Recensione: Soulless Abominations
L’ottavo album degli Handful of Hate arriva dopo ben sette anni di silenzio e con un nuovissimo contratto con Dusktone. La band toscana si presenta in forma smagliante e ben decisa ad inaugurare questo 2026 nel più nero dei modi. Soulless Abominations è un’opera che non le manda a dire e si rivela una vera e propria badilata sui denti fin dai primi ascolti. Nessun compromesso, un assalto continuo e una sezione ritmica che sembra una scheggia impazzita sono gli elementi cardine del lavoro, e funzionano benissimo.
Sono otto i brani proposti di cui uno strumentale, Winter March, posto in maniera intelligente dopo un trittico iniziale devastante e di assoluto livello. La produzione e il taglio che si è dato al disco, anche per quel che riguarda la voce, ricorda molto l’approccio dei Samael su Above: una potenza inaudita ma con un occhio di riguardo alla sporcizia e all’imperfezione controllata.
Quello che, francamente, risulta incomprensibile, è come tutto questo ben di Lucifero vada poi a perdersi in un bicchiere d’acqua. Sembra di essere davanti ad alcuni libri di Stephen King (qualcuno ha detto The Dome???), in cui si creano trame clamorose per poi andare a concludere alla prepuzio di segugio. I brani di Soulless Abominations hanno infatti un evidente problema sui finali: ben cinque sono dei fade out, quattro normali e uno davvero atroce (Gall Feeder) e gli altri tre brani se la cavicchiano ma non troppo. Un peccato, perché con un minimo di lucidità in più in questo frangente avremmo avuto davanti un album black metal praticamente perfetto.
Quel che rimane è in ogni caso un ottimo lavoro nostrano, che consigliamo ai più intransigenti fan della fiamma nera e che sicuramente sarà ricordato come uno dei dischi estremi più validi di quest’anno appena iniziato.

