Recensione: Special The Cursed Concert 30th Anniversary Edition

Di Stefano Ricetti - 21 Ottobre 2022 - 9:37
Special The Cursed Concert 30th Anniversary Edition
Band: Death SS
Etichetta: F.O.A.D. Records
Genere: Heavy 
Anno: 2022
Nazione:
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85

C’è modo e modo di festeggiare delle ricorrenze, nella vita: tanto per farlo, quasi a dover assolvere a un obbligo contrattuale e in maniera opposta, ossia nella modalità più intensa, col cuore e l’anima, dando il meglio del proprio repertorio (anche) per i posteri.

Ebbene, F.O.A.D. Records, che già aveva effettuato un lavorone in occasione del box con i sette vinili dei Bulldozer intitolato Ride Hard Die Fast, l’anno passato, con la versione del trentennale del The Cursed Concert dei Death SS si è letteralmente superata.

Un po’ di storia: nel periodo ricompreso fra il gennaio e il febbraio del 1992 la band mise a ferro e fuoco il Paese per il tramite di una serie di date dal vivo delle quali si parla ancora oggi. Gli artefici di tale sconquasso rispondevano agli stessi nomi presenti nella terremotante, killer line-up di Heavy Demons, album pluridecorato del gruppo e molto probabilmente il più amato da parte dei fan all’interno della loro estesa discografia. Oltre a Steve Sylvester alla voce comparivano due asce d’eccezione come Jason Minelli e Al Priest, poi Andy Barrington al basso e “martello” Rossano “Ross” Lukather alla batteria. In aggiunta, Marcel Skirr alle tastiere. Senza ombra di dubbio la migliore per poter partorire un live album “straight in your fuckin’ face“ quale The Cursed Concert: sulfureo nell’ambientazione ma tremendamente heavy metal nel “tiro”. Una “botta” di HM senza ma e senza se: puro, crudo e nudo, esattamente come spesso accadeva sul palco alla performer dell’epoca, Alessandra “Lilith” Simeone, dopo le amorevoli cure di uno Steve Sylvester in stato di trance. Originariamente il disco venne licenziato sotto il moniker Sylvester’s Death, un cambio resosi obbligatorio per scongiurare accostamenti “nazi” per via delle due “esse” nei confronti dei mercati esteri, Germania in primis. Al di là di questo particolare, The Cursed Concert incarnò il feticcio dal vivo a conclusione del Terzo Sigillo della parabola Death SS, quello che verrà ricordato per sempre negli annali come lo splendido periodo “defender” del gruppo, con due chitarre, fondamentali per fare rendere al meglio tutto il loro repertorio.

Tornando al soggetto della recensione, il The Cursed Concert nella sua ultra-deluxe edition del trentesimo anniversario ricomprende, spalmati lungo due ellepì, i brani originali targati Contempo Records a loro tempo prodotti da Sven Conquest, di certo non l’ultimo cudeghìn sulla piazza,  riproposti in versione remix’n’remaster più altri cinque pezzi aggiunti a mo’ di bonus track così da poter rivivere, a distanza di trent’anni e per intero, la scaletta completa proposta dai Death SS lungo il loro Heavy Demons Tour. Più nello specifico “Death Walks Behind You” e “Murder Angels”, finora totalmente inediti in questa loro forma, sono stati recuperati da una registrazione avvenuta presso l’Auditorium Flog di Firenze il 24 gennaio del 1992 mentre “Straight To Hell” da un bootleg dell’epoca uscito solamente all’interno del circuito del fan club della band. Tre brani che per forza di cose scontano una qualità sonora inferiore rispetto al resto del lotto, che si mantiene su livelli metallicamente possenti, con uno Steve Sylvester in versione extra-acid, a livello di tonalità. Pur sempre delle chicche ma meno esclusive “Guitar Solos” e “Templar’s Revenge”, presenti sinora solamente all’interno delle versioni in musicassetta e Cd del The Cursed Concert. Quindi, di fatto, anch’esse per la prima volta catturate su vinile.

