Copertina di The Ember Gone dei Gorod
Recensione Death · Album · 2026

Gorod The Ember Gone

di Giovanni Picchi 13 Ottobre 2026 - 16:00
Band
Gorod
Tipologia
Album
Etichetta
Season Of Mist
Genere
Death
Anno
2026
Nazione
Francia

Tra le formazioni di punta del technical death metal europeo, i Gorod rappresentano da sempre un’eccezione positiva. Il quintetto di Bordeaux giunge al traguardo dell’ottavo album in studio forte di una formazione stabile, rodata e reduce da un tour europeo insieme ai canadesi Allegaeon, accoppiata micidiale e "di lusso" dei quali abbiamo potuto godere delle belle prestazioni al recente festival del Metalitalia. Chi ha seguito i transalpini dagli esordi schizofrenici di "Neurotripsicks" sino alle ampie geometrie di "The Orb", sa bene che la loro evoluzione tecnica non ha mai seguito una traiettoria lineare, bensì un’evoluzione continua ma mai troppo brusca con il passato. Di capitolo in capitolo, i Nostri non hanno mai replicato lo stesso spartito, distinguendosi per performance ineccepibili sotto il profilo esecutivo e sempre capaci di toccare alti livelli compositivi grazie a liriche impegnate e a contaminazioni da altri generi.

Se in passato le sfumature progressive fungevano da elegante contorno, negli ultimi lavori hanno gradualmente conquistato sempre maggiore enfasi. Un crescendo stilistico già evidente nella splendida sequenza composta da “A Perfect Absolution”, “Aethra” e “The Orb”, dischi impeccabili e di altissima qualità, e che trova oggi la sua totale nobilitazione in “The Ember Gone”, uscito il 28 agosto per la loro etichetta Base Production in sinergia con la Season of Mist, soluzione già adottata con il precedente “The Orb”. Quest’ultima fatica si configura come il vero e proprio album della svolta per la band, un'opera d'avanguardia che punta ad ampliare la platea degli ascoltatori muovendosi sulle coordinate battute da band affermate quali Rivers of Nihil, Ne Obliviscaris, Fallujah e, soprattutto, i conterranei Fractal Universe.

Pur rimanendo saldamente ancorati alle coordinate del genere technical, i Gorod smussano gli spigoli più brutali del proprio sound che ne avevano caratterizzato soprattutto gli inizi di carriera venticinque anni fa. Il risultato sono otto tracce per circa tre quarti d’ora di musica d'altissima scuola, rigenerata da arrangiamenti grandiosi intrisi di elementi progressive, jazz, funk e rock insieme ad un calibrato controllo delle soluzioni estreme, sempre comunque vive e presenti, e una spiccata sensibilità melodica che, rispetto al passato, ne costituisce ancor di più la spina dorsale. La durata delle singole composizioni si attesta non di poco sopra la media, concedendosi in più di qualche occasione uno sforamento oltre i minutaggi consueti; le ritmiche si fanno più compassate e ragionate, lasciando ampio spazio al fattore sorpresa e ad una dilatazione atmosferica che va oltre a quanto concesso in passato dalla band.

Il filo conduttore di questo splendido spartito è un nichilismo lirico e filosofico incentrato sul concetto di Pirocene, l’era geologica in cui l’essere umano, prigioniero della propria hybris, ha trasformato lo strumento del progresso e della conoscenza nella miccia della propria apocalisse ecologica. Il fuoco, anticamente elemento portatore di vita, diventa qui un fattore di distruzione e annientamento. Il concept è ben evidenziato dalla splendida cover che ne richiama i temi portanti e il fuoco stesso è l’elemento conduttore che lega tutti i brani del disco.

Dopo l’iniziale "Signs", episodio per nulla aggressivo e dominato da calde linee melodiche accompagnate dalla poliedrica prestazione di Julien Deyres dietro il microfono, poliedrico e multiforme quanto mai in questa prova e che rappresenta un'autentica sorpresa, la successiva "Devise" alza immediatamente il tiro assestandosi su livelli compositivi eccelsi. Qui assistiamo a un fitto dialogo tra le chitarre, caratterizzate da una timbrica molto fluida e dai suoni a tratti psichedelici, e il basso divergente di Benoit Claus, capace di ritagliarsi divagazioni di grande spessore. Dietro al microfono, Julien Deyres sperimenta più del solito, muovendosi con disinvoltura tra un growl abrasivo e sussurrati melodici d'effetto. Il brano, pur nella sua complessa variabilità ritmica, rimane stampato in mente grazie al guitar-work geometrico ed emozionale dell’affiatatissima coppia composta da Mathieu Pascal e Nicolas Alberny. Il tutto è valorizzato da una produzione cristallina e nitida ad opera dello stesso Pascal, mastermind del progetto, che fa respirare ogni singolo strumento senza mai impastare le frequenze.

