Recensione: The Secret of Death
Parlare di “band” quando dietro ad un monicker si cela un solo protagonista potrebbe essere fuorviante ma ormai i progetti solisti da parte delle cosiddette “one-man band” sono una realtà del mondo discografico, ostentate in particolare da personaggi un po’ egocentrici ma dalle idee chiare che hanno la fortuna e soprattutto l’abilità di cantare e saper suonare tutti gli strumenti. Basti pensare a progetti come Bathory nei tempi passati o ai più recenti Hellripper, Midnight, Bekor Qilish o Toxic Holocaust, dietro ai quali si cela un’unica mente e che in studio registrano tutto da soli sovrapponendo le varie parti in overdubbing e riuscendo talvolta a proporre la loro musica dal vivo ingaggiando turnisti. E qui è il caso di Tommi Grönqvist, alias Desecrecy, che giunge al nono album con “The Secret of the Death“, il quinto in completa solitaria visto che i primi quattro vedevano alla voce non lui ma Jarno Nurmi, ora nei più progressivi e melodici Serpent Ascending. L’artista finlandese risulta quindi molto prolifico in studio e convinto della bontà del suo progetto, che fin dagli esordi del 2010 è stato sempre indirizzato sui binari di un death metal classico di stampo old-school contaminato da forti influenze doom: i lavori dello svedese sono pesanti, cupi, dalla consistenza malsana e sabbiosa, propri del genere che fa degli Incantation, Bolt Thrower, Asphyx e Autopsy i padri putativi e Hooded Menace, Krypts, Grond, Mortuous e Mortiferum gli emuli più recenti.
Principalmente la musica di Desecresy vuole trasmettere le intenzioni dell’artista, il cui unico scopo risulta quello di trasportare l’ascoltatore nella dimensione della morte, tra cimiteri abbandonati, visioni spettrali, atmosfere gelide e spiriti vaganti, esternata pienamente sia dai testi di “lovecraftiana” memoria sia dalla musica lugubre, funerea, implacabile e finanche teatrale che riesce ad esaltare quella visione maledetta e disincantata che è propria della tradizione letteraria romantica. L’intento può riuscire pienamente purché ci si immerga spirito e corpo nella musica e nei testi, tra notti nebbiose, candele accese, incubi, fuochi fatui di cimiteri abbandonati e quella voglia malsana di trarre piacevolezza dal brivido.
Dal punto di vista musicale, le otto lunghe canzoni che compongono l’album attingono bene o male dalla stessa tavolozza di colori, unendo tra loro vari frammenti caratterizzati in primis da riff di chitarra ritmica possenti e cupi inframmezzati talvolta da brevi e ripetuti lick di chitarra lenti, ossessivi e ipnotici che possono fungere da riff portanti (come in “It Appears in a Dream”, “Summoned with a Necrolunar Telepathy”) oppure introdurre un cambio di tempo o di atmosfera all’interno della canzone (un po’ in tutte, ma esemplari in “Gorge of the Dead”, “By the Slowing Vortex of Time” e “Rotting Ghouls”): in questo modo le canzoni presentano un proprio trademark tale da renderle riconoscibili una dall’altra nonostante uno stile derivativo e standardizzato a cui le continue variazioni ritmiche non sono sufficienti a donare loro eterogeneità o particolare originalità. Questi fraseggi armonici donano alle composizioni stesse maggiore inquietudine e un’atmosfera opprimente, esaltate ancor di più dalla cupezza del suono del basso che rimbomba come i rintocchi di una pesante campana. A rendere il tutto più lugubre è il lamento vocale dello stesso Tommy Grönqvist, artefice di un growl profondo, cavernoso e fortemente gutturale che rende ancora più inquietante questo “The Secret of the Death“.
Alcune volte si esagera un po’ con le variazioni ritmiche (“Crypthymn”, “Ancient Timbre of Demise”) e in aggiunta i lick di chitarra o i brevi assoli, sempre presenti, non danno in questi casi un elemento maggiormente connotativo ma alla lunga stancano l’ascolto, dando un po’ l’effetto di essersi persi in un labirinto e rendendo la composizione disarticolata e dispersiva dal punto di vista compositivo, pur rimanendo incisiva e funzionale da quello atmosferico: un contrasto forse volutamente cercato dal polistrumentista finlandese, come nella conclusiva “Vanishing Existence”, in cui i sinth nella parte iniziale e finale e i lick di chitarra assumono toni veramente spettrali e che conclude un album coerente e coeso nella sua essenza ma che fin troppo ripete al suo interno i medesimi schemi.