La confezione cartonata realizzata con laminazione antigraffio che avviluppa il tutto si dispiega lungo tre ante apribili, con quella centrale ad appannaggio di un libro incorporato costituito da una decina di pagine zeppo di foto d’epoca con molti scatti inediti e con delle note tecniche aggiuntive. La copertina, oltre a sfoggiare una striscia OBI giapponese riporta il nome della band in rilievo, così come i vari disegni dorati, fornendo un aspetto scenico, nonché al tatto, ad alta gradazione emozionale, andando così a incasellare questa realizzazione fra le più suggestive della storia dei Death SS per quanto afferente il vinile. Le ante esterne fungono da custodia per i due ellepì  che sono disponibili in tre colorazioni diverse: nella classica pigmentazione nera, poi bicolore e splatter. Il The Cursed Concert 30th Anniversary Edition non esiste in altri formati, quindi niente Cd nè musicassetta.

Per poter ulteriormente respirare a pieni polmoni lo spirito dell’epoca e apprezzare ancor di più la versione del trentennale, qui di seguito sono riportate fedelmente due testimonianze del periodo, ossia la recensione di The Cursed Concert così come apparsa sulla rivista Metal Shock e l’intervista a Steve Sylvester pubblicata su H/M numero 142 ove si parla del cambio di moniker e anche, ma non solo, di questo album dal vivo dall’allure clamorosa, senza dubbio uno fra i più scintillanti di sempre non solo in ambito italiano.

 

 

 

Metal Shock numero 133, 1-15 dicembre 1992

SYLVESTER’S DEATH

“The Cursed Concert”

(Contempo)

Motivi espliciti hanno indotto i “mostri” di Firenze a cambiare il loro nome, ed eccoli subito dopo alla prima uscita live della loro decennale carriera artistica. Una scelta felice solo in parte e ne spiego il perché… L’esibizione dal vivo costituisce il punto di forza della più amata cult band di heavy metal, base essenziale dei loro show sono le musiche ma anche la teatralità, le scenografie, i trucchi, i costumi… Per questo fare un disco live dei Sylvester’s Death è come girare un film horror su audiocassetta, è troppo limitativo. I brani sono ottimamente suonati ma il difetto è proprio la mancata visualizzazione dell’avvenimento, componente fondamentale. A parte questo, la differenza delle canzoni dal vivo rispetto a quelle in studio è minima, tutto l’album scorre senza aggiungere nulla di nuovo: belle “Horrible Eyes”, “Lilith”, “Baphomet” e “Where Have You Gone”, oltre che la spettacolare e trascinante “Heavy Demons”. Esaltanti le ottime capacità tecniche di tutti i componenti della band che, a livello esecutivo, raggiungono livelli enormi grazie ad una ricca esperienza, buona la prova del chitarrista Kurt Templar che ci offre un saggio di assoli classici efficacissimi, grande come al solito la prestazione di Steve Sylvester! Speriamo nell’affermazione della band anche all’estero: le difficoltà ci sono, ma la professionalità, la fede e la fermezza di un personaggio come Steve, una vita dedicata all’heavy metal, ci fanno ancora credere che qualcosa possa succedere per la band fiorentina. Insomma, se son rose fioriranno, anche se nere. Ed in bocca all’uomo-lupo.

(F.Mat.)

 

 

INTERVISTA A STEVE SYLVESTER TRATTA DA H/M NUMERO 142 DEL MARZO 1993

Sylvester’s Death

Alive & Hell!

Il ritorno, attesissimo, della heavy metal band italiana n.1!

