Recensione: The Temple
“La luce nel tempio è una pura e semplice allucinazione e io morirò sereno, da tedesco, nelle oscure e dimenticate profondità. La risata demoniaca che mi risuona alle orecchie è solo il frutto del mio cervello indebolito. Tra poco indosserò la tuta e salirò coraggiosamente i gradini che portano al vecchissimo santuario, quel silenzioso segreto di abissi incalcolabili e anni di cui s’è persa la memoria”.
Si conclude così “Il Tempio”, breve racconto fantastico e surreale di H. P. Lovecraft, pubblicato nel 1925 sulla rivista Weird Tales e narrato in prima persona dal personaggio inventato di Karl Heinrich Von Altberg-Ehrenstein, comandante ufficiale dell’U-Boot 29, sottomarino tedesco che, dopo aver affondato una nave mercantile inglese, si ritrovò alla deriva solitaria a causa di una statuetta d’avorio rinvenuta nella tasca di un naufrago deceduto ed incastrato sulla chiglia dello scafo dopo l’attacco. Questa statuetta, raffigurante un’antica divinità, sarà la causa della follia dell’equipaggio che li porterà alla morte. Il comandante, rimasto da solo e con il motore in avaria, si trova trasportato dalla corrente accompagnato da un branco di delfini sul fondo dell’oceano, dove plana su una meravigliosa antica città sommersa proprio davanti ad un tempio da cui fuoriesce una luce tetra e si ode uno strano canto. Il volto di una statua somigliante alla statuetta d’avorio e strani segni premonitori fanno sì che Karl prenda consapevolezza dei fatti accaduti e scriva un resoconto che lascia andare alla deriva dentro una bottiglia prima di addentrarsi con uno scafandro all’interno del misterioso tempio per il suo ultimo viaggio.
E si intitola proprio “The Temple” l’album che sancisce il ritorno sulle scene dei russi Grond, band dedita ad un death metal di stampo old-school che trae ispirazione dai gruppi più oscuri e pesanti della scena quali Asphyx, Immolation, Morbid Angel, Incantation, Cancer e Bolt Thrower e che ci aveva lasciato nel 2016 con il loro album di debutto “Worship the Kraken”. Le tematiche trattate dalla band traggono ispirazione dal racconto di Lovecraft ma mischiano realtà e fantasia in quanto questa volta il protagonista è un personaggio realmente esistito, Otto Eduard Weddigen, capitano tenente della marina germanica che tra il 1914 e il 1915 si rese protagonista di alcune imprese navali tra le più ardite della storia dei sottomarini militari prima di cadere in battaglia in seguito all’affondamento del suo U-29 a causa dello speronamento da parte della corazzata monocalibro Dreadnought. La storia raccontata nel disco, che quindi è un concept album, rientra tutta nelle vicende legate all’ufficiale tedesco ma abilmente combinano la realtà della Grande Guerra e la fantasia del racconto di Lovecraft.
Le otto tracce più intro dell’album non sono, musicalmente parlando, canzoni di facile presa. Il death metal dei Grond si erge monolitico e pesante, creato per opprimere, trasmettere l’ansia e la pazzia dell’equipaggio del sottomarino che in balìa delle onde dell’oceano si avvia verso il suo tragico destino. Le ritmiche sono lente, a tratti doom, ma non sono radi i momenti in cui il batterista Kadath ha il suo bel da fare dietro le pelli in continue forzature ritmiche, tra mid-tempo persistenti e incalzanti e blast-beat di breve durata ed intermittenti (vedi “Weddigen”, “Radiant Fury”, “The Temple”), eseguiti proprio per rimarcare la caducità e l’incertezza degli eventi che si fanno sempre più tragici. Sullo sfondo i suoni echeggiano quasi dissonanti e plumbei in quanto accompagnano e fanno da sfondo alla storia, come in “Dreadnought” che descrive nella sua tesa imprevedibilità l’affondamento del sottomarino, con i riff di chitarra resi ancora più cupi e sinistri dall’accordatura in down-tuning e dal suono del basso maneggiato con dimestichezza da Sarghas, distinguibile nonostante la pesantezza preponderante delle sei corde. Qui il chitarrista Void, oltre a tessere in continuazione trame distorte in riff continui e sempre diversi come in “Pour le Merite”, si mette in mostra anche in fase solista, sia in brevi frammenti sparsi qua e là all’interno delle canzoni sia negli ampi spazi a disposizione al fine di stemperarne la pesantezza e che aiutano molto a digerire ed assimilare l’ascolto finale che altrimenti diventerebbe indigesto anche per gli amanti più incalliti di tali sonorità. Le ombre e la cupezza dell’opera vengono ancora più messe in evidenza dalla voce di Kist, che erutta un growl profondo, gutturale e monocorde che procede lentamente ed ossessivamente sia nei ritmi più lenti che in quelli veloci: questo dà alle canzoni l’aurea soffocante ed oscura che ne contraddistingue le atmosfere ma allo stesso tempo va in contrasto con il continuo shredding di Void per un risultato sinestetico che potrebbe risultare stonato ma che alla lunga elargisce una certa personalità alla resa finale. A questo si aggiunge la lunghezza delle stesse canzoni che si attestano tra i 5 e i 6 minuti, come in “U-29” o in “The Temple”, che sono quelle che meglio attestano questa tendenza all’estrema demarcazione dei chiaroscuri, controllabili ma che in “Submergence” appaiono non pienamente domati: ad un incipit epico e cinematico, carico di tensione ed emotività, prende forma un pezzo in cui ai tratti in doppia cassa fanno da contraltare frammenti difformi che appaiono ancor più scorporati dallo shredding continuo della chitarra e che alla lunga disorienta l’ascoltatore, non aggrappandosi né ad un riff né ad un refrain centrali che possano dare un sentore di omogeneità o un indirizzo ben preciso alla canzone. La conclusiva “Dark Solitude of the Sea”, al contrario, si distingue per una maggiore ricerca di espressività carica di tensione che sfuma in un finale con un lungo assolo e un sinistro suono di tastiera di sottofondo.
L’album esce per la spagnola Xtreemmusic, per ora disponibile in cd e digitale e la copertina splendida è ad opera della Daemorph. Consigliatissimo ma solo se all’ascolto unite la musica con la trama: è assicurato che sarete proiettati anche voi all’interno dell’U-Boot, tra battaglie navali, marinai in preda alla follia e immersioni senza ritorno, attratti e catturati dalla fioca luce di un tempio sommerso.
