Recensione: Sermon to the Lambs

Di Giovanni Picchi - 6 Marzo 2026 - 10:15
Sermon To The Lambs
Etichetta: Comatose Music
Genere: Death 
Anno: 2026
Nazione:
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L’etichetta americana indipendente Comatose Music annovera moltissime band brutal death metal più o meno conosciute e provenienti da ogni parte del pianeta (compresi alcuni gruppi italiani) e si è resa finora instancabile nel pubblicare miriadi di album nel suo quarto di secolo di attività e dedizione al genere suddetto. La scuderia si amplia ancora con l’esordio omonimo dei Sermon To The Lambs, terzetto proveniente dal Cile che, come tutto il Sudamerica, è assai popolato da tantissimi gruppi che vivono nel sottobosco underground e che aggiungono ancora più linfa vitale ad un continente che vanta per i generi musicali estremi numerosi proseliti. Il disco è stato mixato e masterizzato dallo stesso batterista della band, Victor Araneda, che già ha collaborato con altre realtà cilene quali In Asimmetry, First Degree Murder e Supreme Banishment. Al batterista si sono aggiunti Richard Aguayo al microfono e Mauro M. alla chitarra e al basso. L’approccio del terzetto è pura ferocia e dedizione al brutal death metal senza compromessi o concessioni a parti groove o melodiche. La band si ispira a realtà affermate quali Brodequin, Prostitute Disfigurement, Liturgy, Abominable Putridity, Analepsy, Putrid Pile e compagnia sanguinolenta, scevra però da una produzione limpida e da un perfetto equilibrio dei volumi degli strumenti.

Inutile quindi girarci intorno: la proposta qui è veramente estrema. Dalle casse fuoriescono riff veloci e sparatissimi, con la chitarra che estremizza a dovere il palm muting e la plettrata alternata uniti alla consueta accordatura ribassata. Le canzoni, per lo più di breve durata, presentano sia tempi medi che (soprattutto) veloci, facilmente percettibili dall’accordatura del rullante tenuta volutamente in “high tuning”, per cui la resa del suono, enfatizzata dalla tecnica del “gravity blast”, sovrasta cassa, tom e piatti e addirittura interferisce nella piena comprensione del basso e della chitarra, restituendo come effetto finale il rumore di una mitragliatrice della prima guerra mondiale. C’è solo qualche breve concessione ad oscuri canti gregoriani all’inizio di “Maximum Apostasy” e nel finale della conclusiva “Clergy’s Malevolence”, tanto per rimarcare anche i contenuti a sfondo blasfemo e orrorifico delle canzoni e stando anche agli altri titoli più o meno espliciti quali “Spitting in the Church of the Nazarene” o “Maximum Apostasy”. Non molto utile citare anche le restanti cinque canzoni in quanto non si nota una marcata differenza le une dalle altre: la voce è alquanto monotona, con un growl che spazia su due registri, da un simil pig squealer ad un gutturale profondo, per nulla intellegibile o dinamico. Il chitarrista è dotato di una buona tecnica ma non si muove oltre i confini del proprio genere e non protende a divagazioni strumentali, mentre il basso pulsa e detta le ritmiche quando lo si riesce a percepire nei momenti in cui non viene soffocato dalle battute del rullante. Frequenti comunque i breakdown scavezza-vertebre e le parti rallentate ai limiti dello slam e che tutto sommato danno sì un po’ di variatio all’album ma non lo aiutano a risollevarlo da una tendenza globale alla monotonia: le 9 canzoni che fanno parte del dischetto, in uscita il 6 marzo, presentano le stesse idee, anche buone, ma sono ripetute più volte, per cui è difficile seguire una trama o distinguere le composizioni una dall’altra. A queste si aggiungono due bonus tracks che non sono altro che le due ultime canzoni dell’album che vedono come ospite il cantante Jeff Page dei Manifestation.

Complessivamente la band non è proprio così male ma il songwriting risulta alla lunga monotono e ripetitivo e la violenza parossistica sprigionata dai solchi di questo album non basta a rendere l’ascolto piacevole.

Solo per la dimensione live e per gli aficionados del genere.

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