Questo 1993 da poco iniziato si profila come un anno ricco di proposte ed interessanti novità riguardanti quello che è, senza alcun dubbio, il gruppo italiano maggiormente seguito ed amato nel nostro paese. Il Vampiro, la Morte, lo Zombie, la Mummia e il Lupo Mannaro sono tornati sul piede di guerra ben decisi a regalarci nuove mortifere e devastanti atmosfere sonore, un nuovo capitolo artistico che tanto sapientemente va ad installarsi nel filone Metal più credibilmente spirito verso l’Horror e l’occulto. Reduce dal successo di  “Heavy Demons”, l’album che nel ’91 ha innalzato la band toscana dall’affascinante eppur ristretto ambito di cult-band a quello ben più gratificante ed impegnativo tributato da un pubblico notevolmente più ampio e numeroso, il misterioso vocalist Steve Sylvester torna a proporci la sua musica potente nonché la sua particolare e viscerale visione della vita coadiuvato da Andy Barrington al basso, da Jason Minelli e Al Priest a svolgere il lavoro delle chitarre e, per finire, do Ross Lukather dietro la batteria.

 

Fondati nel lontano 1977, i Death SS cambiano nome, ma intatti e sempre coerenti tanto nella sostanza quanto negli intenti, tornano in studio per la registrazione di un nuovo Picture Disc EP a titolo “Straight To Hell”, oltre che per la realizzazione di quello che rappresenta il primo live ufficiale della formazione nostrana. Al live, registrato con unità mobili durante il recente tour italiano, dovrebbe seguire poi un ulteriore Home Video contenente altre immagini dei cinque musicisti colti durante le loro esibizioni dal vivo sui palchi di tutta la penisola. A parlarci di tutto questo e di altro ancora, non ultimo il controverso e discusso riavvicinamento tra Sylvester e Paul Chain (appartenente alla primissima formazione dei Death SS e sganciatosene in modo tutt’altro che sereno e pacifico), è proprio il cantante, leader incontrastato e mente ideale del gruppo, con la sua solita attenzione e partecipazione, con quella professionalità e quella ferma coerenza che contribuiscono decisamente a farne un personaggio assolutamente unico e scevro d’ogni sorta di meschina banalità.

Tra le molte novità in serbo per questo vostro nuovo capitolo musicale una è senz’altro quella riguardante il cambiamento di denominazione della stessa band ce ne vuoi parlare?

(S.S.) – Beh, si tratta di una storia triste ma necessaria. In realtà non c’è un cambiamento poi così eclatante visto che si è semplicemente passati da Death SS a Sylvester’s Death eliminando, però, quel logo con lo doppia “S” che tanto ci aveva martorizzati in questi ultimi quindici anni. Per la verità, problemi sinceramente gravi qui, in Italia, non li abbiamo mai avuti, giacché non esiste fra noi una fobia nazista così marcata, ma all’estero tutto as­sume un valore ben diverso. Ab­biamo avuto, in passato, molte ri­chieste dal merca­to tedesco e dall’est in genera­le, ma non appena i dischi arrivavano nei negozi veniva­no puntualmente respinti; alla fine ne abbiamo com­preso la ragione. Aggiungere al di­sco un adesivo in cui si spiegava chiaramente la reale denomina­zione della band (Death SS= In Death Of Steve Sylvester) e la sua totale estraneità al movimento nazista non ha sortito altro risultato se non quello di peggiorare ulteriormente la situazione creando equivoci e curiosità mor­bose. Parlandone, dun­que, con i nostri contatti discografici in Germa­nia, peraltro molto interessati e ben disposti nei confronti del nostro lavoro, abbiamo deciso per il cambiamento che, in realtà, non si di­scosta poi molto dall’originale se non nella forma.

Anche gli altri membri del gruppo si trovano d’accordo sulla scelta di questo nome? Non temono che il tutto appaia esclusivamente come un tuo progetto solista?

(S.S.) – No, nel modo più assoluto. Non è cambiato nulla; la band è sempre quella, siamo gli stessi di “Heavy De­mons”, e nessuno pensa ad un mio pro­getto solista che, tra l’altro, è attualmen­te in atto, ma che non ha nullo a che vedere con i Sylvester’s Death.

