Recensione: The Raven Cries One Last Time

Di Valeria Campagnale - 7 Giugno 2026 - 10:00
The Raven Cries One Last Time
Etichetta: My Kingdom Music
Genere: Doom 
Anno: 2026
Nazione:
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70

Con “The Raven Cries One Last Time”, i Chalice Of Suffering spalancano le porte di un universo dominato da una profonda sofferenza. Più che sulla semplice pesantezza della musica, la band punta tutto sul senso di perdita, dando vita a un’esperienza sonora cupa e intrisa di una disperazione squisitamente malinconica. Il loro caratteristico sound funeral doom, dalle marcate venature death metal, si arricchisce di sfumature inedite grazie all’inserimento di cornamuse, flauti e tastiere, che si fondono con un profondo growl e passaggi recitati, attestando un’oscura arte antica, pronta a confrontarsi con i vertici del genere per personalità e intensità.
Se le radici del doom metal sono ben note, il funeral doom ne esaspera i tratti con tempi dilatati, chitarre dalle accordature profondamente ribassate e tastiere spettrali capaci di evocare scenari onirici o rituali funebri. Per apprezzare a fondo questo disco è necessario lasciarsi cullare da ritmiche monolitiche e striscianti, riflettendo su liriche incentrate sul terrore esistenziale. Il titolo stesso evoca una forte componente simbolica: il corvo, antico traghettatore di anime, rappresenta la fine di un ciclo e il passaggio verso l’aldilà. Questa transizione viene sviscerata attraverso le sei tracce dell’album.
Il disco si apre con un solenne brano strumentale guidato da una voce profonda e sussurrata. Un sommesso ronzio di sottofondo dipinge un quadro di totale isolamento, introducendo la successiva “In the End…”. Il pezzo si insinua lentamente, il basso pulsa pesante come il tuono di una tempesta imminente che, una volta esplosa all’orizzonte, porta con sé una tensione costante e graffiante. Anche “All That Has Withered” si sviluppa un tassello alla volta, stratificandosi lungo il percorso. A differenza dei canoni più monolitici del genere, il gruppo sceglie di non puntare sul mero impatto fisico, ma predilige atmosfere eteree che lasciano all’ascoltatore lo spazio per riflettere.
In Fading Memories” l’inserimento delle cornamuse regala al pezzo un netto feeling celtico. I riff sono bassi e abrasivi, mentre il cantato sussurrato assume i toni solenni di un vecchio saggio, contrapponendosi a urla cariche di tormento. Segue “I Don’t Want to Fight”, quasi quindici minuti di durata per un brano che si accende lentamente, come il motore di un grosso autoarticolato che sputa fumo nero nel cielo. I riff sono fieri e autoritari, interrotti a metà percorso da un lungo intermezzo ambient che rende il successivo ritorno alla pesantezza ancora più opprimente, prima di sfociare in un finale dalle sfumature elettroniche e oscure. Il sipario cala con la traccia omonima, l’essenza più pura e schiacciante del funeral doom. È una morte lenta e calcolata, la band non mozza la testa di netto, ma amplifica l’agonia dell’ascoltatore fino a quando le cornamuse tornano a tessere la melodia per marcare l’ultimo, definitivo funerale.
Spesso il doom metal si scontra con confini stilistici estremamente rigidi, rischiando di risultare ripetitivo per chi non ne mastica abitualmente i codici. The Raven Cries One Last Time” fa però eccezione, i Chalice Of Suffering rifiutano di giocare con le regole standard dei propri contemporanei. Non cercano lo shock a tutti i costi estremizzando il growl o rallentando i battiti fino all’immobilità; scelgono invece di arricchire la propria ricetta con soluzioni vocali dinamiche, l’uso delle cornamuse e una cura particolare per l’atmosfera. Il risultato è un lavoro fresco, audace e a tratti sorprendente.

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