Recensione: The Ghost of Orion

Di Marco Donè - 29 Marzo 2020 - 0:02
The Ghost of Orion
Etichetta: Nuclear Blast
Genere: Doom 
Anno: 2020
Nazione:
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65

C’era grande attesa per il ritorno in scena dei My Dying Bride, una band che può essere definita con la classica espressione “Un nome, una garanzia”. I Nostri, infatti, hanno attraversato un periodo molto travagliato: le difficoltà familiari affrontate dal cantante Aaron Stainthorpe, l’abbandono – il secondo – di Calvin Robertshaw, il cambio di batterista, la decisione di rompere il sodalizio con la storica label Peaceville Records, un sodalizio che aveva legato l’etichetta inglese e la band di Halifax, fin dagli esordi. I My Dying Bride si accasano presso il colosso Nuclear Blast e, stando alle dichiarazioni che hanno anticipato l’uscita del nuovo album, in questo disco hanno cercato di avere un approccio diverso, sia in fase di composizione, che di registrazione. La voce, in particolare, è stata curata nei minimi dettagli, per quella che può essere considerata la sessione più impegnativa mai eseguita da Stainthorpe, in tutti questi anni di onorata carriera. Dopo le dovute introduzioni, eccoci quindi pronti a immergerci in “The Ghost of Orion”, quattordicesimo album della storia dei My Dying Bride, i cantori del dolore e della sofferenza.

Il sestetto di Halifax ci aveva lasciato cinque anni fa, con quel “Feel the Mysery” che, a detta di chi scrive, si è rivelato il miglior disco della Sposa Morente dai tempi di “A Line of Deathless Kings”. Quando abbiamo iniziato l’ascolto di “The Ghost of Orion”, curiosi di scoprire dove i My Dying Bride avessero deciso di condurci con quel nuovo approccio citato poco sopra, avevamo la speranza che i My Dying Bride avessero mantenuto la stessa ispirazione del disco precedente. Beh, l’ispirazione c’è, eccome. “The Ghost of Orion” regala otto tracce, curate in ogni dettaglio, dove i My Dying Bride non hanno lasciato nulla al caso. L’ispirazione c’è quindi ma, nonostante questo, durante l’ascolto qualcosa non torna, l’album non convince come dovrebbe. A incidere in questa direzione sembrerebbe essere proprio quell’approccio diverso che abbiamo più volte citato in queste righe. Partiamo subito dalla voce: Aaron Stainthorpe ci aveva abituato ad alternare growl e clean voice. Le sue parti in voce pulita erano personalissime, uniche. Non ha mai sfoggiato una grande tecnica, ma dalla sua ha sempre avuto una grande teatralità. Le sue linee hanno sempre espresso alla perfezione la sofferenza, il dolore descritto nei testi, a cui, da contraltare, si contrapponeva il rabbioso growl. Sofferenza e rabbia, due facce della stessa medaglia, l’una non può esistere senza l’altra. In “The Ghost of Orion”, se da un lato viene mantenuto lo stesso impatto nel growl, dall’altro viene meno quella sofferenza che era sempre stata espressa nel clean voice. Le linee vocali pulite, infatti, sono meno “interpretate” e più melodiche e si discostano dal passato. Appaiono più oniriche, sono decadenti, ma dov’è la sofferenza che Stainthorpe aveva sempre espresso? Anche la produzione di “The Ghost of Orion” si discosta dal passato, per quello che può essere ritenuto il suono più patinato mai avuto dai My Dying Bride, in un loro disco. Viene meno quella pesantezza, quell’aura oscura che aveva sempre contrassegnato i lavori della Sposa Morente e che donava alle composizioni una magia unica, regalando emozioni che sapevano entrare in contatto con il lato più profondo e nascosto dell’animo umano. Sia chiaro, non possiamo certo dire che le composizioni griffate 2020 siano uscite male, tutt’altro. Come dicevamo, risultano curate in ogni dettaglio, maestose ma, come detto per la voce di Stainthorpe e per la scelta dei suoni, appaiono meno pesanti e oscure. È come se la formazione inglese avesse provato ad alleggerire il tiro. I Nostri perdono così alcune caratteristiche che li rendevano unici, irraggiungibili. Ci regalano un disco di qualità, che però sembra muoversi su binari più accessibili per il pubblico.

The Ghost of Orion” può essere descritto proprio con quest’ultima frase: un disco di qualità, che però sembra muoversi su binari più accessibili per il pubblico. L’intento dei My Dying Bride sembra proprio questo, è come se i Nostri volessero provare ad aumentare la platea a cui rivolgersi, “alleggerendo” la propria proposta. Molto probabilmente “The Ghost of Orion” otterrà ottimi risultati di vendita, ma per alcuni vecchi fan della band potrebbe anche essere un album in cui vengono meno alcuni elementi che avevano reso i My Dying Bride, i My Dying Bride. Una visione chiusa? Poco avvezza alle evoluzioni? Può essere… In fin dei conti, alcuni lavori della band inglese devono ancora essere compresi in tutta la loro grandezza. Forse anche “The Ghost of Orion” entrerà a far parte di quell’elenco. Al momento, però, il disco piace ma non convince appieno.

Marco Donè

 

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