Credi che, invece, sarà necessario qui in Italia aggiungere ai vostri dischi un altro sticker in cui richiamare l’atten­zione allo stesso cambiamento di nome?

(S.S.) – In effetti non ci avevo pensato, ma non credo proprio sia necessaria una simile puntualizzazione. Chi ci co­nosce e ci segue da tempo, in un modo o nell’altro, sarà sicuramente informato di questo mutamento. Lo stesso nostro nuovo live, uscito un paio di mesi fa con il titolo di “The Cursed Concert”, riporta già il nome Sylvester’s Death senza alcu­na pecetta d’avvertimento.

Quale criterio avete adottato per la scelta dei brani da inserire in questo live-album?

(S.S.) – Nessun criterio in particolare, non abbiamo fatto altro che cercare di riproporre un nostro concerto per intero secondo la stessa scaletta adottata nei nostri spettacoli. E’ un disco per cui abbiamo cercato di lavorare il meno possi­bile in studio, intendendo riportare esclu­sivamente quell’atmosfera carica magari anche dei fischi degli amplificatori e del­le urla del pubblico ma tipica del con­certo live.

Da chi è stato prodotto?

(S.S.) – “The Cursed Concert”‘ è stato prodotto da Sven Conquest. Abbiamo lavorato con lui al Power Play Studios di Berlino in cui, generalmente, registrano i gruppi della Noise e devo dire che con Sven ci siamo trovati a collaborare dav­vero molto bene. L’album è stato, inoltre, co-prodotto da me e dal mio bassista Andy Barrington.

Avete sempre dimostrato una particolare attenzione per le co­pertine dei vostri dischi; come è la cover di questo live?

(S.S.) – Sulla copertina c’è una sorta di cornice con all’interno una nostra fotografia raffigurante uno dei momenti più particolari del nostro spettacolo, ovvero quello in cui entra in scena il personaggio della “suora”. Dietro invece ci sono cinque cerchi magici con delle lune intorno ed in ogni cerchio c’è la foto di uno di noi del gruppo.

Si tratta di una copertina apribile…

(S.S.) – Sì, la copertina è apribile e al suo interno vi è un collage di circa cento fotografie (rigorosamente live anche queste!) con cui abbiamo voluto ricostruire visivamente un nostro concerto nelle sue sequenze cruciali e più significative. L’intento è stato quello per cui, seguendo la musica unitamente a questo collage fotografico, anche chi non ha mai assistito ad una nostra esibizione sul palco sia poi in grado di farsi un’idea abbastanza chiara e fedele di un nostro show. C’è inoltre da dire che, mentre per i primi concerti a seguito dell’album “Heavy Demons”, avevamo optato per una maggiore attenzione al momento strettamente musicale a scapito di quello scenico, durante le ultime rappresentazioni dello stesso tour eravamo un po’ tornati alle nostre scenografie tradizionali riscuotendo successo e consensi dal pubblico sicuramente maggiori.

Questo perché la musica e gli stessi Sylvester’s Death non possono che essere indissolubilmente legati al loro look e a quell’iconografia che tanto caratterizza le loro esibizioni…

(S.S.) – Certo, la gente ama questo tipo di spettacolo. Le scene forti, magari anche divertenti, fatte di boia sul palco, di lanci di carne putrefatta e brulicante di vermi sul pubblico stesso o di squartamenti di manichini sulla scena. E a questo proposito abbiamo anche in cantiere l’uscita di un home-video contenente, appunto, la registrazione delle esibizioni live della band in occasione del nostro recente “Heavy Demons Tour”.

Si era già parlato di una vostra videocassetta già in circolazione…

(S.S.) – Sì, è vero. Si tratta di una videocassetta registrata da me, ma divulgata soltanto a livello di fan club, contenente tutto il materiale più vecchio che avevo, con le vecchie formazioni che si sono alternate nei Death SS al tempo di “In Death Of Steve Sylvester” e “Black Mass” (1988/89). Si tratta, ovviamente, di clips con un grado tecnico dal valore sicuramente non elevato se non a livello puramente amatoriale. Una cosa comunque interessante tanto per noi che l’abbiamo messa insieme quanto, credo, per i nostri fans vecchi e nuovi. Per l’uscita d’un video ufficiale bisognerà attendere ancora un po’, anche se in realtà il materiale da utilizzare è già tutto pronto ed andrebbe unicamente assemblato.

