con i primi due brani dell'album, "Trait d'Union" e "Vision", che pongono le basi concettuali e narrative del disco. “Trait d’Union”, dall’incipit perentorio, si sviluppa su strutture ritmiche in continua mutazione, ora veloci ora rallentate, su cui le chitarre tramano assoli e riff precisissimi come una lama di rasoio. Arricchito da un coro evocativo e da una voce narrante, il brano si staglia come un’introduzione rivelatrice: un portale in cui una tribù di guerrieri si raduna davanti all'altare mentre fervono i preparativi per l'imminente battaglia. La successiva “Vision”, tecnica e velocissima, suggella questo battesimo di sangue traducendo in musica la ferocia primitiva del rito e l'atto violento della presa del trofeo. È qui che l'ascoltatore viene proiettato nell'universo arcaico del concept: c'è bisogno di darsi forza, di canalizzare le motivazioni nel coraggio attraverso una danza frenetica in preda alle allucinazioni indotte dalla Honi Xuma, una bevanda rituale che apre le porte della percezione. Su questo tappeto sonoro, la voce di Feltrin tesse un abile duetto con la voce narrante, muovendosi tra un ritornello mistico e martellante e timbriche squisitamente old-school.

Scavando ancora più a fondo si incontra il cuore dell'opera, dove si ha la fortuna di rinvenire le epigrafi dei testi. Una volta decifrati, brani fondamentali come "Scalp Ceremony", "Synaptic Cortex Dissection" e "Oracle's Rift" aprono le porte su un mondo ancestrale e distopico. È l'affresco di una civiltà che ha già raggiunto il suo apice tecnologico ed è successivamente collassata, ritornando a uno stato semi-primitivo fatto di ritualità tribali e sottomissione. I versi non descrivono la caduta nel suo farsi, ma analizzano le vestigia e i traumi impressi nella memoria biologica dei superstiti. È il dramma della "reminiscenza": il tentativo disperato di una specie che ha dimenticato le proprie origini e cerca di decifrare se stessa attraverso le proprie stesse rovine. Ogni verso urlato dietro ai tom da Feltrin possiede l'urgenza ancestrale del testimone che incide un ultimo, enigmatico messaggio sulla pietra prima che la polvere copra ogni cosa.

Dal punto di vista prettamente esecutivo, “Scalp Ceremony” presenta una struttura quasi classica; è la traccia più diretta del lotto, costruita su tempi medi che sfociano in un finale vorticoso dall'accentuata dinamicità. “Synaptic Cortex Dissection” si rivela invece l'episodio più interessante e rappresentativo dell'album, denso di elementi stravaganti, riff obliqui e dissonanti. Qui i continui cambi di tempo permettono alla batteria di sfoggiare pattern intricati e fill tecnicamente ineccepibili. Al contrario, “Oracle’s Rift” si presenta ostica e priva di agganci per una facile riconoscibilità, ma compensa con un monumentale lavoro delle chitarre in fase ritmica, percepibile per tutta la durata del brano.

Lo strato successivo riserva la sorpresa più spiazzante, quella che rompe la coerenza del sito e costringe a ridisegnare le mappe e reinterpretare la funzione del contesto. In pezzi come "The Moaning Hill" e la successiva "Symbiosis" l'architettura sonora viene violata dall'inserimento di strumenti tradizionali quali flauto, berimbeau, didgeridoo e percussioni (queste ultime già introdotte nell’iniziale “Trait d’Union”, in “Scalp Ceremony” e nel finale del brano precedente). Ordinariamente, questi elementi verrebbero liquidati come meri "esotismi ornamentali" o espedienti d'atmosfera. Agli occhi di uno studioso, invece, si comportano come veri e propri OOPArt (Out-of-Place Artifacts): reperti apparentemente impossibili, fuori dal tempo e dal loro spazio tecnologico.

Come si spiega il legno ancestrale del didgeridoo o la vibrazione arcaica del berimbeau incastonati tra i riff geometrici e affilati delle chitarre? Esattamente come quando rinvenni il sigillo in steatite eginetico dell’VIII secolo a.C. depredato da una tomba etrusca tra le rovine di una villa tardo-antica del IV-V secolo d.C.: potrà essere un elemento decontestualizzato ma all’interno del nuovo contesto assume un nuovo significato che ci svela i gusti e le ritualità di una nuova civiltà e sono la prova di contatti culturali sotterranei, di un cortocircuito intenzionale tra l'iper-tecnologia esecutiva del death metal tecnico (il presente) e la materia organica primordiale (il passato). Questi strumenti non decorano i brani; ne sabotano la freddezza geometrica, inserendo un respiro tribale e genuino che rende la narrazione ancora più aliena, verosimile e spaventosa.

Giunti all'ultimo strato, la scoperta finale rivela l'insieme dell'opera nella sua maestosa interezza attraverso le conclusive "Zenith of a Dying Sun" e la strumentale "Mirage". L’operazione complessiva dei Miscreance assume così i contorni di una vera e propria archeologia sperimentale. Nella cronologia del metal estremo, il biennio 1991-1993 – quello dei già citati "Unquestionable Presence" degli Atheist e "Spheres" dei Pestilence, ma anche di "Focus" dei Cynic e "Human" dei Death, insieme alle scorribande di band come Sadus, Coroner, Disarmonic Orchestra, Hexenhaus, Watchtower o Obliveon – rappresenta l'equivalente dei templi della Magna Grecia. Parliamo di strutture dall'equilibrio geometrico perfetto, nate da una colonizzazione culturale (l'innesto del jazz e del progressive sul corpo del death metal) che ha toccato vette di grazia assoluta, per poi essere abbandonate alla vegetazione e al silenzio a causa del mutamento delle rotte storiche.

I Miscreance non si limitano a fotografare queste rovine da turisti della nostalgia, né compiono un'operazione di mero antiquariato. Al contrario, agiscono come architetti antichi: studiano le proporzioni dei fusti, l'interasse delle colonne e l'ordine dorico di quel preciso triennio d'inizio anni '90 per carpirne le leggi matematiche. "Reminiscence" non è la copia sbiadita di un monumento del passato: è la dimostrazione scientifica che quegli antichi canoni architettonici sono ancora vivi, solidi e perfettamente capaci di reggere un soffitto moderno. La band riprende il cammino da dove i maestri lo avevano interrotto, dimostrando che la sacralità geometrica di quella scuola non era un fossile museale, ma uno spazio sacro ancora abitabile e proiettato verso il futuro.

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