Recensione: Set the Dark on Fire

One wild blue yonder
A world of eternal wonder
Right east of Venus, west of Mars
A jewel in splendor
A symphony of surrender
This is our place among the stars
A qualcuno riesce subito, per altri ci vuole un po’ di più. Ma, per cosa? Ma per realizzare uno dei migliori album della propria carriera! Se non addirittura il migliore. Caratteristica principe, questa, che è marchiata a fuoco sullo splendido artwork di “Set the Dark on Fire”, dodicesima fatica in studio degli Edenbridge.
Dalla nascita, avvenuta nell’ormai lontano 1998, la formazione austriaca ha sempre navigato in una sorta di limbo compresso fra l’underground e i grandi stadi. Una condizione che, onestamente, non si pensava avrebbe avuto alcun cambiamento. Lanvall, compositore nonché chitarrista, pianista e specialista di molti altri strumenti, invece, quasi a mostrare che in tutti i campi dell’ingegno umano uno degli aspetti principali è l’imprevedibilità, tira fuori dal cilindro un disco clamoroso, incredibile nel suo magnifico valore tecnico/artistico.
Artistico, più che altro, giacché “Set the Dark on Fire“, oltre a diventare sin da subito la pietra miliare del symphonic metal del 2026, presenta in sé tutti caratteri del capolavoro. Prima di tutto lo stile. Se la band presentava già una propria ben delineata fisionomia nel precedente “Shangri-La” (2022), ora esplode con un sound stellare, potente, monumentale che, grazie alla straordinaria, sbalorditiva interpretazione di Sabine Edelsbacher, trova un posto suo, e solo suo, nel firmamento che accoglie i Maestri del metal odierno nella sua forma più pura.
Umiliare i Nostri canalizzandoli nel symphonic, difatti, è come oscurarli della loro infinita bellezza metallica. Benché le mirabolanti orchestrazioni avvolgano l’LP come un’atmosfera ricca di sogni vellutati; le chitarre, soprattutto quella ritmica, si mostrano dure, massicce, artefici di un riffing roccioso, compatto (“Set the Dark on Fire“). Lanvall e Sven Sevens, insomma, non si dimenticano di far parte di una compagine a due asce, con tutto il costrutto che ne deriva. Che, se prima riguardava il ritmo, coinvolge anche assoli dalla bellezza inusitata. Se ne sono ascoltati così tanti, in questi lustri di rock, hard rock, heavy metal e metal in generale, che appariva impossibile tirar fuori dal cuore della sei corde ancora qualcosa di grande. Sembrava, giacché il full-length presenta parti soliste degne dei più grandi musicisti del genere. Senza scomodare i guitar-hero, Sevens, nuovo arrivato in formazione che ha portato con sé tutta la sua bravura, nel suo piccolo, si fa per dire, cuce arabeschi dorati dai soggetti più disparati. Ma, sempre e comunque, meravigliosamente stupendi da guardare, anzi da ascoltare (“The Ghostship Diaries”, “Lighthouse“, “Our Place Among the Stars“).
Poi, Sabine Edelsbacher, che sembra vivere una seconda giovinezza improntata più sull’interpretazione che sulla tecnica, che comunque si mostra di altissimo livello al pari se non superiore a quella delle migliori nonché più blasonate vocalist mondiali. “Bonded by the Light“, giusto per tentare un esempio, lo stupefacente lento del CD è lì, per dimostrarlo. Oltre a essere un brano da estasi in sé, Sabine gli dà vita con fermezza e vigore, toccando vette di incommensurabile musicalità.
Inoltre, richiamando la strumentazione resa viva da Lanval, che include attrezzi etnici quali il dulcimer, lo swarmandal, il monochord e il sitar elettrico, il sound, già di per sé magnifico, si arricchisce di pennellate dai toni arabeggianti ma anche figli della tradizione irlandese. Intarsi perfettamente calati in una foggia musicale esplosiva, tant’è che l’hit dell’album è proprio “Where the Wild Things Are“, ove tali elementi furoreggiano ficcandosi per sempre nel cervello.
Nondimeno assommano a sé il carattere della straordinarietà le poderosissime orchestrazioni, ben inquadrabili nelle quattro parti cui si suddivide “Spark of the Everflame“. Esse sono concepite come due segmenti strumentali e da due altrettanti pezzi cantati. La multi-traccia pare scatenare la vena compositiva di Lanvall, potendo spaziare su più livelli invece che quello, unico, della singola song, regalando in tal modo maestosi paesaggi connotati da altissime cime innevate. Lassù, ove riposano le anime dei più grandi autori di musica classica (“Spark of the Everflame – Per Aspera ad Astra“).
Benché il solo avvicinamento stilistico del combo di Linz al cuore di Euterpe indichi il massimo della delicatezza, della decisione e della genialità; l’immenso, inaccessibile dono che Lanvall regala ai cuoi compagni e al Mondo intero è l’incredibile talento di un songwriting eccelso, dai risvolti a volte inquietanti per ammantare il platter di un mood un po’ cupo (“Cosmic Embrace“), quasi stimolante la paura per dare la giusta idea di un suono quindi vivo e frizzante.
Le canzoni di “Set the Dark on Fire” si racchiudono, così, in un insieme, anzi un Mondo tutto loro, nel quale vigono le regole artistiche sin quei evidenziate o menzionate. Con l’esito fausto di potersi fare accarezzare i timpani da chorus strepitosi come, per esempio, quello di “Our Place Among the Stars” (anticipata dal breve intermezzo “Tears of the Prophets“, nome omen), così profondo e commovente da indurre le lacrime a far capolino ai lati degli occhi. I brividi corrono veloci sulla pelle, disegnando irreali universi che, fedeli nel loro movimento alle tematiche intimistiche del disco, baluginano all’interno della mente.
E allora si vola in alto, lassù fra le stelle, intrufolandosi fra infiniti pianeti e galassie, intrappolati mirabilmente in una dimensione onirica che fluttua all’ondeggiare delle tredici, sontuose sorelle. Ondeggiare lasciando andare via il corpo sul movimento delle perturbazioni sonore, per arrivare, chissà, al punto ove l’Io incontra l’Infinito (“Spark of the Everflame – Where It Ends, Is Where It Starts“).
“Set the Dark on Fire” è un’Opera pazzesca che, finalmente, mostra che gli Edenbridge non abbiano nulla da inviare a Nightwish, Epica, Xandria, e ad altri Campioni del metal trasformato in sinfonia.
Capolavoro, si diceva più su. Capolavoro, sì. Assolutamente.
Daniele “dani66” D’Adamo


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