Recensione: The Earth Embraces Us All

Di Luca Montini - 16 Settembre 2016 - 19:00
The Earth Embraces Us All
Band: Temperance
Etichetta:
Genere: Power 
Anno:2016
Nazione:
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80

We won’t be the same and everything is gonna change 
This is revolution!

I Temperance sono cambiati. Difficile a dirsi, per una band che è riuscita a realizzare tre dischi in tre soli anni di attività frenetica, tra composizione in studio ed un’intensa attività dal vivo a fianco di grandi nomi, come Nightwish, Luca Turilli’s Rhapsody (in tour) e Slipknot. L’esperienza maturata sul palco e gli ascolti appassionati di questi giovani musicisti hanno indubbiamente contribuito alla genesi di “The Earth Embraces us All”. Basta dare uno sguardo alla cover, sempre ad opera di Gustavo Sazes, che dall’astrattezza metafisica dei precedenti lavori inizia ad istanziarsi, a prendere forma, a rappresentare l’uomo nel suo rapporto col cosmo. Poi il titolo, non più una singola parola, ma un concetto positivo. Il mondo abbraccia tutti noi – quali che siano le nostre differenze, le nostre opinioni, le nostre abitudini musicali. Per quanto riguarda la lineup, i Temperance si ripresentano su disco con un componente in meno, il secondo chitarrista Sandro Capone. La produzione è invece nuovamente affidata al talento di Simone Mularoni (DGM).
 
Est modus in rebus. Non sempre le rivoluzioni provengono da grossi sussulti, e ciò non può accadere per una band il cui moniker coincide con la virtù della temperanza. Eppure “A Thousand Places” apre con un inserto elettronico ed i chitarroni dei Temperance, ma l’atmosfera sfuma subito variando dalle melodie orientali al piano al violino folk, tutto assieme, in un imprevedibile preambolo all’attacco vocale di Chiara Tricarico in duetto con lo scream di Marco Pastorino, finalmente di ritorno ad un sound più familiare. Le sensazioni cambiano, ci suggestionano, assieme ai mille luoghi attraversati, con dei cori stile Nightwish ed un’imprevista chiusura di sassofono tenore. Se l’obiettivo era spiazzare l’ascoltatore, il risultato è stato pienamente raggiunto.
Attraverso mille luoghi giungiamo così al confine dello spazio: “At the Edge of Space” è un brano più canonico, con la batteria arrembante di Giulio Capone, le strizzate d’occhio al symphonic metal, il ritornello happy ed i vocalizzi operistici di Chiara. Secondo singolo uscito con un videoclip, “Unspoken Words”, brano che di nuovo ci porta lontano con la sua melodia celtica alla cornamusa (che sia influenzata dal Turilli Nazionale?), seguita dall’ottimo pulito di Marco. Molto convincente il modo in cui la sua voce di nuovo si alterna a quella più alta della Tricarico, in un brano equilibrato e che a buona ragione può fare da preambolo al percorso intrapreso dalla band con “The Earth Embraces us All”. Si procede con “Empty Lines” di nuovo su binari noti e senza troppe sperimentazioni: ottime le parti strumentali ma discrete le linee vocali, forse sarebbe stato adatto un chorus ancora più aggressivo.
Altro sussulto. Giunge anche per i Temperance il momento del primo brano in italiano, croce e delizia nella carriera di ogni band nostrana che si rispetti: “Maschere”. Nessuna particolare anomalia da segnalare dal punto di vista musicale, azzeccata la chiusura gridata da Marco e buona la melodia, riuscito anche il testo sul rapporto tra realtà, apparenza ed esperienza. Ben fatto, non era una prova facile.
Complice il buon ordinamento dei brani in scaletta ogni pezzo trova il suo posto sulle montagne russe, con le vibrazioni positive della più tirata “Haze”, sporcata (in senso buono, eh!) da effetti di musica elettronica, seguita dal brusco stop della dolce power-ballad “Fragments of Life”, in cui di nuovo le due voci dimostrano di aver raggiunto la giusta alchimia. 
Rivoluzione. Ma neppure troppo, almeno in questo brano – è il testo ad essere un manifesto. “Revolution” è infatti il primo singolo del lotto, con il ritornello super-catchy, i chitarroni ed i synth che vanno ad esaltare il brano più commerciale e radiofonico del disco. Era un po’ il grande atteso a questo punto; mancava infatti un pezzo più diretto ed immediato per rivaleggiare con “Save Me”.
Quando siamo ormai convinti di non cascarci più, di aver capito il giochino della band, ecco un altro colpo di scena da “lascia o raddoppia”. Con i suoi otto minuti e mezzo entra in scena la progressive “Advice from a Caterpillar”, un brano in cui la follia creativa regna sovrana nel nome della genialità: improvvisi scossoni tra un’atmosfera e l’altra, tra una pennellata e la successiva, con cambi di tempo dalla pace estatica all’arrembaggio furente, il sax soprano che irrompe col suo blues dopo una strana nenia di vocalizzi ed inspiegabilmente si fonde alla perfezione con il resto del brano, le citazioni che vanno dal capriccio n.5 di Paganini all’Alice di Lewis Carrol – in un momento teatrale molto nightwishiano Chiara pronuncia chiaramente: “Begin at the beginning, and go on till you come to the end”… Applausi a scena aperta per un bruco che sa farsi sentire.
Finalmente trova posto la ballad vera e propria “Change the Ryme”, un brano dolce e melodico che ci accompagna per mano fino alla cavalcata finale, fino ai tredici minuti dell’epica “The Restless Ride”, di nuovo una barriera infranta, stavolta di tipo temporale per i nostri. Il brano è infatti una possibile riformulazione in chiave Temperance delle lunghe suite avventurose di band come Nightwish e Rhapsody: con il ritorno sulla scena del violino e delle uilleann pipes sembra quasi di ascoltare un gruppo diverso da quello di un attimo fa, proiettato verso nuovi ed inaspettati orizzonti…

Una band giovane, creativa, dinamica, per certi versi sorprendente nel riuscire a cogliere l’ineffabilità del mondo contemporaneo, l’infinita forza e la tremenda debolezza di un macrocosmo in cui non è più possibile apporre etichette e sviluppare definizioni univoche di genere e stile. “The Earth Embraces us All” ambisce ad essere il disco più riuscito del trittico dei Temperance, un lavoro vicino ma al contempo lontano anni luce dal debut di due soli anni fa, un album da promuovere con grinta e determinazione da qui in avanti. Probabilmente non sarà capito da chi continua a confondere la parte con il tutto, accostando la band italiana esclusivamente agli Amaranthe, di fatto una tra le più che numerose realtà che ispirano gli aronesi, e questo disco ne è l’ennesima dimostrazione.
Con il sorprendente “The Earth Embraces us All” i Temperance riescono come non mai fondere intuizioni, idee ed elementi eterogenei senza tuttavia mai obliare la propria identità più commerciale, moderna e melodica. L’abbraccio della terra non è mai stato così irresistibile.
 

Luca “Montsteen” Montini
 

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