Recensione: The Almighty

Di Beppe Diana - 13 Novembre 2002 - 0:00
The Almighty
Band: Heimdall
Etichetta:
Genere:
Anno: 2002
Nazione:
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77

Scusate la mia schiettezza, ma prima di recensire quest’album, devo ammettere la mia faziosità, poiché per un ragazzo del sud come il sottoscritto, i campani Heimdall sono da sempre una sorte d’istituzione, qualcosa di cui andare fieri ed orgogliosi, paragonabili per certi versi al Napoli di Maradona, una band che, grazie alla perseveranza ed alla professionalità dei propri musicisti, ha saputo dimostrare com’è possibile saper lavorare con serietà, ed abbattere certe barriere e preconcetti radicati nelle menti di chi vive ancora di rancori e pregiudizi.

E così dopo due ottimi album come “Lord of the sky” e il sottovalutato “Temple of Theil”, album che in paesi come il Giappone hanno contribuito a rafforzare lo status di grandeur dei nostri, la band capitanata dai fratelli Calluouri, ritorna sul mercato discografico con il suddetto “The Almighty” che a mio avviso rappresenta un ulteriore tassello di un variegato mosaico musical/culturale che sono certo contribuirà ad una definitiva consacrazione europea della band campana.

Un come back covato per circa tre anni, tanti ne sono passati dall’uscita dell’ultima loro fatica discografica, che oltre a sancire il passaggio di label in favore della Scarlet records, segna l’ingresso in pianta stabile del formidabile vocalist Giacomo Mercaldo che, con la sua voce calda, e per certi versi passionale, riesce a dare un apporto più che sostanzioso per la riuscita dell’intero album.

Un album che si compone di nove brani tutti strutturalmente ben concepiti e di ottima fattura che si fanno apprezzare soprattutto per la loro spontaneità e la linearità degli arrangiamenti, e che, seppur perdendo quell’alone di pathos e pomposità proprie dei due album precedenti, risultano piuttosto snelli, ma che acquistano maggior smalto e vigore espressivo nonché una certo feeling epico/suggestivo.

Tutto questo grazie a dei piccoli accorgimenti al proprio songwriting, segno di consapevolezza e di una raggiunta maturità acquista da parte di un’ensamble mai domo e pronto a mettersi sempre e comunque in discussione. Certo che con un vocalist di questa portata, tutto sembra molto più facile, anche scalare le vette più impervie, non ultime le liste di gradimento dei metal fans nostrani, forse troppo sviati da quanto accade al di là dei patri confini, ma chi saprà osare, si troverà al cospetto di un album che ha ben poco da invidiare alle super produzioni tanto in voga ultimamente, tanto che il paragone con il best sellers “Return to heaven denied” mi sembra piuttosto azzeccato.

Beh, forse gli Heimdall non raggiungeranno mai la magia e lo splendore compositivo di quei Labyrinth, ma è certo che brani della caratura di “Eternal race” o della suadente “Wanderer”, riescono se non altro a reggere il paragone coi sopraccitati “maestri”. In definitiva un ottimo prodotto destinato ad acquietare gli animi impavidi dei veri defenders, quelli che ancora si emozionano e che si lasciano trasportare dal cuore e dai sentimenti, piuttosto che razionalizzare. Da avere ad ogni costo, buy or die!!!!

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