Recensione: Sealed Into None
Il Canada è una terra che ha da sempre regalato grandi soddisfazioni ai fan della musica dura, con artisti sui generis di qualità che talvolta sono stati perfino in grado di influenzare le generazioni successive, grazie appunto a caratteristiche uniche. Un po’ come la Svizzera, ma più in grande, territorialmente parlando: numericamente non sono mai stati una potenza, ma la qualità è indiscutibile. Steppenwolf, Triumph, Rush, Exciter, Annihilator, Gorguts, Obliveon, Strapping Young Lad, Cryptopsy e Voivod, sono solo alcuni dei più rappresentativi e particolari che si possono citare.
Provenienti dalla parte francofona del vasto Stato nordamericano, più precisamente dal Quebec, gli Exxûl si propongono come nuova realtà emergente del panorama locale con il loro album di debutto, “Sealed Into None”, uscito all’inizio di questo 2026 ancora in fase di rodaggio. Parlando della band, invece, troviamo tutti artisti piuttosto navigati. In particolare, il chitarrista Defender (AKA Philippe Allaire-Tougas), multistrumentista, produttore e fondatore della label Productions TSO, che ha licenziato il disco in oggetto. Ognuno dei cinque membri, ad ogni modo, ha avuto esperienze pregresse, chi più chi meno, rilevanti.
Musicalmente gli Exxûl non sono distantissimi dal tipo di proposta, moderna ma dal fascino squisitamente retrò, dei Crypt Sermon. Tuttavia, a differenza del combo di Philadelphia, le composizioni hanno un’impronta maggiormente progressiva. I brani sono ancora più lunghi e articolati, arrivando a superare sempre gli otto minuti di durata, ad eccezione dell’intro ‘Bells Of The Exxûl’. Quattro brani, più intro, per un totale di 44 minuti di durata. Crimson Glory, Fates Warning, Watchtower e Queensryche sono i primi nomi a venire in mente da un ascolto sommario di “Sealed Into None”, ai quali si vanno ad aggiungere senz’altro Veni Domine, Memory Garden e Memento Mori. Mentre da un punto di vista più tecnico, spicca la scelta di affidarsi a una sola chitarra, lasciando campo libero alle scorribande di Sentinel (Antoine Daigneault) al basso. Proveniente molto probabilmente da studi sulla chitarra, quest’ultimo si affida al suo fedele plettro e suoni corposi e distorti. Tutte caratteristiche che riportano inevitabilmente alla mente il contributo di Greg Lindstrom prima e Michael Vujea dopo nei Cirith Ungol, con quel sound denso e onnipresente che permetteva al talentuoso Jerald Alan Fogle di sbizzarrirsi in sede live, senza perdere niente per la mancanza di una chitarra ritmica. Uno stile chitarristico che emerge, per esempio, sul finale dell’opener ‘Blighted Deity’, quando Sentinel si lancia in un prolungato assolo di basso. Ma il suo lavoro è generalmente sempre presente, sempre in bella mostra. A definire i colori primari da usare sulla tela, così come ad incanalare il mood dei brani in una certa direzione, ci pensa anche Spectre (François Bilodeau) alle tastiere. Il suo non sarà un apporto di tipo solistico, come nel caso dei due musicisti citati in precedenza; tuttavia, è innegabile quanto la costruzione delle atmosfere e la definizione dello stile della band passi anche da lui.
Assolutamente non da meno, Stargazer (Thomas Karam) alla voce ed Etherial Hammer (Guyot Begin-Benoit) alla batteria. Il primo ha un’estensione vocale e una varietà di registri davvero invidiabili; potrebbe essere descritto come un incrocio tra Eric Adams dei Manowar e un giovane Geoff Tate. Talvolta si ha la sensazione che tenda un po’ a strafare, chiamiamola irruenza giovenile mista a un pizzico di inesperienza. Cercare di dosare un po’ di più le parti impegnative, conferirebbe maggior spessore alle sue performance e permetterebbe a delle corde vocali indubbiamente importanti di durare maggiormente nel tempo. Ad ogni modo, la sua prestazione è notevole e i suoi duelli all’arma bianca con la chitarra (ad esempio su ‘The Screaming Tower’) sono senz’altro appassionanti. Il secondo è un batterista molto incisivo e versatile. Sembra aver fatto suoi più stili e generi musicali e su “Sealed Into None” fa sfoggio di una gran varietà di soluzioni. Molto interessante l’uso parsimonioso del doppio pedale o del doppio colpo e di alcune sferzate simili al blast beat. Talvolta ricorda un po’ un Gene Hoglan adattato a un gruppo progressive/doom.
Come già accennato, il disco è diviso in cinque tracce, ognuna con la propria personalità; tuttavia, si ha quasi la sensazione che “Sealed Into None” sia un’unica lunga suite divisa in movimenti. Che in qualche modo le canzoni siano legate tra loro, come in un unico turbinio di emozioni. Gli Exxûl hanno davvero molte frecce al loro arco e, in generale, una maturità artistica che permette loro di spaziare in scioltezza tra più generi, senza mai perdere niente in coerenza o credibilità, e mettendo sempre in bella mostra tutte le singole individualità. La tecnica sempre in funzione delle composizioni, mai il contrario. L’ascolto dell’album nella sua interezza vi darà la sensazione di compiere un lungo percorso tra angusti cunicoli scavati nella roccia, che portano ad ampi saloni adorni di guglie e stalattiti, immersi nelle tenebre e pregni dell’odore di acqua calcarea. Di correre a perdifiato in ampie pianure baciate dalla luna o arrancare su pendii innevati, fino al volo finale, liberatorio, della lunga accelerazione posta in fondo al disco.
“Sealed Into None” è un debutto coi fiocchi, che lancia gli Exxûl tra le nuove realtà più promettenti del panorama epic/doom/progressive. Se sapranno lavorare ed evolversi ulteriormente in termini di personalità, potrebbero davvero ritagliarsi uno spazio tra i grandi nomi citati in apertura. Nel frattempo, non resta che ascoltare più e più volte questo primo loro tassello discografico, per scoprirne le molteplici sfaccettature.
