Recensione: Shores Of Null – Beyond The Shores (On Death And Dying)

Di Vittorio Cafiero - 20 Dicembre 2020 - 10:00
Beyond The Shores (On Death And Dying)
Etichetta: Spikerot Records
Genere: Doom 
Anno: 2020
Nazione:
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90

In un panorama musicale fatto di streaming, di playlist e di singoli pubblicati al volo di tanto in tanto, gli Shores Of Null per la loro terza uscita discografica compiono la scelta coraggiosa di usare il formato della traccia unica e senza interruzioni. Una mossa sicuramente anticommerciale ed antitetica rispetto alla consuetudine attualmente in voga, ma la cui logica sembra però chiara: l’ascoltatore non potrà approcciarsi all’opera per caso o distrattamente. Non sarà sufficiente un rapido assaggio, non basteranno un paio di pezzi, magari i singoli, da inserire nel mix settimanale per il tragitto casa-lavoro o per la routine di allenamento. No skip, no shuffle, ma 40 minuti di tempo – forse una delle risorse più preziose al giorno d’oggi – da dedicare ad un ascolto attento e focalizzato. Ed è proprio attenzione e focus che merita “Beyond The Shores (On Death And Dying)”…opera ambiziosa e, diciamolo subito, riuscitissima da qualsiasi punto di vista. Chiaramente si tratta di un concept album, incentrato sull’opera della psichiatra svizzera Elisabeth Kübler Ross relativamente alla concezione della prognosi di malattia terminale e della morte. Gli Shores Of Null traducono in musica (e immagini, come vedremo) le cinque fasi dell’elaborazione del lutto (Negazione, Rabbia, Contrattazione, Depressione, Accettazione) attraverso un viaggio musicale che può essere descritto come la perfetta sintesi tra diverse scuole di musica doom o più generalmente estrema: quella nord-europea, quella inglese e quella italiana, o più specificamente romana.

Sono infatti i violini ed atmosfere decadenti che riportano ai My Dying Bride ad aprire il viaggio: i ritmi sono lenti, riflessivi, ma presto è la Negazione della realtà a prendere il sopravvento (“…Why me? This cannot be true…“) attraverso il growl profondo dell’ospite speciale Mikko Kotamaki degli Swallow The Sun che regala un’interpretazione sofferta e segnante. Ma, chiaro, elaborare un dolore tale è un caleidoscopio di sensazioni e presto si cerca di fuggire dalla verità: è un’accelerazione inaspettata a prendere il sopravvento, un’apertura melodica che è a metà strada tra quelle degli Enslaved e quelle dei Primordial (complice anche il timbro pulito di Davide Straccione simile a quello di Alan Averill) e che sembra proiettarsi follemente alla ricerca di una via d’uscita, “perdendosi” in una trama ritmica appositamente disordinata, di opethiana memoria. Passa la rabbia e il viaggio continua nella consapevolezza della condizione umana, condannata alla solitudine e allo struggimento eterno, dove la vita è un conflitto e l’esistenza un vascello che naviga in mari oscuri e tumultuosi, con il naufragio come unica fine possibile. Sottofondo a tale desolazione il più classico e profondo death-doom, ovviamente, in questo frangente essenziale nell’arrangiamento e scevro di barocchismi. E non illudano le armonizzazioni inaspettate (tanto care ai Paradise Lost e riprese benissimo dai concittadini The Foreshadowing): si tratta di fugaci momenti di sollievo, che si inseriscono come sfuggenti arabeschi nella trama fitta del dolore. In questo preciso frangente, Elisabetta Marchetti (Inno, Riti Occulti) si affianca al cantante solista in un duetto che graffia il cuore, prendendo per mano e accompagnando metaforicamente verso l’inesorabile destino. Inevitabile porsi domande a questo punto. Si cerca una spiegazione alla sorte, ci si interroga sull’esistenza del Divino, lo si implora e si chiede solo una cosa: ancora più tempo a disposizione, proprio quando la clessidra sembra essere arrivata all’ultimo granello. Tocca a Thomas Jensen dei Saturnus in compito di avanzare questa richiesta implorante, con un timbro pulito ma greve e disilluso, che diventa sporco e oscuro non appena intravede l’implacabile fine avvicinarsi. E’ un attimo, perché subito è la fase della Depressione a prendere il sopravvento, magistralmente elaborata attraverso uno scream senza speranza. Musicalmente, vengono ripresi e rielaborati passaggi che diventano portanti e ricorrenti, rendendo il pezzo un flusso continuato e ciclico, una marcia costante, inarrestabile. Arriva l’accettazione (“I’m ready for my departure…Ready for my journey to end“) e con essa la consapevolezza di essere pronti per affrontare l’ultimo passo: si esce dalla claustrofobia precedente, gli accordi si aprono ancora, compare nuovamente un accenno di melodia, che lentamente conduce il pezzo verso la chiusura.

“Beyond The Shores (On Death And Dying)” scuote chi lo ascolta con la dovuta attenzione, tanto è scombussolante nel concept quando impeccabile nell’elaborazione. Più che di un album, si tratta di un viaggio, un percorso personale che non può che essere drammatico e carico di sensazioni estreme che la band capitolina mette in musica in un flusso continuo di stati d’animo diversi, a volte opposti, ma mai senza perdere il controllo. E se sono stati menzionati alcuni tra i massimi esponenti del genere, è solo per consentire di inquadrare il contesto: gli Shores Of Null riescono nella difficile impresa di rendere l’opera assolutamente personale.

Non è tutto, accanto alla traccia audio, la band ha pensato bene di elaborare un vero e proprio cortometraggio come accompagnamento video (disponibile nel visualizer sottostante), impresa ambiziosa e magnificamente messa in atto. Una vera e propria opera d’arte dove suoni e immagini si completano a vicenda, per un risultato a metà tra Ingmar Bergman e Bela Tarr.

Un lavoro atrocemente splendido, un raro esempio di grande maturità compositiva. Sicuramente tra i dischi migliori di questo maledetto 2020.

Vittorio Cafiero

 

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