Recensione: The Last Spire

Di Mirco Gnagnarelli - 31 Luglio 2014 - 20:30
The Last Spire
Band: Cathedral
Etichetta:
Genere: Doom 
Anno: 2013
Nazione:
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88

IN MEMORIAM.

A determinati oggetti è dovuta una certa dose di rispetto. Pertanto no, quanto scritto non arriva con più di un anno di ritardo.

Assemblo queste righe con gli occhi lucidi e la mente offuscata. Il cerchio si è chiuso, Lee Dorrian non ci avvertirà più di guardarci le spalle dall’Inquisizione.

L’olezzo di morte aleggiava già dopo il 2005, col presunto abbandono di Leo Smee e la lunga pausa che si erano presi. L’allarme rientra quando la band, al completo, torna prima dal vivo e poi, nel 2010, con l’ennesimo capolavoro, “The Guessing Game”. L’incubo sembra lontano (anche se, chi vi scrive aveva già avuto una triste soffiata da Dorrian proprio alla fine di quell’anno), i nostri si permettono anche di celebrare il loro ventesimo anniversario con un concerto-evento e relativo live album, “Anniversary”. Improvvisamente, però, il giocattolo si rompe di nuovo ed il 2011 vede l’annuncio ufficiale dello scioglimento della band. Tutto ciò, però, non prima di aver salutato i fan con una serie di date dal vivo (stavolta davvero senza Smee, ma recuperando una vecchia conoscenza come il Repulsion Scott Carlsson, già in forza alla band nel periodo post-”The Ethereal Mirror” e forzato all’abbandono prima delle registrazioni di “The Carnival Bizarre” dalla scissione con la Columbia), un paio di nuovi singoli e l’ultimo full length, lapidariamente battezzato “The Last Spire”.

“Bring out your dead”

Scalare l’ultima guglia è prendere coscienza del ritorno nella Palude Stigia. Così, dopo la tetra intro “Entrance To Hell” (chiedendosi intanto che fine abbia fatto quella “Entrance -The Last Spire Part 1” che Kevin Moore aveva suonato durante i loro ultimi due tour), si viene proiettati immediatamente nel ventricolo più nero del cuore cathedraliano. A “Pallbearer” l’onore di abbattersi sul nostro capo per aprire le danze, foriera di atmosfere malsane e di innesti vocali femminili davvero sinistri.  Addentrarsi fra le trame di questo lavoro è cosa perigliosa e soffocante come il cercare l’abbraccio di un constrictor, e la serpeggiante “Cathedral Of The Damned” sta lì a sibilarcelo in faccia. Riff striscianti e malvagi come quello che accompagna il chorus di questo brano, forse Gaz non li componeva dai tempi di “Grim Luxuria”, dimostrando grande ispirazione compositiva e che, in  fondo, la Bestia andava solo risvegliata dal torpore.  Segue minacciosa “Tower Of Silence”, traccia per la quale il quartetto si prende pure il lusso di girare un video clip promozionale, cosa che non accadeva dai tempi di “Black Sunday”, ovvero da ben 14 anni.

Il resto della tracklist marcia pachidermico sulle stesse coordinate, coerenti, ma mai monotone, rendendo ogni traccia perfettamente distinguibile e con una spiccata individualità. Fra tutte, una menzione d’onore per la splendida “Infestation Of Grey Death”, col suo inedito passaggio di archi, tanto semplice, quanto suggestivo ed efficace nel dettare il mood del brano.
Affondando nella gorgogliante melma prodotta dai riff di Jennings avvertiamo profumo di ritorno a casa, ma è un ritorno condito da tutto ciò che un lungo viaggio può lasciare sulla pelle del saggio viandante, un ritorno che tinge le vecchie pareti di nuovi colori. E’ così, nel riappropriarsi di una spigolosa semplicità, che questo disco non diventa sterile autocelebrazione, ma emblema definitivo. V’è solo labile traccia delle prepotenti fascinazioni vintage emerse nel recente passato, così come ci si dimentica quasi dei vigorosi up-tempo che avevano spezzato le nostre cervici da “The Ethereal Mirror” in poi (se si esclude il fugace sprazzo di velocità nella seconda metà della opener), lo spazio qui è riservato alla loro visione, distorta e magnetica, del Doom.

