Recensione: Sons of the Abandoned

Dalla Spagna arriva un’altra bordata di melodic death metal, coincidente con l’uscita di “Sons of the Abandoned“, quarto full-length in carriera dei Bloodhunter. Quest’ultima abbracciante ormai quasi vent’anni durante i quali la produzione discografica non è stata particolarmente abbondate ma comunque costante.
Si diceva bordata. Infatti, il sound della compagine iberica è bello potente, possente nell’incedere e a tratti brutale e violento quando, guarda caso, il ritmo dettato da Adrian Perales alle pelli si solleva sino a oltrepassare le vette dei blast beat (“The Outspoken“). Mentre il timbro è quello classico del melodic di matrice nordeuropea nonostante il Paese di provenienza della compagine stessa, per tradizione spostato verso altri generi.
Niente di così originale, quindi, ma in ogni caso uno stile che si avvale, per emergere dagli altri, della voce di Diva Satanica, al secolo Rocío Vázquez, già vista anche nelle Nervose in occasione del loro disco “Perpetual Chaos”. Una cantante di esperienza e molto ben preparata, antesignana delle donne al microfono del metal estremo melodico assieme ad Angela Gossow e Alissa White-Gluz. La quale, tuttavia, lascia perdere le clean vocals (unica eccezione “The Path That Never Ends”, ma a gorgheggiare pulito è Laura Guldemond delle Burning Witches) per aderire esclusivamente al growling, interpretato in maniera davvero impeccabile, che lascia scorrere fra i solchi del platter un chiaro nonché evidente tocco femminile. Perché è inutile voltarsi da parte e far finta di niente: le ragazze, nel metal praticamente di tutti i tipi, solo ultimamente hanno invaso le piazze con la loro presenza, per cui, bene o male che sia, una frontwoman pure avvenente fa sempre notizia.
Detto questo, sottolineando ancora una volta la bravura e il talento di Diva Satanica dietro al microfono, la musica. Come si è detto niente di eccezionale, perlomeno a livello di suono. Tutto si svolge con la massima professionalità, a dimostrazione della preparazione tecnica senza pecche dei quattro strumentisti che fanno da scudieri alla Vázquez. “Sons of the Abandoned“, difatti, si può tranquillamente affermare che rappresenti il top raggiunto oggi in termini di manifattura complessiva. Esecuzione irreprensibile, produzione priva di difetti con tutti gli elementi (strumenti e voce) al posto giusto senza che qualcuno prevalga sugli altri. Insomma, un insieme equilibrato che, non si sbaglia ad affermarlo, rappresenta la migliore qualità dell’LP.
Tant’è che non sono pochi (ma nemmeno tanti) i momenti in cui grazie al virtuosismo si approfondisce l’intensità emotiva della musica, come accade per esempio nell’assolo presente in “Threshold of Hell“. Brano in cui fanno capolino le stentoree declamazioni dell’altro ospite del platter, ovvero di Fernando Ribeiro dei Rotting Christ. Oppure in “The Night Is Darker Before the Dawn“, delicato arabesco strumentale ricamato con le chitarre acustiche dei due axeman Dani Arcos e Guillermo Starless, cementate dal basso di Fabian Tejeda.
E, a proposito di song, occorre menzionare la migliore del gruppo, che è senza ombra di dubbio “Masters of Deceive“. Fra i rapidi ceselli dorati della sei corde, la furia scardinatrice dei blast beat, gli inserimenti di tastiera, l’orecchiabilità del ritornello – nonostante sia affrontato, ovviamente, in growling da una sempre formidabile Diva Satanica – la canzone mostra un’inaspettata varietà compositiva che la distingue parecchio dalle compagne d’insieme. Ed è qui, al contrario, che è insito il difetto del lavoro: una prevedibilità del songwriting, la quale fa sì che detto insieme non decolli, restando aggrappato a un approccio sostanzialmente scolastico alla questione. Ne è anche prova l’inutile sforzo di coverizzare “Human Insecticide” degli Annihilator, circostanza che sottolinea ancora una volta la maestria a tutto tondo dei Nostri ma anche la loro incapacità di creare con quel quid in più in maniera tale da emergere dalla folta pattuglia che perlustra il mare del melodic death metal.
“Sons of the Abandoned” è sicuramente un album sufficiente, piacevole da ascoltare anche se non ci mette molto tempo ad annoiare un po’ e indurre l’ascoltatore a passare ad altro. Peccato, poiché, s’intuisce, i Bloodhunter potrebbero dare parecchio di più.
Daniele “dani66” D’Adamo