Riguardo ad un nuovo LP in studio cosa puoi dirci?

(S.S.) – Dunque, secondo i programmi della Contempo (casa discografica della band – nda) per settembre/ottobre del ’92 era attesa l’uscita del Picture Disc EP “Straight To Hell”. Una serie di disguidi e di problemi con i corrieri ha reso impossibile questo programma cui in ogni modo, cercheremo di far fronte per i primi mesi di questo 1993. Il disco comprende una cover di “Futilist’s Lament” degli High Tide, una versione dal vivo di “Baphomet”, l’inedita title track, oltre ad una versione remixata e riarrangiata di “Heavy Demons” appoggiata da una intro nuova.

Come è accolto dagli altri del gruppo questo tuo amore per la musica degli anni ’70 che tanto traspare nelle tue scelte musicali?

(S.S.) – A dir la verità non è una cosa molto semplice. I ragazzi della band sono tutti più giovani di me ed è una battaglia ogni volta che tento di spiegargli o fargli apprezzare certo sound tipicamente seventies. E’ quanto è accaduto per lo cover di “Futilist’s Lament” degli High Tide: al primo ascolto della versione originale di quel brano erano rimasti addirittura inorriditi! Tutto cambia via via che si entra in una certa ottica e si “fa l’orecchio” a certe particolari sonorità. Il tutto, comunque e ci tengo a dirlo, avviene sempre in modo molto democratico, senza imposizioni di alcun tipo.

E, visto che siamo in tema “vecchi anni ’70″‘, cosa pensi del ritorno dei Black Sabbath sulla scena musicale?

(S.S.) – Ad essere sincero il loro ultimo disco non mi ha entusiasmato troppo. Ronnie James Dio è sicuramente un grande cantante, ma forse un po’ troppo monocorde. Ho assistito ad uno degli ultimi concerti dei Black Sabbath con Tony Martin dietro il microfono e devo ammettere di preferire senz’altro quest’ultimo a Dio; Martin è un cantante con un’estensione vocale e con una grinta che sicuramente apprezzo maggiormente, più che in Dio.

A proposito di anni ’70, quali sono gli LP che consideri fondamentali?

(S.S.) – Prima di tutto, sicuramente, “Sacrifice” dei Black Widow poi il primo degli High Tide e, per finire, certe cose dei Sabbath prima maniera…

Mentre per quanto concerne gli anni `80?

(S.S.) – Al primo posto metterei l’omonimo degli Angel Witch targato proprio 1980, seguito dai Black Sabbath di “Heaven And Hell” e poi dall’album d’esordio (anch’esso omonimo e proprio del 1980) degli Iron Maiden.

E dell’attuale rinvigorimento del fenomeno doom/death da parte soprattutto di bands provenienti dall’Europa del Nord cosa ne pensi?

(S.S.) – Posto che io sono un cultore di tutto ciò che è sound rallentato, dark e doom senza però mai scadere nel Death che è, invece, un genere che non approvo assolutamente, posto tutto ciò devo dire d’aver apprezzato ben poco di quanto proposto da gruppi quali Candlemass, Trouble, Cathedral o Saint Vitus, quest’ultimi proprio a rappresentare il massimo della lentezza. Forse i Candlemass sono quelli che mi piacciono maggiormente ed in special modo nel loro secondo LP “Nightfall”.

Mentre, riagganciandoci al Death, come giudichi questo ritorno, spesso forzato ed eccessivo, del fenomeno satanista?

(S.S.) – Nella maggioranza dei casi è soltanto immondizia, gente assolutamente ignorante, falsa ed ipocrita sino all’assurdo.

