Recensione: Simulacrum

Di Daniele D'Adamo - 8 Novembre 2019 - 0:01
Simulacrum
Etichetta:
Genere: Death 
Anno: 2019
Nazione:
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82

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“Lost Highways” di David Lynch, “Differenza e ripetizione” di Gilles Delouze. Un film e un saggio cui prendono spunto le tematiche che formano l’ossatura lirica del quarto album degli Hideous Divinity, “Simulacrum”. Un encomiabile modo per non discutere di clich triti e ritriti, nel campo del death metal; il quale differenzia, a priori, la formazione italiana dalla moltitudine di colleghi che bazzicano il metal estremo.

Death metal violentissimo, quello dei Nostri. “Simulacrum” sembra essere stato concepito per fare male alle membrane timpaniche quanto pi esasperatamente possibile, devastandole con un sound mostruoso, terremotante, annichilente. Sin da subito, senza fronzoli e orpelli, dalla spaventosa opener-track, ‘Deleuzean Centuries’. La tecnica di esecuzione ai massimi livelli umani: nulla di invidiare a nessuno, nemmeno in un minuzioso riscontro internazionale. Il quale vede gli Hideous Divinity assestarsi sulle scale pi alte assieme ai mostri nordamericani, maestri nella perizia strumentale applicata alla musica.

Sound: n brutal n technical– almeno, a parere di chi scrive. Quindi, personale. Influenzato ancora dalle tinte nere e oscure del black quando le linee vocali di Enrico “H.” Di Lorenzo divergono verso lo screaming, lo stile del combo romano rappresenta storia a s, lanciato oltre la sfera del suono da una sezione ritmica terrificante, frutto del talento e della minuziosa preparazione di Stefano Franceschini e Giulio Galati. Una spinta continua, costante, immane nel suo valore energetico. Che fa sua, anche, una precisione chirurgica assoluta. Anche nei momenti pi concitati, difatti, non viene mai meno una lettura precisa anzi perfetta del tempo da tenere per supportare l’impossibile (‘Seed of Future Horror’).

L’impossibile. Cio, le chitarre di Enrico Schettino e Riccardo Benedini, furibonde macinatrici di riff sconquassanti. Riff duri, secchi, multiformi, complessi e articolati ma soprattutto intensi. Intensi in un modo quasi sovrumano, talmente occupati a riempire l’etere di note, comprimendole all’inverosimile per un riffing complessivo monumentale, enorme, capace di innalzare un gigantesco muro di suono (‘Prey to a Vision’) su cui disegnare, come graffi profondi, assoli dissonanti e penetranti sino al midollo a m di brutali scariche elettriche.

Un suono davvero pazzesco, che dipinge la band italiana come vero punto di riferimento per chi volesse avere fra le mani un esempio tangibile per sollevarsi sulle pi altre vette identificative il death metal del terzo millennio. Un’impetuosit calcolata al millesimo di secondo per connotare uno stile spesso e profondo, che s’insinua in modo mellifluo, non evidente quindi, negli anfratti pi nascosti della psiche umana.

Non mancano, infatti, alcuni elementi (incipit di ‘Implemini Exitio’, ‘Condense’) per rendere vivo un sound che non solo enorme bravura esecutiva ma anche fonte di allucinate visioni distorte di angoscianti elucubrazioni sui concetti di “differenza” e “ripetizione”, intesi in un approccio puramente filosofico alla questione. Angoscia che si estrapola da ogni canzone del platter, questi integerrimo nel proporre singoli episodi aventi ciascuno una propria identit seppur immersi nell’abnorme matrice sonora che alla base del sound stesso.

Poco da dire, tracce come ‘The Deaden Room’ e ‘Bent Until Fracture’, giusto per dirne due, rappresentano l’insano piacere provocato da uno stato di trance scatenato dall’hyper-speed; dalla super-cinetica, cio, da un’accelerazione di particelle che schiantano gli assoni celebrali per far vibrare i singoli neuroni, e quindi di provocare ipotetici, astratti paesaggi dipinti dalla penna dall’act laziale. Non manca, infine, qualcosa di melodico per rendere pi attraente un disco gi clamoroso, come si pu percepire in ‘Actaeon’. Poca roba, rispetto al Regno della Dissonanza in cui si muovono gli Hideous Divinity, ma pur sempre qualcosa per non essere uguali agli altri.

Alla fine, perch guardare continuamente all’estero quando il meglio in Italia?

Daniele “dani66” D’Adamo

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