Recensione: The Blackening

Di Alberto Fittarelli - 19 Dicembre 2007 - 0:00
The Blackening
Band: Machine Head
Etichetta:
Genere:
Anno: 2007
Nazione:
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92

Ebbene sì, un classico uscito quest’anno: sorpresi? Non dovreste.

The blackening è infatti uno di quei dischi che ormai non uscivano da anni, uno di quelli che tracciano una linea, che si pongono come punto di riferimento; uno di quelli che tra 10 anni sarà ancora considerato come un cardine del genere, ammesso che la mentalità della musica “usa e getta” non prevalga anche nel metal. Ma diamo per scontato che non sarà così.
L’ultimo capitolo targato Machine Head è forse il disco più maturo, completo e coraggioso della band di S. Francisco: andiamo a vedere perché nel dettaglio.

Maturo: e qui dobbiamo analizzare lo stile scelto e ottenuto da Rob Flynn e compagni. Il loro è un voluto viaggio attraverso la storia del thrash metal, storia che loro, e mi spiace per chi dissentirà strepitando, hanno contribuito a creare. Da Burn my eyes in poi i Machine Head hanno definito un tipo di thrash metal, nel bene e nel male, mollandolo anche quasi completamente una volta tentati dal crossover all’americana, dal metal rappato e attento al look “cool”, per poi riprenderlo negli ultimi, decisamente riusciti dischi. dischi che però scompaiono di fronte all’impressionante crescita ottenuta con The blackening: un blend di thrash metal ottantiano, quello più strutturato, alla Metallica per intenderci; una miscela capace di aperture di vario tipo, non monolitica quindi, ma attenta alla melodia quando serve, alle dinamiche dei pezzi, e capace di usare lo shredding chitarristico per creare veri e propri gioielli. Un mix, il loro, che non dimentica però nulla del presente, riuscendo a inserire tutta la loro storia musicale, ma con la giusta proporzione per ogni singolo elemento.

Ed ecco che veniamo al suo essere completo: i passaggi da citare sono infiniti, e una canzone come Clenching the fists of dissent li contiene tutti. Dall’intro atmosferica, ai cori per far urlare la platea, a un intreccio solista semplicemente perfetto, melodico e complesso, il tutto incastonato su riff thrash da headbanging e pogo sfrenati. Un pezzo perfetto, ed è solo il primo. Le aggressioni pure e semplici, come Aesthetics of Hate, che ormai anche i sassi sanno essere dedicata alla morte dell’amico Dimebag Darrel, si mescolano all’atmosfera, anche alla tristezza di un brano come Now I lay thee down, per cui è stato girato anche uno splendido videoclip: un riff dissonante in apertura, la duttile voce di Flynn a cantare la volontà di morte del protagonista, il basso di Adam Duce a cesellare il chorus. Meno di un minuto, e avete già ascoltato un compendio perfetto di ciò che dovrebbe offrire il metal di oggi.

E infine coraggioso: sì, perché un album che per la prima volta sbatte in faccia alla cultura MTV – e al sistema MTV, che è qualcosa di indipendente dalla rete televisiva citata – ben quattro canzoni, e spesso proprio i singoli, da dieci minuti l’una, non può essere definito altrimenti. Clenching the fists of dissent, la conclusiva, struggente A farewell to arms con la sua citazione hemingwayana, Wolves ma soprattutto quello che è forse il pezzo che più spicca nel lotto, Halo: un titolo che fa molto videogame per un brano che contiene melodie che non si possono dimenticare; dinamiche capaci di far saltare le orecchie anche all’ascoltatore più rodato, con un break che va decrescendo, per poi esplodere di nuovo con lo splendido chorus; il tutto su un tappeto di riff che va a pescare direttamente nell’indimenticato debutto della band.

Inutile dire che il contributo del chitarrista Phil Demmel, ormai al secondo album con i Machine Head, è stato fondamentale: completa alla perfezione lo stile di Flynn, tesse intrecci melodici a due chitarre col cantante che costituiscono forse il primo punto di forza di The blackening, cementa riff di una pesantezza inaudita.

È vero, la recensione di un classico diventa spesso, inevitabilmente, una raccolta di superlativi difficile da considerare credibile al 100%: del resto che classici sarebbero, altrimenti? Chiudiamola quindi con l’invito, anzi la richiesta, di considerare quest’album a 360°, come tutti i capolavori (ops!) meritano. L’artwork, i testi, i videoclip, persino il DVD allegato all’edizione limitata, una mezzoretta che mostra i Machine Head nell’atto di registrare, di estrarre idee, di suonare dal vivo alcuni pezzi in anteprima, così come la cover di Battery (toh, un pezzo a caso?), sempre dall’edizione slipcase; bene: tutti questi sono elementi voluti, necessari e riusciti, che vanno a diventare tessere di un puzzle perfetto.

Senza timore di essere smentito dai fatti: una pietra miliare.

Tracklist:

1. Clenching the fists of dissent
2. Beautiful morning
3. Aesthetics of hate
4. Now I lay thee down
5. Slanderous
6. Halo
7. Wolves
8. A farewell to arms

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