Ci sono, tuttavia, in circolazione personaggi i cui intenti risultano essere preoccupantemente seri ed estremisti e mi riferisco, particolarmente, a gente del calibro di Glenn Benton dei Deicide. Questi si è reso protagonista, oltre che della solita iconografia fatta di croci capovolte ed affini, di gesta quali quella d’aver imposto al figlio il nome di Daemon, d’aver dichiarato in una intervista di non voler prendere l’aereo perché così sarebbe costretto ad avvicinarsi troppo a Dio. Tenendo sempre presente la cultura americana esagerata e plateale cui nemmeno Glenn Benton ed il suo satanismo riescono a sottrarsi, quali sono comunque le riflessioni di Steve Sylvester a questo proposito?

(S.S.) – Io parto dal presupposto che il fanatismo, da qualunque parte provenga, sia sempre un qualcosa di molto deprecabile. Il fanatismo religioso è poi il tipo sicuramente peggiore in quanto porta al condizionamento della gente più debole nel loro ricercare quel qualcosa che manca nella vita quotidiana. Per quanto concerne, invece, un eventuale discorso di “satanismo americano” non so parlarti in particolare di Benton dei Deicide, mentre io mi sono molto interessato la teoria esposta da Anton LaVey. Questi ha realizzato un libro di difficile reperimento in Italia in cui si afferma come il satanismo non sia altro che la liberalizzazione dell’istinto e del piacere dell’uomo, esso è il culto della vita e l’affermazione dell’ego umano durante la stessa esistenza. Contrariamente a quanto espresso nella dottrina cristiana, il satanismo promuove la realizzazione dell’uomo in questa vita terrena e non in una ipotetica ultraterrena, il tutto, beninteso, nel pieno e totale rispetto degli altri.

Ma qual è, se c’è, il tuo approccio alla cosa?

(S.S.) – Il mio è un approccio di tipo molto personale, anche perché per principio non mi piace far parte di associazioni o sette di alcun genere. In questi gruppi c’è sempre qualcuno che cerca di innalzarsi sugli altri cercando di imporre la propria volontà, mentre io credo che la religione sia un qualcosa che ognuno dovrebbe seguire ed alimentare autonomamente, rispettando gli altri e sempre con molta coerenza.

Tu come vivi il concetto di fede?

(S.S.) – Appunto in maniera molto personalizzata nell’affermazione dell’esistenza terrena. Una fede positiva e, dunque, “satanista” in quanto tesa alla realizzazione dell’uomo, solo ed esclusivamente in questa vita. Per me il satanismo non è ciò che la gente comune crede e dipinge con tratti terribili ed osceni, ma unicamente l’input ad ottimizzare questa vita senza abbandonarsi a supposte speranze o felicità di cui godere solo dopo la morte. E’ una visione estremamente terrena, ciò che ci aspetta dopo lo morte rappresenta un’incognita di difficile e sterile risoluzione.

Tanto per rimanere in tema religioso, cosa ne pensi di quella regola contenuta nel nuovo catechismo cattolico che condanna la lettura dell’oroscopo, l’astrologia come scienza?

(S.S.) – Sì, nei nuovi peccati mortali! Credo sia la cosa più tristemente ridicola cui si poteva giungere in questi giorni pieni di problemi ben più gravi e di gronde crisi politica ed economico a livello mondiale.

 

Ma tu credi nell’astrologia?

(S.S.) – Personalmente non la pratico, ma sì, credo nell’astrologia in quanto scienza.

Tornando alla musica, puoi parlarci del tanto inaspettato riavvicinamento con Paul Chain?

(S.S.) – Beh, sicuramente un riavvicinamento inaspettato, ma nemmeno poi così strano…

Forse per quanto riguarda te. Il distacco e l’atteggiamento di Paul Chain nei confronti dei Death SS è sempre sembrato un poco più acre e di gran lunga meno “tranquillo” del tuo.

