Recensione: The Eleventh: Thou Shalt be my Slave

Di Alberto Fittarelli - 28 Agosto 2008 - 0:00
The Eleventh: Thou Shalt be my Slave
Band: Pyorrhoea
Etichetta:
Genere:
Anno: 2008
Nazione:
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73

Polacchi ma per una volta non si direbbe: i Pyorrhoea sono una di quelle band che tendono infatti a non conformarsi completamente alle caratteristiche sonore tipiche di una scena (e in particolare di una forte come quella della loro nazione), ma, pur restando entro binari conosciuti, riesce a dare alla propria musica un’evoluzione particolare.

The Eleventh: Thou Shalt be my Slave è la ristampa, curata dalla ormai massiccia Metal Mind, del secondo album uscito originariamente nel 2006, che si caratterizzava per una buona varietà nella proposta e aveva fatto conoscere il gruppo nel sottobosco death; certo, il fatto che in passato fosse passato da queste parti anche Daray dei Vader aiutava, ma erano le screziature thrash e leggermente melodiche che solleticavano ascoltatori e media.

A due anni di distanza, appunto, tutto è confermato: The Eleventh è un disco decisamente onesto, creato con ottima perizia tecnica (soprattutto dietro alle pelli, Amon è devastante quanto a velocità), e soprattutto ha capito che allinearsi senza idee a uno stile non ha senso. I pezzi sono tutti basati su una velocità alta, un suono secco e tagliente (cosa anche questa abbastanza inusuale per il death metal) e arrangiamenti che a volte sfociano in minime aperture, anche solo thrasheggianti, di buon respiro. Riffing serrato ma non monotono, con la suddetta produzione che enfatizza le variazioni (da sentire per esempio la sperimentale e ottima Bad Monk, basata su una poesia di Charles Baudelaire).

Pezzi come Miserable Existence pescano dal brutal americano per aprirsi quasi subito al thrash, ma solo con innesti localizzati, niente di generalizzato: la struttura resta solidamente death metal, così come la velocità media delle ritmiche, come già detto esasperata; l’impressione è che il gruppo voglia costruire brani sull’impatto richiamando i Krisiun, ma articolando maggiormente il songwriting, e allontanandosi quindi dai fratellini brasiliani.

Onore quindi alla Metal Mind per la diffusione di questo buon CD, che farà passare una buona mezzora agli appassionati (senza strafare, certo), e se anche rischia, come il 90% della produzione estrema odierna, di farsi lasciare da parte in fretta… beh, nel frattempo ci saremo divertiti e spaccati qualche vertebra.

Alberto ‘Hellbound’ Fittarelli

Tracklist:

1.    Blow    00:11   
2.    Rules of Slavery    03:16   
3.    Stolen Freedom    03:33   
4.    Miserable Existence    02:13   
5.    Hidden Under Sanctity    03:34   
6.    Bad Monk    02:24   
7.    Natural Born Enemies    03:53   
8.    Your Master – Your God    02:30   
9.    Liberation    01:47   
10.    Nothing He Can Do    02:53   
11.    Everlusting    02:40   
12.    Far from Truth    02:43   
13.    Forbidden Extasy    04:51   
14.    Rape    00:24

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