Ne son certo, sin dal primo tocco di campana, i più smaliziati si saranno improvvisati Heinrich Schliemann dell’autocitazionismo, rimanendo delusi. Chi ha azzardato paragoni diretti con “Forest Of Equillibrium” (o con “Endtyme”, primo “revival” dei tempi belli ed innocenti), non ha inteso la diversa natura di questo platter. L’essenza del passato stava nella cieca rassegnazione e disperazione, nell’abbandono. Qui tutto ciò lascia spazio ad una imperiosa consapevolezza della fine che ciò che ci circonda sta facendo. Il Lee Dorrian venefico e baritonale ha lasciato spazio ad un limpido e fiero portavoce della realtà, ora dipinta con tinte veneziane, sgargianti e quasi irreali, ora di scuola fiorentina, come nei tratteggi del testo di “An Observation” (che concettualmente può ricordare “Ice Cold Man”, dal progetto Probot), a dimostrazione che, anche stavolta, le parole non sono un semplice corredo, ma un complemento fondamentale. Singolare, in tal senso, il verso “A holiday beside the sea, some tickets for the lottery” che, senza spiegazioni da parte di Mr Dorrian, poteva davvero lasciare basiti i più.

Come sempre coi Nostri, un ulteriore ruolo nel coinvolgimento emotivo lo svolge l’artwork. Se la facciata, affidata al buon Arik Roper (già autore per loro delle illustrazioni per “Upon Azrael’s Wings” e per la locandina dello show d’addio), richiama con semplicità il passato, rielaborando il frontespizio del dimenticato capolavoro decadentista di David Park Barnitz “The Book Of Jade” (da sempre effige della band), all’interno troviamo la lussureggiante esuberanza del fido Dave Patchett, con un dipinto a tinte accese ben farcito di richiami occulto/esoterici. Da ammirare rigorosamente mentre si viene annichiliti dalla musica.

A corredo del tutto, una produzione (a cura di Jaime Gomez Arellano) sicuramente azzeccata, “piena” e definita quanto basta da dare il giusto spazio ad ogni strumento, ma mai patinata come tanto di moda ai giorni nostri.

A “The Last Spire” spetta il compito di ricordarci che la Cattedrale può mutare, assorbire influenze d’ogni specie, evolversi e prendersi ogni libertà, ma che, quando lo decide, può tornare ad essere dura, fredda e scabra come la pietra di cui è costruita o, se lo desidera, disgregarsi come neve al Sole. La chiusura è già colma di nostalgia, ma esente da rimpianti, i Nostri se ne vanno a testa alta, consapevoli di aver donato ai pochi l’ennesima gemma e che, con la loro scomparsa, muore anche una faccia spesso ignorata della musica dura. E, col risuonare degli ultimi accordi di “This Body Thy Tomb”, mentre il soffitto collassa ed i colonnati crollano, non possiamo che inchinarci un’ultima volta di fronte al loro altare.

Questa recensione è dedicata a Lee Dorrian, Gary Jennings ed a tutti quelli che li hanno accompagnati nel loro peregrinare. Grazie a loro, grazie a noi.

DOOM OR BE DOOMED
 

Mirco “MircoAbysS” Gnagnarelli

 

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Guida alle edizioni: l’album è distribuito in Europa sia in jewel case standard che in una edizione limitata con sovracopertina in cartoncino. L’edizione giapponese, nuovamente su Trooper entertainment (QATE-10035), presenta, oltre ad un jewel case più spesso (come già accaduto per “The Guessing Game”), un adesivo ed una bonus track, “Tombs Of The Blind Dead”, versione estesa della “Vengeance Of The Blind Dead” apparsa precedentemente in flexi disc 7” come allegato di Decibel magazine.
Per quanto riguarda l’analogico, abbiamo sei diverse colorazioni per il vinile standard (gatefold cover, 2 dischi da 180gr), mentre la die hard edition (andata immediamente sold out) era disponibile in tre colorazioni, nero (100 copie), trasparente (100 copie) e viola (200 copie). Questa versione offre, oltre ad una copertina gatefold a quattro ante con artwork sagomato alternativo, un poster ed una moneta commemorativa. Lee Dorrian ci raccomanda di utilizzare le monete per pagare il pedaggio per l’Aldilà. E chi siamo noi per contraddirlo.

 

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