(S.S.) – Questo è verissimo, ma poi i contatti si sono ripresi quasi per caso ed è stato del tutto naturale e spontaneo pensare a delle possibili collaborazioni musicali tra Paul e me.

Che tipo di collaborazioni?

(S.S.) – Magari un disco che premi il mio amore e la mia nostalgia per la musica anni ’70 tipo Uriah Heep o Black Sabbath. Il tutto, comunque, dando sempre la precedenza assoluta ai Sylvester’s Death. Abbiamo già qualcosa in cantiere, dobbiamo solo aspettare e vedere l’evolversi delle cose.

L’EP era previsto per anticipare il nuovo album, presumo…

(S.S.) – Avrebbe dovuto, ma per i disguidi di cui si è giù parlato esce con un notevole ritardo, mentre per l’album bisognerà attendere sino ad aprile di questo stesso anno.

Nell’arco di oltre dieci anni di carriera artistica come è cambiato, se è cambiato, il tuo approccio con il pubblico?

(S.S.) – Beh, la maturità è senz’altro diversa, maggiore, ma l’approccio fondamentale rimane sempre quello. E’ la forza, è l’energia il nostro contatto diretto, l’unico che riteniamo giusto avere con il nostro pubblico.

E credi che, invece, sia il pubblico ad esser cambiato?

(S.S.) – No, non direi, il calore è sempre lo stesso, non è mai mutato.

Avete mai avuto reazioni negative?

(S.S.) – Che io abbia visto no; non saprei, ma non mi pare.

Ti senti un po’ attore?

(S.S.) – Lo siamo un po’ tutti, ma personalmente soltanto in quanto faccio ciò che amo onestamente e credendoci, non per finzione o per lavoro.

Dunque il Vampiro è parte integrante di te sul palco; ma nella vita?

(S.S.) – Nella vita di tutti i giorni sono una persona estremamente tranquilla e normale, tuttavia tanto il Vampiro quanto la persona tranquilla sono comunque aspetti di me che si integrano e si convalidano continuamente e vicendevolmente, esprimendosi l’uno nell’altro.

Ed in veste di scrittore ti ci vedi?

(S.S.) – Magari sì, in quanto scrittore dei testi delle mie canzoni, mentre per quanto riguarda i romanzi forse preferisco leggerli, fare la parte del lettore. Il mio autore favorito è Stephen King.

Ti interessi di cinema?

(S.S.) – Mi piace il cinema, l’horror anni ’40-’50 e anche quello attuale, un poco meno lo splatter eccessivo.

Ora che anche i Negazione si sono sciolti siete rimasti soltanto voi a tenere alta la bandiera di un certo suono italiano.

(S.S.) – E speriamo di continuare a farlo per ancora molto tempo e con sempre maggiore forza ed energia.

Quando tornerete in tour?

(S.S.) – Per ora non se ne parla, perché siamo davvero troppo presi dal nuovo disco; magari dopo la sua uscita. Inoltre ci sarebbero anche problemi nel trovare una buona band di supporto, ci piacerebbe lavorare con qualche gruppo nordico doom come i Paradise Lost.

E adesso un breve giochino basato sull’associazione di idee: io ti dico una parola e tu mi rispondi con la prima che ti viene in mente. OK? Allora: Luce

(S,Sj – Vita

Anima

(S,S.) – Energia

Nero

(S.S.) – Bianco

Morte

(S.S.) – Trasformazione

Sogno

(S.S.) – Cabala

Suono

(S.S.) – Espressione

Porta

(S.S.) – Bandiera

Libro

(S, S.) – Mente

A questo punto credo sia veramente tutto. Grazie a Steve Sylvester per la sua solita gentilezza e disponibilità ed un sincero “in bocca al lupo” per i molteplici progetti che lo riguardano e che riguardano i nuovi (ma solo nel nome!) Sylvester’s Death.

Amelia Borzi

 

Stefano “Steven Rich” Ricetti

 

 

 

 

 

 

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