Il vero climax dell'opera si raggiunge però con la terza traccia, "Forgiveness", il pezzo che più di tutti evoca le ardite strutture progressive che ricordano in parte gli ultimi Rivers of Nihil, quelli di “The Work” in particolare. Introdotta da un concitato arpeggio di chitarre acustiche che sfociano in un refrain in loop dall'atmosfera malinconica, la mini-suite – supportata da un suggestivo cortometraggio video – rappresenta l’apice emozionale e lirico dell’intero disco. Siamo di fronte alla negazione del banale: l'architettura sonora è guidata da un riff poliritmico dove la tecnica del two-handed tapping della chitarra a doppio manico di Mathieu Pascal viene piegata a esigenze prettamente atmosferiche, sviluppando una cascata di note dall’accento fortemente melodico e cupo che si fondono simmetricamente con le metriche dispari e spezzate della batteria. Dietro le pelli, Karol Diers (il suo contributo nel disco è sopra le righe!) sfodera una prestazione monumentale dalle forti connotazioni jazzistiche, rinunciando al trigger facile per favorire tempi dispari e accenti imprevedibili sui piatti. L’intero brano è pervaso da una solennità drammatica che rievoca il mito di Prometeo che rubò il fuoco agli dei, pagando il prezzo della conoscenza con un'eterna condanna. I testi non lasciano spazio a preghiere tardive, ma urlano la dolorosa consapevolezza di aver trascinato in una guerra ecologica una natura innocente e succube della volontà umana, in cui gli animali non hanno mai avuto voce in capitolo. Il grido “I won't beg for forgiveness” ("Non implorerò perdono") diventa così l'accettazione nichilista di una razza umana che ha preferito egoisticamente consumarsi pur di vivere secondo le proprie regole egoistiche.

Il testimone passa poi a "Regret", che si lega idealmente alla traccia precedente offrendo un secondo capitolo di puro progressive metal dinamico ed intimistico. Tra sezioni atmosferiche e break sincopati ad alto tasso tecnico, i Gorod regalano un bis eccellente, impreziosito da assoli fulminei e continui cambi di tempo. Anche il mixaggio asseconda questa direzione: le chitarre rinunciano all'ultracompressione tipica del death metal moderno in favore di sonorità più aperte, organiche, stratificate e fluide, permettendo all'ascoltatore di cogliere ogni minima sfumatura esecutiva. La maturazione artistica emerge nella strumentale "Crimson", una traccia in cui i cinque musicisti, all'apice della propria creatività, si scambiano continuamente fraseggi solisti in cui emergono fortemente i richiami ai Pink Floyd e dimostrando una coesione esecutiva spaventosa. Il concept legato al fuoco e al Pirocene torna a divampare con "Ignite". Lungi dall'essere un canonico assalto death metal, il brano sfiora i sette minuti erigendosi imperioso su mid-tempo quadrati e un refrain di grande impatto, risultando essere la canzone più diretta e aggressiva dell’album. La struttura è basata su un groove potente e struggente e stupisce l'ascoltatore non solo per le parti soliste della chitarra ad alto contenuto psichedelico e per la consueta variatio espressiva di Deyres ma anche per gli stacchi improvvisi della batteria, sempre molto dinamica e imprevedibile.

Infine, dopo il breve preludio acustico di "Ember", l'album termina alla grande con i sei minuti di "Remains". Scelta come secondo singolo apripista, la canzone si rivela più veloce e quadrata rispetto agli episodi precedenti, ma non per questo priva di cambi di tempo e di tensione. Pur distinguendosi per impatto sonoro e rapidità d'esecuzione, questa traccia, come le altre, non si presta ad essere definita "brutale", termine che mal si adatterebbe a sfumature musicali così controllate. La voce di Julien Deyres si esprime sempre su registri diversi, oscillando tra una drammaticità violenta e un’espressività sempre sofferta. Anche qui la sezione ritmica è sempre sugli scudi e gli arrangiamenti sono arricchiti da spartiti di tastiera e fraseggi di chitarra sempre diversi ed originali che donano profondità e drammaticità alla composizione. Il risultato finale è un tessuto sonoro tutt'altro che ostico, permeato da un feeling profondo e da atmosfere quasi trionfali ed eteree.

Con "The Ember Gone", i Gorod hanno confezionato un disco altamente ambizioso, in cui ogni dote tecnica è messa al servizio della canzone e la canzone stessa riesce a trasmettere il suo messaggio e le sue emozioni grazie alla straordinaria preparazione di questi cinque musicisti. Nonostante ci possa essere qualcuno che storcerà il naso di fronte al nuovo corso della band, più arioso e controllato in luogo della precedente aggressività, è un dato di fatto che ci troviamo al cospetto di una realtà matura e consapevole con cui, da qui in avanti, sarà impossibile non fare i conti. Fatelo vostro.

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