Recensione: Sola Gratia

Di Giorgio Massimi - 10 Settembre 2020 - 12:16
Sola Gratia
Band: Neal Morse
Etichetta:Insideout Music
Genere: Progressive 
Anno:2020
Nazione:
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82

Nel 1979 cominciò a circolare una strana voce, il prog stava morendo, il punk derideva tutti i grandi musicisti che avevano dominato la scena in quegli anni di gloria facendoli passare per roba ormai vecchia e obsoleta. Anno 2020. Il prog vive ancora è diventato un genere di nicchia, di resistenza, difeso da pochi antieroi che non si arrendono nemmeno davanti all’evidenza dei fatti: tra questi, ovviamente, c’è Neal Morse, uno degli ultimi baluardi che si ergono in difesa di questa musica meravigliosa.

A sessant’anni compiuti, con il suo ultimo concept album Sola Gratia, riprende musicalmente quanto fatto nel 2007 con il bellissimo Sola Scriptura. Se al tempo a essere narrate erano le vicende di Martin Lutero, ora invece ci si sofferma sulla storia di Paolo di Tarso, il quale, persecutore dei cristiani, viene fulminato e reso cieco sulla via di Damasco da un Dio adirato e vendicatore. Paolo verrà curato proprio da un cristiano e dopo aver riacquistato la vista si renderà conto dei propri errori convertendosi alla nuova religione, fino a diventare l’apostolo delle genti. Il disco narra di questo suo percorso difficile e sofferto, e rintraccia (per così dire) delle affinità, neanche troppo velate, con la vita del talentuoso polistrumentista californiano, anch’egli avvicinatosi al Cristianesimo dopo un moneto difficilissimo della sua vita.

L’album si apre con “Prelude”, intro breve e ispirata, piena di pathos e melodia. La successiva “Overture” spazia da momenti sinfonici ed epici a passaggi di crimsoniana memoria, Red era per intenderci, consegnandoci un ottimo inizio di album con un Portnoy davvero in grande spolvero dietro le pelli. “In The name of Lord” è uno dei pezzi più diretti del disco, un hard prog potente dominato da un Morse in forma vocale straordinaria e un’eccellente melodia principale, al cui interno un coro angelico si unisce alla perfezione con la ruvidezza della lead voice. Ancora un’ottima prova di Morse nella trascinante e teatrale “Ballyhoo (The Chosen One)” pezzo dominato da un bel tappeto di pianoforte e da melodie semplici ma davvero efficaci. “March Of The Pharisees” è un intro cadenzata e cupa che ci porta fino al pezzo più hard rock di tutto l’album, parliamo dell’eccellente “Building A Wall”, brano accattivante con delle gradevoli venature glam.

Dopo “Sola Intermezzo” – un altro breve strumentale che fa da preludio alla ballad “Overflow”, pezzo pacato e dolce che non raggiunge mai picchi emozionali davvero degni di nota – “Warmer Than The Sunshine” ruota intorno a una delle melodie portanti dell’album e si fa apprezazare per un bellissimo assolo di pianoforte nella sua parte centrale, dove la maestria di Morse dietro i tasti d’avorio emerge in tutta la sua grandezza.

Arriviamo così a “Never Change” un pezzo di marca assolutamente floydiana con cori di richiamo alla melodia principale presi direttamente da Dark Side Of The Moon e un assolo di chitarra strappato alle sonorità della leggendaria band inglese. Il risultato finale, però, è troppo derivativo e piuttosto stucchevole, purtroppo. Ma proprio quando si comincia ad avvertire una certa stanchezza, Morse piazza il capolavoro del disco, la stupenda “Seemingly Sincere”, pezzo di progressive rock eccezionale che trascina e ammalia l’ascoltatore per tutti i suoi (quasi) 10 minuti di durata. Il brano parte subito incalzante con melodie vocali, mai scontate e sempre vincenti, fino ad arrivare a una parte strumentale assolutamente da infarto con la sezione ritmica formata da Mike Portnoy e Randy Geroge che domina incontrastata, davvero un piccolo grande gioiello. Anche “The Light On The Road Of Damascus” lascia il segno, è addirittura l’apice narrativo dell’opera: è qui infatti che Paolo viene “folgorato” e cambierà la sua storia. Il pezzo si lega melodicamente alla bellissima “In The Name Of Lord” essendone quasi una sua prosecuzione. L’album a questo punto viaggia spedito verso il suo finale, ma c’è ancora tempo per la bellissima “The Glory Of The Lord”, dove il violoncello, suonato da Gideon Klein, fa da apripista a cori celestiali e alla voce di Morse che canta di un Paolo ormai convertito e adorante; il tutto si chiude con un meraviglioso assolo di chitarra. Manca all’appello solo “Now I Can See/The Great Commission”, un classico pezzo finale da concept con aperture sinfoniche e cori epici che va a concludere il racconto con classe ed eleganza.

In sintesi Sola Gratia di Neal Morse non è forse un capolavoro e probabilmente neanche il suo miglior album, ma è un ottimo disco di progressive rock, curato nei dettagli da chi non è mai sazio di esplorare le proprie doti compositive e rivolto a chi non è mai sazio di ascoltare grande musica. Se siete già fan di questo eccezionale musicista non avete bisogno certo di essere convinti, se invece non lo siete, dategli un ascolto, chissà che anche voi non vi ritroviate ad essere fulminati sulla via di Damasco e a convertirvi al “Dio del progressive”.

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